La sfuriata di Zelensky. Imparare l’Europa dagli ucraini
Istituzioni ed economia

A prima vista ci si potrebbe chiedere perché ieri Zelensky abbia usato a Davos parole di fuoco contro l’Europa e di miele verso gli Usa di Trump, rappresentati come un modello di decisionismo (“Donald Trump può bloccare le petroliere russe e l'Europa non lo fa anche se passano vicino alle sue coste?”), malgrado sia chiaro (per primo a Zelensky) che se si è riusciti, dall’inizio del 2025, a neutralizzare il piano russo-americano di spartizione dell’Ucraina questo è dovuto unicamente alle decisioni e ai quattrini dell’Ue e dei suoi principali (Italia esclusa) stati membri, con l’aggiunta del Regno Unito e della Norvegia.
Perché Zelensky si mostra così irriconoscente verso l’Europa che sta continuando a comprare armi e tempo per la difesa ucraina e così deferente verso il boss della Casa Bianca, che, se avesse potuto, si sarebbe smezzato con Putin i dividendi di una pace mortuaria e della liquidazione delle speranze europee e democratiche dell’Ucraina e avrebbe negoziato con il Cremlino i confini dei rispettivi “spazi vitali”, senza alcun riguardo per nessuno, meno che mai per gli ucraini, come dimostrato il 28 febbraio 2025, in quella tremenda diretta televisiva dallo Studio Ovale della Casa Bianca?
Penso che la risposta sia molto semplice. Zelensky ragiona da europeo e da europeista e come tutti gli europei e europeisti misura la distanza tra i meriti indubbi che l’Europa può rivendicare per la causa della libertà ucraina e quelli che avrebbe potuto guadagnare, se non fosse stata trattenuta da cautele che più che prudenza rivelavano paura, cecità e inconsapevolezza.
Si pensi alla questione, nuovamente sollevata da Zelensky, dell’utilizzo dei fondi russi congelati in Europa, che sono finiti al centro di una discussione surreale a proposito ridotta affidabilità del sistema finanziario europeo nel momento in cui avesse deciso di utilizzare, anche solo a titolo di garanzia, i fondi sequestrati di un Paese aggressore di uno stato (quasi) membro. Il tutto mentre, a proposito del ranking dell’affidabilità, il principale Paese della Nato minacciava di invadere un Paese alleato per “conquistare” l’isola più grande del mondo.
Con Trump Zelensky ragiona da politico, consapevole della minaccia che si trova di fronte e delle armi di cui può disporre rispetto a un uomo reso imprevedibile e vulnerabile da una sindrome narcisistica e da un senso di onnipotenza patologica e che ha però in mano le armi di cui l’Ucraina ha bisogno (e che l’Europa paga). Che Zelensky parli a Trump così, cercando di mandare in cortocircuito i suoi deliri psicologici e di piegarli a suo favore, dimostra solo una lucidità e una capacità di manovra invidiabile. L’arte politica è anche questa.
Da quattro anni discutiamo delle ambizioni europee dell’Ucraina. Dovremmo iniziare a discutere dell’esempio ucraino per l’Europa, e di cosa questa guerra spieghi delle difficoltà del nostro presente e delle sfide del nostro futuro. Siamo già a un punto in cui, escludendo un regime change russo oggi improbabile e comunque imprevedibile, l’Ucraina ha bisogno degli aiuti europei non più di quanto l’Europa abbia bisogno della difesa ucraina. E siamo già ben oltre il punto in cui per l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue siamo “noi” a dovere chiedere loro più di quel che “loro” possono esigere da noi.
C’è idealmente più Europa e più amore per lo stato di diritto europeo in Ucraina di quanto ce ne sia in qualunque stato membro dell’Ue (e lasciamo pietosamente stare l’Italia). Ci sono milioni di persone che stanno tutti i giorni sotto le bombe, al freddo, senza acqua corrente e senza elettricità, con i padri e i figli al fronte e che resistono per un’idea della libertà, che i cittadini europei hanno ereditato, di cui faticano ormai a comprendere il senso, il costo e il valore e che iniziano a sentire troppo esosa, avendo dovuto spendere per essa, destinazione Ucraina, in quattro anni circa 280 miliardi di euro, il che significa mediamente circa lo 0,30 % del loro Pil annuale (Ue più Norvegia e Regno Unito).
Zelensky ha molte ragioni per essere riconoscente, ma molte di più per essere infuriato. Dovremmo imparare l’Europa dagli ucraini.






