Pac, la pianificazione che distrugge l’agricoltura
Istituzioni ed economia
Nel dibattito agricolo europeo si continua a partire da una premessa sbagliata: che il problema degli agricoltori sia la riduzione dei fondi della Politica agricola comune. In realtà, esso è molto più profondo e precede qualunque taglio di bilancio. È l’idea stessa che l’agricoltura debba sopravvivere all’interno di un sistema di trasferimenti pubblici, regole invasive e compensazioni politiche. Finché questa impostazione non verrà messa in discussione, ogni confronto su risorse, percentuali e salvaguardie resterà inevitabilmente superficiale.
Muovendo da questa premessa, appare allora chiaro che il vero scandalo non è il possibile ridimensionamento dei finanziamenti europei. Lo scandalo è che, nel 2025, si continui a trattare l’agricoltura come un settore da pianificare, amministrare e guidare dall’alto. L’attuale architettura agricola europea non funziona come una rete di protezione: opera come un apparato di governo della produzione. E, come ogni sistema fondato sulla pianificazione, genera dipendenza, rigidità e una strutturale vulnerabilità.
Non si tratta di un esito recente. Da oltre sessant’anni, infatti, la Pac ha progressivamente sottratto all’agricoltore la possibilità di decidere in autonomia: cosa coltivare, come coltivare, con quali tecniche, con quali tempi e a quali condizioni. In cambio, ha offerto trasferimenti monetari presentati come “sostegno”, che in realtà funzionano da compensazioni per i vincoli imposti dallo stesso sistema che li eroga. Prima si limita la libertà di scelta, poi si indennizzano le conseguenze di quella limitazione.
Letta in questa chiave, la proposta della Commissione europea di ridurre le risorse per il periodo 2027-2034 non rappresenta una rottura, è invece una conseguenza coerente dell’impianto esistente. Un settore guidato politicamente, anziché dai segnali della domanda e dell’offerta, diventa inevitabilmente oneroso. Non perché non produca, ma perché non è lasciato adattarsi, correggersi, evolvere.
Il nodo centrale è proprio questo: l’assetto agricolo europeo vigente non corregge distorsioni, le crea. Stabilisce priorità artificiose, incentiva comportamenti indotti, congela strutture produttive che, in un contesto aperto, sarebbero già state superate. L’agricoltura europea non è tutelata: è immobilizzata. E un settore immobilizzato finisce per dipendere in modo permanente dal bilancio pubblico.
È per questo che le richieste di “salvare i fondi” finiscono, spesso inconsapevolmente, per difendere l’architettura che ha reso quei fondi indispensabili. È una trappola concettuale. Accettare questo dispositivo di gestione politica dell’agricoltura come dato inevitabile significa accettare l’idea che l’agricoltura non possa esistere senza direzione pubblica. È l’ammissione implicita del fallimento del sistema stesso.
Lo stesso equivoco emerge con evidenza nel dibattito sugli accordi commerciali. Si invoca la “reciprocità” come se il problema fosse esterno. In realtà, la distorsione nasce prima di tutto all’interno. È l’Europa che carica i propri produttori di obblighi, divieti e standard scollegati dalle preferenze dei consumatori. Solo in un secondo momento accusa il mercato globale di concorrenza sleale.
Ma un mercato non è sleale: riflette i costi reali. Se un prodotto europeo costa di più, non è perché viene penalizzato dall’estero, bensì perché è stato caricato di obiettivi politici che nulla hanno a che fare con la produzione efficiente di cibo. L’agricoltura è stata progressivamente trasformata nel veicolo di politiche ambientali, sociali e territoriali decise altrove.
Da qui discende anche la retorica del “giusto prezzo”. Dove la contrattazione è compressa e la filiera irrigidita dall’apparato amministrativo agricolo, il prezzo perde la sua funzione informativa. Il valore non si distribuisce: si concentra. Non è il funzionamento spontaneo degli scambi a penalizzare chi produce, ma l’insieme di vincoli che impediscono agli scambi di funzionare.
In questo quadro, la burocrazia non rappresenta un effetto collaterale della Pac: ne è lo strumento essenziale. Registri, controlli, condizionalità, verifiche e adempimenti sottraggono tempo, capitale e responsabilità a chi lavora la terra. Non è premiata la capacità di produrre meglio, bensì l’abilità di conformarsi.
La vera alternativa, dunque, non è salvare i sussidi, ma rimuovere ciò che li rende necessari. Meno pianificazione, meno obiettivi imposti dall’alto, meno gestione politica della produzione. Più spazio alle scelte, all’adattamento, alla responsabilità.
Finché l’agricoltura resterà un oggetto di pianificazione politica, nessun taglio o rifinanziamento potrà salvarla: perché il problema non è il bilancio, ma il controllo.






