Doppia trappola per l’Ucraina. Il rischio di Monaco e quello di Versailles
Istituzioni ed economia

Da quattro anni il dibattito pubblico è ostaggio di uno scontro tra chi ha compreso la natura criminale del regime di Putin e chi, nascondendosi dietro un presunto realismo, preme per una pace a qualsiasi costo. In questo scenario, l’evocazione della Conferenza di Monaco del 1938 è e rimane sacrosanta: la storia ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che l’appeasement con i dittatori non porta la pace, ma accresce solo la loro fame di conquista. Chi sostiene l’Ucraina libera ha ragione nel vedere in Mosca l’aggressore spietato che non si fermerà se non costretto con la forza.
Eppure, proviamo per un istante a fare un esercizio di astrazione. Proviamo, per assurdo, a prendere per buoni gli argomenti di chi invoca la resa ucraina e la vittoria neo-sovietica e neo-imperialista di Putin . Se anche decidessimo di ignorare la lezione di Monaco, ci schianteremmo immediatamente contro un altro precedente storico, forse ancor più insidioso: i Trattati di Versailles del 1919.
Se l’obiettivo è evitare la Terza Guerra Mondiale, come ci raccontano i Salvini e Orban di turno, bisogna comprendere che umiliare una nazione vittima, imponendole una pace ingiusta percepita come un diktat, è il metodo più sicuro per incubare mostri politici. La lezione che l’Europa dovrebbe aver imparato dal primo dopoguerra non è solo militare, ma soprattutto politica e sociologica. La Germania di Weimar non crollò semplicemente per la sconfitta, ma per il veleno della delegittimazione interna. Nacque allora il mito della “Dolchstoßlegende”: la convinzione che l’esercito fosse imbattuto e che la sconfitta fosse stata orchestrata da politici traditori. Chi oggi, disprezzando la resistenza ucraina, suggerisce di forzare Kyiv a una cessione territoriale senza garanzie totali, sta preparando il terreno per la stessa dinamica.
Immaginiamo lo scenario auspicato dai sostenitori del compromesso a tutti i costi: l’Ucraina viene costretta a firmare una pace mutilata perché l’Occidente chiude i rubinetti. In quel preciso istante, la narrazione eroica della resistenza si spezzerebbe. I veterani, tornando da un fronte dove hanno visto morire i compagni, non troverebbero un paese orgoglioso, ma uno stato monco e politicamente impotente. Il risentimento non si rivolgerebbe più solo al Cremlino, ma anche contro l’Occidente traditore e contro la leadership democratica che ha firmato la resa. Sarebbe l’humus perfetto per il revanscismo. Il tragico paradosso è che proprio coloro che chiedono la resa dell’Ucraina per “denazificarla” e smilitarizzarla, rischierebbero di realizzare la vera profezia della propaganda russa: la fascistizzazione del paese.
Se la democrazia liberale si dimostrerà incapace di difendere l’integrità della nazione, l’elettorato cercherà risposte altrove: nel nazionalismo radicale, nel militarismo esasperato e in figure autoritarie che promettano quella rivalsa che le istituzioni democratiche non hanno saputo garantire. Una “Versailles ucraina” creerebbe un buco nero di instabilità nel cuore dell'Europa, uno stato rancoroso pronto a esplodere come la Germania degli anni Trenta.
È qui che l’ingresso delle garanzie di sicurezza, specificamente l’adesione alla NATO e un percorso accelerato nell'Unione Europea, smette di essere solo una questione militare e diventa l’unico vero antidoto politico a questa deriva. L’integrazione euro-atlantica non serve solo a proteggere i confini futuri di Kyiv da nuove invasioni russe, ma serve a dare un senso politico e storico al sacrificio ucraino. Solo la prospettiva concreta di diventare una nazione occidentale, prospera e sicura, può bilanciare il dolore di eventuali compromessi territoriali.
Guardiamo al precedente della Germania Ovest post-1945: Konrad Adenauer accettò la divisione del paese e la perdita dell'Est non perché fosse un traditore, ma perché in cambio ottenne l'ancoraggio all'Occidente, la democrazia e il benessere. Se all’Ucraina viene offerta questa prospettiva, la pace può essere digerita come un passaggio doloroso verso un futuro migliore. Ma se l’Occidente impone la mutilazione territoriale e contemporaneamente nega l’ingresso nella NATO o nell’UE per paura di provocare Mosca, lascia l’Ucraina sola con la sua umiliazione. Senza l'ancoraggio istituzionale all’Europa, il vuoto lasciato dalla guerra verrà riempito dal radicalismo.
Evitare una nuova Monaco è doveroso, ma evitare una nuova Versailles è indispensabile.






