Zohran Mamdani grande

L'elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York è un fenomeno interessante per diversi aspetti, che regala parecchi spunti. Sotto il profilo strettamente valoriale, la vittoria di Mamdani, un trentaquattrenne musulmano nato in Uganda da madre indiana (celebre regista di successo, che vanta pure una nomination agli Oscar) e padre ugandese (politologo di studi post-coloniali alla Columbia), pur non essendo quella di un self-made man costruitosi solo con le proprie mani, può essere letta come un trionfo per il mondo liberale e occidentale. Una filosofia, quella del mondo libero, capace più delle altre di integrare culturalmente, nel rispetto fattuale di retaggi e diversità.

Per chi pensa che i valori abbiano un peso primo, che un musulmano sia diventato sindaco di New York, vista l'importanza che riveste lo spirito di tolleranza all'interno della società aperta, è un elemento da rivendicare. Oltre i principi ed entrando nella sostanza elettorale, Mamdani ha il merito di aver evidenziato i giusti problemi, spesso sottovalutati dal mondo democratico americano (così come da buona parte delle sinistre internazionali), recuperando un contatto con le persone necessario per competere nel consenso.

L’affluenza, sempre bassa in termini assoluti e per i nostri canoni nazionali, ha in verità raggiunto un record (circa il 40% degli aventi diritto) che non si vedeva dal 1969, con oltre due milioni di votanti: affluenza altissima per una tornata del genere, senza la spinta di presidenziali o mid-term (basti considerare che quattro anni fa la percentuale del voto newyorkese si era fermata al 23%).

Meno positiva è invece la qualità delle risposte offerte, spesso eccessivamente semplificatorie, con soluzioni di difficile applicazione per non dire fantasiose, almeno in alcuni casi e che alla lunga si mettono in marcia verso il campo delle non-soluzioni, come tali deleterie. Da qui ai gravosi pasti gratis per tutti il passo è breve, ma su ciò vedremo i fatti: se resta abbastanza desolante continuare a rispondere al populismo di destra con un populismo di sinistra, Mamdani insegna comunque qualcosa a chi vuole porsi come alternativa alle destre, se non nelle ricette almeno nel metodo.

Ci si può, per il momento, fermare alla prima fase, di ricerca delle persone e conquista della loro fiducia, per un ragionamento estendibile a diversi centrosinistra occidentali. Rilevare difficoltà e questioni che riguardano la stragrande maggioranza delle persone (leggere a questa voce l'accento posto sul tema dell'affordability, e quindi l'accessibilità all'acquisto di una abitazione, così come l'enfasi sul più generale costo della vita, messa al centro della campagna), sebbene in un contesto ovviamente particolare come quello newyorkese, ha aiutato a coinvolgere ceto medio liberal e fasce sociali con sofferenze decisamente maggiori, recuperando un collante trasversale e interclassista con molteplici strati di cittadinanza che percepiscono le medesime distorsioni.

Mamdani si è speso tanto, stando autenticamente in mezzo alla gente, con attivismo genuino e non artificioso come talvolta accade, attraverso una presenza (social, ma non solo social) decisamente caratterizzata. Comunicativamente ha dato vita a un flusso impressionante – gli stessi riferimenti all'infinita cultura pop hanno mobilitato i giovani, che l'hanno votato in massa – tramite operazioni che mixavano strumenti contemporanei assieme alla più classica divulgazione da marciapiede, non creando un personaggio, ma vendendosi per il politico che è.

Ciò detto, lo scetticismo rimane non solo sulla sostenibilità effettiva di scelte di policy (gratuità del trasporto pubblico, degli asili nido, sperimentazione su supermercati pubblici che vendano ai prezzi dei mercati all'ingrosso), che sembrano lontane dall'avere una concretezza di fondo (nonostante siano calate all'interno di un contesto, per quanto macro, comunque amministrativo e municipale), ma coinvolge una controversia ben più ampia. Quel che andrebbe evitato è proprio la specularità, ossia promuovere modelli oppositivi all'estrema destra, ma tutto sommato sovrapponibili, in quanto alla "semplicità" delle (false) soluzioni, pur da una prospettiva di sinistra, troppo spesso vestita da socialismo sulle nuvole.

Se il bisogno delle persone di avere riferimenti forti e di impatto non è da sottovalutare e può essere comprensibile, allo stesso tempo la ricerca costante di bacchette magiche, che è preoccupante, non va alimentata. Resta vero che con Mamdani una spinta dal basso, un attivismo sano, si è creato. L'obiettivo è non far scadere questo patrimonio di capitale umano in una grillizzazione perpetua e di lavorare sul buon senso della società civile in maniera non anti-sistemica, ma offrendo alternative da sistematizzare, seguendo sì una metodologia simile, guardando però a profili più pragmatici, riformisti e con un consolidato senso di realtà.

Proprio perché far passare nelle persone la bontà di determinati provvedimenti e la complessità di certe problematiche con la spiegazione tecnica è oggi poco agevole e redditizio – anche per questo la fase storica è particolarmente difficile – ricercare soluzioni di coinvolgimento creative e in grado di suscitare entusiasmo è quanto da prendere in considerazione come primo step. Questa può essere una lezione non solo per i democratici americani (che sembrano averla già capita, almeno in parte), ma per tutte le classi dirigenti europee di centrosinistra, in primis quella italiana.

Sempre dagli States, un dato politico particolarmente significativo, che va esattamente in questo senso, è la vittoria dei democratici in New Jersey e nella riconquistata Virginia, grazie a due candidate con profili indiscutibilmente diversi da quello di Mamdani - Mikie Sherrill, con un passato in Marina, e Abigail Spanberger, ex agente della Cia, prima donna nella storia della Virginia a diventare governatrice. Donne moderate, centriste che guardano alle riforme, capaci di vincere con margini molto netti e partecipazione elevata, giocando sull'impopolarità di Trump e insistendo sulla critica politica alla sua presidenza (a un anno esatto dalle presidenziali, secondo la media dei sondaggi elaborata dal New York Times, gli americani danno un giudizio più negativo che positivo sul tycoon - il tasso netto di approvazione nei suoi confronti, ossia il differenziale tra le percentuali di chi esprime giudizi positivi e negativi, è uguale a -13. Allo stesso punto del mandato Biden, nel 2021, era a -7).

Se una coalizione vuole essere vincente, in qualsiasi competizione, deve parlare a tutta la cittadinanza di riferimento, non pensando solamente a compattare i propri; nel caso italiano l'unica via è il recupero degli infettati dal virus dell'astensionismo, altra variabile chiave per un centrosinistra che punti a governare. Senza vendere sogni, ma studiando i cleavage, ossia le fratture elettorali fondamentali e più profonde, nei diversi contesti di riferimento, figli delle proprie peculiarità, con la stella polare del cogliere le problematiche delle persone, nelle diverse gradazioni di priorità, offrendo soluzioni all'altezza dell'autodeterminazione di tutti.