affittasi grande

Un recente articolo pubblicato nel blog La bottega del Barbieri che lo ha ripreso da Napoli Monitor, affronta la questione della casa criticando l’idea che costruire più abitazioni possa abbassare gli affitti e contestando i principi economici alla base della concorrenza. L’impostazione è chiaramente ideologica: presentare l’aumento dell’offerta come un’utopia “liberista” e ridurre il dibattito a un conflitto tra visioni di principio, ignorando dati, storia e realtà.

In tale intervento, tra gli strumenti retorici più utilizzati l’autore del contributo di cui trattasi richiama presunti esempi storici di controllo degli affitti, nonostante gran parte di questi riferimenti non abbiano alcun riscontro serio. Non vi è infatti traccia di controlli organici dei canoni nella Roma repubblicana, nello Stato Pontificio o nel Regno di Sardegna del Settecento; né esistono prove di un tetto agli affitti nel Ducato di Modena del 1815. Perfino l’evocazione della Cina del Mille è poco più di un artificio retorico: le fonti dell’epoca non riportano interventi pubblici nel mercato abitativo urbano. Sono narrazioni che creano un falso senso di continuità, utili solo a legittimare pregiudizi ideologici.

Lo stesso articolista contesta poi tre effetti ampiamente documentati del rent control: riduzione dell’offerta, peggioramento della qualità, inefficiente allocazione degli alloggi. Eppure, l’esperienza di città come New York o Berlino mostra che, quando i canoni sono fissati per legge, i proprietari investono meno in manutenzione, preferiscono affittare in nero o ritirarsi dal mercato. Ne derivano abitazioni fatiscenti, scarsa disponibilità e una spinta verso contratti irregolari.

Il problema dell’accesso alla casa non deriva da un eccesso di costruzioni, ma dalla loro insufficienza, spesso causata da vincoli burocratici, regolazioni urbanistiche e opposizioni locali organizzate (il cosiddetto Nimby). Bloccare nuovi progetti per timore di effetti sul traffico o sul paesaggio non significa proteggere le città: vuol dire condannarle alla stagnazione e a un progressivo aumento dei prezzi.

In questo quadro, colpevolizzare chi immette sul mercato spazi abitativi è un errore che si moltiplica: si penalizza chi investe e, nello stesso tempo, si ostacola l’unica strategia concreta per migliorare l’accessibilità. Servono interventi mirati e plurimi: nuove costruzioni dove sono necessarie e sostenibili, liberalizzazione delle locazioni (abitative e commerciali), semplificazione delle procedure urbanistiche, recupero e ristrutturazione del patrimonio esistente, eliminazione degli ostacoli regolatori. L’alternativa è una città cristallizzata, segnata dal degrado e da una selezione sociale sempre più basata sul reddito.

Gli esempi concreti smentiscono la tesi dirigista. In Argentina, il decreto DNU 70/2023 del presidente Javier Milei ha liberalizzato il mercato delle locazioni abitative, eliminando vincoli rigidi su durata, indicizzazione e aggiornamenti dei canoni. In pochi mesi, l’offerta a Buenos Aires è triplicata, passando da 5.500 a oltre 15.000 annunci, mentre i prezzi reali sono scesi. Più scelta, più concorrenza e maggiore trasparenza hanno favorito tanto i proprietari quanto gli inquilini.

I fautori del controllo dei canoni, come quello che ha scritto l’articolo in disamina, amano citare Vienna come modello, ma omettono che il sistema viennese si basa su condizioni patrimoniali storiche irripetibili e convive con un mercato privato dinamico. A rendere accessibili le abitazioni non è il tetto ai canoni, bensì la disponibilità di immobili. È la conferma che l’offerta, se libera di espandersi, riduce la pressione sui prezzi.

Le leggi dell’economia non cambiano con le stagioni politiche: se l’offerta cresce, i prezzi calano; se il mercato è soffocato, si creano scarsità e inefficienze. Lo ha spiegato l’economista libertario Walter Block: «Può sembrare paradossale a molte persone, ma il modo migliore per aiutare gli inquilini è quello di concedere la libertà economica ai proprietari». Un concetto ribadito anche da Friedrich A. von Hayek, secondo cui i controlli finiscono per bloccare la mobilità e congelare gli alloggi, trasformandoli in beni trasmissibili indipendentemente dai bisogni reali.

Persino economisti lontani dal libero mercato, come Assar Lindbeck, hanno denunciato il rent control come “secondo solo ai bombardamenti” per la capacità di distruggere una città. E Gunnar Myrdal lo ha definito «il peggior esempio di pianificazione priva di coraggio e lungimiranza».

La realtà è semplice: tassare le case vuote, criminalizzare la speculazione o affidare l’allocazione allo Stato non aumenta l’offerta né migliora la qualità. Al contrario, moltiplica sprechi, burocrazia e corruzione. Solo un mercato libero, con regole chiare e limitate, può garantire dinamismo, innovazione e accesso più ampio alla casa. Fingere il contrario significa condannare gli inquilini proprio alla scarsità che si dice di voler combattere.