Macron riconosce la Palestina, ma il mondo riconosce ancora la Francia?
Istituzioni ed economia

Pierre Lellouche, ex segretario di Stato prima agli Affari Europei, e poi al Commercio Estero sotto Sarkozy, in un editoriale su “Le Figaro” esamina la proposta di riconoscere lo Stato di Palestina e si domanda chi si possa ancora fidare della Francia e del suo presidente tuttofare; sono molte le critiche rivolte a Macron e vale la pena esaminarle.
Lellouche si pone una triplice domanda: il riconoscimento decretato mercoledì scorso dal Presidente della Repubblica francese di uno Stato palestinese sovrano ha la minima possibilità di contribuire ad un futuro accordo di pace tra Israele e il suo vicino palestinese? In caso contrario, questa decisione rafforzerà almeno il ruolo e la reputazione della Francia sulla scena internazionale? Se la risposta a queste due domande preliminari è negativa, allora perché Emmanuel Macron ha preso una decisione del genere, portando la Francia in un'ennesima situazione di stallo?
La risposta alla prima domanda, secondo Lellouche, è negativa. Il riconoscimento unilaterale e incondizionato della Francia fa certamente piacere agli arabi, al mondo musulmano in generale, ad Hamas, e senza dubbio alla forte comunità musulmana radicata in Francia, che Mélenchon e Villepin stanno corteggiando congiuntamente. Ma non convince né l'America di Trump, che considera Macron "irrilevante", né altre nazioni democratiche, tra cui l’Italia.
E questo per una ragione molto semplice, che Macron aveva pertanto considerato nel suo piano iniziale: questo riconoscimento doveva seguire, non precedere, il soddisfacimento di tre condizioni cardinali: in primo luogo, lo sradicamento del sanguinario regime di Hamas a Gaza e la sua completa smilitarizzazione, unitamente al rilascio degli ultimi ostaggi; la profonda riforma dell'Autorità Nazionale Palestinese, per renderla in grado di governare la futura Palestina; e infine, questo riconoscimento doveva essere reciproco tra arabi (a cominciare dall'Arabia Saudita) e israeliani. Questo era il piano iniziale di Macron, che aveva una reale coerenza, prima di essere brutalmente messo da parte dallo scoppio della Guerra dei Dodici Giorni tra Israele e Iran.
Non chiedendo più nulla ad Hamas, il cui statuto afferma espressamente che questa organizzazione è risolutamente islamista e in nessun modo nazionalista, che non combatte per uno Stato palestinese, ma per lo sradicamento totale di Israele, il riconoscimento di Macron è del tutto impercettibile dal popolo di Israele, segnato per sempre dai fatti del 7 ottobre. Inoltre, non chiedendo più agli Stati arabi il riconoscimento reciproco di Israele, l'iniziativa di Macron non fa altro che isolare ulteriormente Israele, minacciando al contempo la sostenibilità degli Accordi di Abramo.
Tali accordi avevano avviato un processo di riavvicinamento tra Israele e gli stati arabi, senza un prerequisito palestinese, ed è proprio per questo che Hamas, armato dall'Iran, attaccò il 7 ottobre. L'iniziativa di Macron, paradossalmente, giustifica a posteriori i leader di Hamas! Si chiede ad Israele, che viene accusato dei peggiori crimini di genocidio, di dover cedere sul riconoscimento dello Stato palestinese e solo allora, forse, gli stati arabi interverrebbero, in un secondo momento, per riconoscere lo Stato ebraico.
Lellouche osserva che la posizione di Macron può essere vista come un gesto simbolico in un momento in cui il mondo intero ha gli occhi puntati sulla carestia a Gaza, a patto di dimenticare che l'estrema sofferenza del popolo di Gaza, la sua condizione di "martire", è deliberatamente intesa da Hamas come elemento chiave della sua "vittoria" contro Israele. Dimentichiamo anche che, per anni, le città israeliane sono state bombardate da missili provenienti da Gaza e dal Libano, prima ancora delle centinaia di missili lanciati dall'Iran contro i centri urbani in Israele. Un'iniziativa simbolica, dunque, ma non certo il primo passo di uno sforzo diplomatico ponderato e serio della diplomazia francese verso la famosa "soluzione dei due Stati".
Se questo approccio non ha alcuna possibilità di portare alla pace in Medio Oriente, rafforzerà almeno il ruolo e la voce della Francia sulla scena mondiale? Per Lellouche la risposta, ancora una volta, non è incoraggiante. L’Europa, l’alleato americano e molte capitali del "Sud del mondo" hanno pienamente compreso la debolezza politica, economica, finanziaria e persino militare della Francia. La débâcle della politica estera francese è sotto gli occhi di tutti; espulsa ingloriosamente dall'Africa, esclusa dai suoi più stretti alleati dal progetto AUKUS, un patto militare siglato tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia per contenere la Cina nella regione del Pacifico, apertamente disprezzata da Trump ("Macron è gentile, un bravo ragazzo, ma quello che dice non conta"), sfidata da mesi dall'Algeria, che tiene in ostaggio lo scrittore franco-algerino Bouamel Sansal, imprigionato da ottobre nonostante l’età e le precarie condizioni di salute.
Per Lellouche, nella migliore delle ipotesi, la dichiarazione di Macron sulla Palestina apparirà come l'ennesima inversione di tendenza. Macron si era distinto all'inizio della guerra in Ucraina chiedendo che "gli interessi di sicurezza della Russia fossero rispettati", prima di adottare la linea esattamente opposta, denunciando la Russia come "una minaccia esistenziale per la Francia e l'Europa".
La stessa cosa è successa in Medio Oriente: il giorno dopo il 7 ottobre, Macron propose a Netanyahu di rilanciare la coalizione internazionale contro l'ISIS e Hamas (il leader israeliano non chiedeva poi così tanto!), prima di chiedere ripetutamente a Israele un cessate il fuoco nella sua lotta contro Hezbollah in Libano e contro Hamas a Gaza. Se Macron fosse stato ascoltato, Hezbollah governerebbe ancora il Libano, Assad governerebbe ancora la Siria e Teheran sarebbe ancora la superpotenza della regione. Lellouche si domanda perché tutto questo clamore per un'iniziativa che tutti capiscono essere nata morta.
Per smettere di essere accusato di "doppio standard" dal "Sud del mondo", come a volte lo chiama il Quai d'Orsay? Per ragioni morali, comprensibili, certo, viste le immagini della carestia a Gaza? Ma allora perché tacere sul Sudan, sul Nagorno-Karabakh, sul Kurdistan o sul Nord Kivu, dove si verificano massacri contro i civili? "Niente ebrei, niente notizie", allora? O semplicemente perché questo presidente completamente indebolito, emarginato nella stessa Francia, sente un bisogno irrefrenabile di continuare a esistere, di rimanere sempre al centro dell'attenzione?
Il suo modo di esistere, lui che non riesce più a governare il suo Paese a causa della mancanza di una maggioranza parlamentare, è accumulare viaggi ai quattro angoli del mondo, vertici e iniziative mediatiche su quasi ogni argomento. Macron deve essere il salvatore. Il salvatore della Groenlandia, il salvatore dell'ambiente, il salvatore dell'Ucraina e, tra l'altro, dell'Europa "sovrana", che afferma di guidare nonostante i 1.000 miliardi di debito aggiuntivi che sta lasciando al Paese dopo otto anni al potere. Ora è il salvatore dei palestinesi. I francesi hanno imparato quanto è costato loro essere salvati da Emmanuel Macron. Anche altri impareranno.






