Non esistono pasti gratis. Il realismo liberale di Milton Friedman
Istituzioni ed economia

“Non esistono pasti gratis” è più di un titolo: è un principio cardine dell'economia e della filosofia politica liberale. Pubblicato nel 1975 negli Usa, il libro “There’s no such thing as a free lunch” di Milton Friedman raccoglie una serie di saggi finalmente tradotti e pubblicati in Italia dall’Istituto Liberale e dalla Liberilibri nella collana: Oche del Campidoglio”. Essi affrontano tematiche di stringente attualità: dal welfare alla scuola pubblica, dalla politica monetaria ai salari minimi, fino al ruolo dello Stato e della regolamentazione.
Uno dei punti più incisivi del lavoro è senz’altro la critica alla redistribuzione del reddito attraverso il welfare, considerato non solo inefficace, ma addirittura dannoso. L’idea di un sistema assistenziale onnipresente genera effetti distorti che disincentivano la produttività individuale e distorcono il mercato del lavoro. Friedman si scaglia in particolare contro il salario minimo, dimostrando con dati alla mano che esso non protegge i lavoratori più poveri, ma al contrario aumenta la disoccupazione, in particolare tra i giovani e le minoranze.
A tal proposito, con la sua consueta schiettezza, da una lato, rileva: che «Il salario minimo distrugge il miglior tipo di programmi di formazione che abbiamo mai avuto: la formazione sul posto di lavoro. Il modo principale che ha permesso alle persone di formarsi come forza lavoro è stato quello di ottenere lavori non qualificati e di imparare qualcosa»; dall’altro, ammonisce che «nel tentativo di rimediare ai danni che il salario minimo ha arrecato alla formazione tradizionale sul posto di lavoro, ora c’è un’intera serie di programmi progettati per colmare la lacuna. La grande proliferazione di programmi statali in cui i datori di lavoro sono sovvenzionati per fornire formazione sul posto di lavoro li incentiva ad assumere persone e poi a licenziarle per trovare altre persone per le quali ottenere ulteriori sovvenzioni».
Un altro contributo particolarmente illuminante riguarda l'istruzione pubblica. L’economista di Chicago sostiene a riguardo che il sistema scolastico statale sia un ostacolo alla concorrenza e alla qualità dell'insegnamento. Propone quindi l'adozione del "buono scuola", un meccanismo che consentirebbe alle famiglie di scegliere liberamente dove educare i propri figli, favorendo la concorrenza tra istituti e migliorando l'offerta educativa. “Eliminare l’istruzione obbligatoria, la gestione statale delle scuole e il finanziamento pubblico, esclusa l’assistenza finanziaria agli studenti bisognosi. Il sistema di mercato avrebbe allora finalmente via libera, scrive, dopo aver pure evidenziato come: «Il modo migliore per seguire una vera riforma del sistema scolastico è quello di allargare il campo d’azione della iniziativa privata e della libera concorrenza; di rendere accessibili ai figli di genitori appartenenti alle fasce di reddito medie e basse e, soprattutto, a coloro che vivono nei bassifondi, una gamma di possibilità paragonabile a quella della quale godono da tempo gli studenti appartenenti ai ceti più ricchi».
Secondo questa visione, solo la concorrenza tra scuole può garantire un miglioramento dell'insegnamento, premiando le istituzioni più efficienti e offrendo agli studenti un'educazione di qualità superiore, come già aveva sottolineato Adam Smith: «Si deve notare come quelle discipline per l’insegnamento delle quali non esistono pubbliche istituzioni sono in genere quelle insegnate meglio». Il monopolio dello Stato, al contrario, incentiva l'immobilismo e la scarsa attenzione ai bisogni reali degli studenti, limitando l’innovazione e il progresso educativo.
L’esperienza dimostra che le scuole pubbliche non statali (ossia che prestano un servizio rivolto alla collettività, ma impropriamente e riduttivamente denominate “private”), laddove il mercato lo consente, offrono servizi migliori rispetto a quelle statali, perché devono rispondere direttamente alle esigenze delle famiglie: « musica e danza, tecnica di segreteria, come guidare l’automobile o pilotare un aeroplano, ed altre conoscenze tecniche e professionali – sono tutte insegnate meglio quando l’insegnamento è privato. Provate a parlare francese con qualcuno che lo ha studiato in una scuola pubblica, e poi con uno uscito dalla Berlitz». Pertanto, rimuovere le barriere alla scelta scolastica significa restituire potere ai genitori e garantire che l'istruzione non sia vincolata da rigide strutture burocratiche.
A parte ciò, l’autore, noto anche per i suoi contributi alla teoria monetarista, critica duramente le politiche inflazionistiche dei governi, che attribuisce alla crescita incontrollata della moneta da parte delle banche centrali. L’inflazione, chiarisce, non è altro che una tassa occulta che colpisce in maniera sproporzionata i più poveri. La sua soluzione? Un controllo rigoroso della massa monetaria e la riduzione del ruolo discrezionale delle autorità centrali. «Da tempo immemorabile la causa maggiore dell’inflazione è stata l’esigenza del sovrano di accaparrarsi risorse per intraprendere guerre, erigere monumenti, o per altri scopi. L’inflazione ha rappresentato un mezzo irresistibilmente attraente per i governanti: si tratta infatti di un’imposta occulta che, in un primo momento, sembra indolore o addirittura gradita, soprattutto di un’imposta che può essere applicata senza apposite leggi: veramente una forma di tassazione invisibile (taxation without representation)», espone in modo completo e convincente smascherando le false credenze e mettendo a nudo l'errore di chi crede che essa possa essere contrastata con misure burocratiche o con il controllo dei prezzi.
Un ulteriore intervento portante del libro è la critica alle regolamentazioni imposte dallo Stato nel nome della "protezione del consumatore". Secondo Friedman, il miglior regolatore del mercato non è la burocrazia, ma la libera concorrenza. Le norme imposte dallo Stato non fanno altro che favorire gli operatori già presenti nel mercato, bloccando l’innovazione e la nascita di nuove imprese. Emblematico il caso delle compagnie aeree: negli Stati Uniti, la regolamentazione delle tariffe ha portato a costi più elevati e a un peggioramento del servizio. Quando, invece, si è permesso al mercato di operare liberamente, i prezzi sono crollati e la qualità del servizio è migliorata: Il mercato – è peraltro la grande lezione “austriaca”, soprattutto di Ludwig von Mises e Friedrich A. von Hayek - trova sempre un equilibrio, mentre lo Stato crea solo distorsioni.
Viene poi affrontato il tema della spesa pubblica, con una spiegazione chiara di come sia utilizzato il denaro dei contribuenti. Lo studioso americano distingue tra diverse modalità di spesa: quando si usano soldi propri per se stessi, si bada sia all'efficienza che all'efficacia; quando si spendono soldi propri per altri, si è attenti al costo, ma meno all'efficacia; quando si usano soldi altrui per se stessi, ci si preoccupa dell'efficacia, ma non dell'efficienza; infine, quando si spendono soldi altrui per altri, né efficienza né efficacia sono garantite. Quest’ultima situazione, naturalmente, è quella della spesa pubblica, la più inefficiente di tutte, che può essere lapadariamente condensata nell’espressione attribuita a Margaret Thatcher: «Non esistono soldi pubblici, esistono solo soldi dei contribuenti», che riflette un approccio economico e politico, basato sulla riduzione del ruolo dello Stato e sulla responsabilità fiscale e, nel contempo, un monito contro le facili illusioni della spesa statale.
In conclusione, non è revocabile in dubbio che la forza di “Non esistono pasti gratis” risieda nella profondità dell’analisi e nella chiarezza con cui vengono smontate le illusioni economiche più diffuse. Ogni contributo riportato nello stesso è un concentrato di logica e pragmatismo, scritto con uno stile accessibile ma senza rinunciare alla profondità della disamina. Leggere questo libro oggi significa comprendere le radici di molti problemi attuali: dalla crisi del welfare alla crescente interferenza dello Stato nell’economia.
La sua soluzione resta la stessa: meno Stato, più mercato, più libertà, che incorpora un messaggio potente e sempre attuale, la cui sintesi è scolpita in una frase del libro: «il libero mercato è il migliore strumento mai concepito per regolare gli affari umani» in quanto, si deve necessariamente aggiungere, permette a milioni di persone, ognuna motivata solo dal proprio interesse, di cooperare pacificamente e volontariamente per raggiungere obiettivi condivisi.






