L’incendio della memoria. La guerra culturale di Putin in Ucraina
Diritto e libertà

Quando un regime autocratico comprende di non poter piegare un popolo sul campo di battaglia né di poterne assimilare la coscienza civile, ricorre all’arma più antica e spietata dei tiranni di tutte le epoche: la cancellazione scientifica della sua infrastruttura cognitiva. La distruzione sistematica di milioni di libri, manuali scolastici e volumi in lingua ucraina a cui abbiamo assistito lungo tutta l’estate del 2026 non è la conseguenza accidentale dei bombardamenti, ma una precisa scelta politica.
La campagna militare russa degli ultimi mesi, che ha puntato il mirino sulle biblioteche, i depositi di libri e le case editrici ucraine e che nei soli mesi di luglio e agosto ha ridotto in fumo oltre dodici milioni di volumi - polverizzando un terzo della produzione nazionale e privando le scuole di oltre un milione di libri di testo prima della riapertura dell’anno scolastico - risponde a una logica di annientamento che ha come obiettivo l’eliminazione dei supporti fisici attraverso cui una nazione conserva la propria memoria, forma le giovani generazioni e garantisce la continuità della propria lingua. Si tratta di un vero e proprio “epistemicidio” e “memoricidio”, ovvero l’eliminazione metodica delle infrastrutture fisiche attraverso cui una nazione conserva la propria memoria, forma le giovani generazioni e garantisce la continuità della propria lingua e identità.
Puntare il mirino sulla parola stampata e sui manuali scolastici significa tentare di produrre un deserto civile, rendendo impossibile per una comunità nominare la propria libertà e la propria storia al di fuori dai dogmi dell’aggressore. Le autocrazie temono i libri in quanto spazi di libertà e di pensiero critico, capaci di distogliere gli individui dal monolitismo della propaganda e offrire gli strumenti per sognare, immaginare e offrire realtà e opzioni culturali e politiche alternative a quella che si vuole imporre con la forza bruta.
La strategia d’annientamento messa in campo dai vertici militari russi ha una precisa genealogia che lega i totalitarismi di ogni epoca, dall’incendio dei libri aztechi ai falò di libri e di arte degenerata organizzati dal regime nazista, dall’Indice dei Libri Proibiti, istituito nel ‘500 dal papa Paolo IV, al bombardamento della Biblioteca Nazionale di Sarajevo, dove bruciarono oltre un milione e mezzo di volumi e archivi storici inestimabili. Ratko Mladić non cercava un vantaggio tattico sulla linea del fronte; cercava la distruzione deliberata delle tracce della convivenza, del pluralismo e dell’identità bosniaca, per rendere inconcepibile qualsiasi futuro estraneo alla pulizia etnica.
La recente scomparsa di Ratko Mladić e la conseguente decisione di celebrarne la figura con messe solenni, cortei di piazza e omaggi di migliaia di persone in Serbia e nella Republika Srpska mostrano quanto le tossine dell’etno-nazionalismo continuino ad essere vive a trent’anni dalla guerra di Bosnia. La mitizzazione pubblica di un criminale di guerra condannato dall’Aja per genocidio non è un innocuo esercizio di folklore nostalgico, ma il carburante politico di un revanchismo tronfio e sfacciato. È precisamente questo bacino di risentimento che leader illiberali come Milorad Dodik alimentano per smantellare l’architettura di pace di Dayton e promuovere la secessione della Republika Srpska. Ed è lo stesso terreno fertile che la Russia di Vladimir Putin sfrutta cinicamente attraverso la propria guerra ibrida, per mantenere i Balcani in uno stato di perenne instabilità, creando un secondo fronte di crisi nel cuore del continente europeo.
Sul fronte orientale, la Russia di Putin sta applicando contro l’Ucraina la medesima matrice totalitaria che già lo stalinismo sovietico sperimentò negli anni ’30 del secolo scorso. In quel decennio, l’Ucraina visse una straordinaria fioritura culturale con un’intera generazione di giovani poeti, drammaturghi, romanzieri e linguisti che avevano dato vita a una letteratura d’avanguardia, europea e orgogliosamente autoctona. Avvertendo quella vitalità culturale come una minaccia mortale per la tenuta dell’impero sovietico, Stalin ne ordinò la liquidazione fisica. Tra il 1937 e il 1938, oltre duecento intellettuali e artisti ucraini vennero arrestati, torturati e giustiziati brutalmente con l’obiettivo di decapitare la memoria storica e la vitalità culturale di un popolo e di una nazione. L’obiettivo dell’NKVD staliniano era recidere alla radice il legame tra identità linguistica, coscienza storica e autodeterminazione politica.
Oggi, il regime di Putin ripropone lo stesso identico schema repressivo e di guerra alla cultura e “memoricidio”, sostituendo alle squadre di fucilazione dell’NKVD la tecnologia dei missili balistici e dei droni. L’intento rimane immutato: eliminare fisicamente la memoria e la cultura di un popolo che si rifiuta di sottomettersi.
La decisione del Cremlino di accanirsi contro la parola stampata nasce dal completo fallimento politico e ideologico della dottrina del Russkij Mir. Nell’impalcatura teorica propagandata da Putin e dai suoi ideologi, l’Ucraina non ha dignità di nazione autonoma, ma è considerata una provincia ribelle destinata a rientrare nella sfera d’influenza moscovita. Tuttavia, sin dall’inizio dell’invasione su vasta scala del territorio ucraino, la società civile ucraina ha risposto con una straordinaria fioritura editoriale, linguistica e civica, favorendo la nascita e il consolidamento di case editrici indipendenti, festival culturali e librerie affollate. La lingua ucraina si è trasformata nel principale spazio pubblico di resistenza democratica, coesione sociale e decolonizzazione culturale.
Confrontato dall’impossibilità di conquistare i cuori e le menti dei cittadini ucraini, e preso atto dell’incapacità di piegarne l’esercito sul campo, il Cremlino ha virato verso la distruzione cieca: bruciare i volumi e polverizzare i depositi di libri scolastici prima della riapertura delle scuole per privare i cittadini ucraini dei supporti fondamentali dell’alfabetizzazione civile. Questa coercizione culturale viaggia di pari passo con i bombardamenti ciechi sulle città e con il tentativo di sfruttare la stanchezza politica delle democrazie occidentali.
Per l’Unione Europea e per l’intero blocco euro-atlantico, le lezioni che provengono tanto dai Balcani quanto da Kyiv contengono un monito politico inequivocabile. L’Europa ha troppo spesso ceduto alla trappola dell’auto-deterrenza o dell’opportunismo politico, trattando le guerre culturali, la memoria storica e la disinformazione come dettagli secondari. Rimanere inerti di fronte alla distruzione della memoria ucraina o tollerare la glorificazione del revanchismo etnico a Belgrado significa spianare la strada alle quinte colonne dell’autocrazia e accettare la progressiva erosione dell’ordine internazionale basato sulle regole. I regimi autoritari avanzano ogni volta che le democrazie scambiano la propria riluttanza al rischio per prudenza diplomatica.
Sostenere con decisione le scuole, le case editrici, le università e la ricostruzione culturale dell’Ucraina non è una semplice opera di solidarietà morale o di assistenza umanitaria. È un imperativo politico e strategico di difesa collettiva: significa riaffermare che la libertà di una nazione si fonda sul diritto inalienabile di custodire la propria lingua, la propria storia e il proprio futuro.






