Israele e noi. L’incubo di Ben Gvir può finire, quello antisemita no
Diritto e libertà

In Israele la pena di morte è tornata ieri al centro del confronto politico nel modo più rumoroso e prevedibile. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha diffuso uno spot elettorale girato nel cantiere di una struttura carceraria destinata alle esecuzioni dei palestinesi condannati per terrorismo, promettendo che queste – in base alla nuova legge approvata recentemente alla Knesset – torneranno finalmente a essere eseguite. L’ultima fu quella di Adolf Eichmann nel 1962.
Ci sono buone speranze che non sarà così e che Ben Gvir e gli altri apologeti dell'assassino di Rabin, a cui oggi, per responsabilità di Netanyahu, pur da piccola minoranza (nei sondaggi recenti, meno del 10% dei voti) è concesso di dettare legge nella politica israeliana, alle elezioni del prossimo 27 ottobre escano ridimensionati e marginalizzati e che Israele sopravviva alla fascistizzazione dell'ideale umanistico e democratico del sionismo, che è ben lungi dall’essersi compiuta.
La democrazia israeliana non è (ancora) Ben Gvir e Smotrich, come quella tedesca non è (ancora) l'Afd dei nazisti in doppio petto e quella italiana non è (ancora) Vannacci e la sua masnada di fascisti brava gente. Da questo punto di vista, i rischi interni che corre Israele non sono molto diversi da quelli della gran parte delle democrazie occidentali, a partire dagli Usa, che l’inquilino della Casa Bianca sta tentando di trasformare in una monarchia assoluta e, se del caso, pure ereditaria.
Israele continua invece a correre, a differenza di altre democrazie, ben più gravi rischi esterni, che non sono solo costituiti dalle diverse fazioni e nazioni islamiste impegnate nell’obiettivo della liberazione della Palestina dal fiume al mare, cioè della distruzione di Israele e dell’uccisione di tutti gli ebrei israeliani (e anche di quelli non israeliani), ma anche dalla convergente azione di quell’internazionale palestinista (perfettamente rappresentata da Francesca Albanese), che non si limita affatto a denunciare i disegni e gli abusi dei suprematisti ebraici, ma ravvisa nella loro stessa presenza la prova provata della natura intrinsecamente coloniale e criminale di Israele e interpreta ogni disegno e atto terroristico contro lo stato ebraico come una conseguenza inevitabile, anche se dolorosa, del peccato originale del 1948.
Tutta la retorica sul genocidio per guerra e per fame di Gaza – che non ha alcun fondamento, a prescindere dai crimini di cui le forze di difesa israeliane sono accusate e potrebbero anche essere colpevoli – è la continuazione, con altri mezzi, della retorica umanitaria contro l’esistenza di Israele come potenza occupante e genocidaria, in quanto escrescenza etnico-religiosa estranea al tessuto politico-sociale della Palestina. Una retorica che è iniziata ben prima che non solo Ben Gvir e Smotrich fossero al governo, ma nascessero.
Se quindi si può sperare che alle prossime elezioni Israele si risvegli dall’incubo suprematista, non si può affatto sperare che il mondo democratico si liberi da quell’incubo antisionista (cioè antisemita) che è destinato ad accompagnare ancora a lungo non solo la storia del Medioriente, ma dell’intero Occidente. Un incubo che non è iniziato con l’ingresso nell’esecutivo degli eredi di Baruch Goldstein e di Meir Kahane e non finirà con essi.
Un incubo in cui le migliaia di esecuzioni realizzate nei paesi arabi e islamici, dall'Iran all'Arabia Saudita, peseranno come una piuma e quelle solo minacciate da una minoranza facinorosa della politica israeliana saranno fatte pesare, dalle stesse persone, tonnellate per alimerntare il discredito dello stato ebraico e assolvere i pogrom "che non vengono dal nulla".






