Dopo Berlino. La libertà delle persone Lgbti+ è la sfida della democrazia europea a tutti i suoi nemici
Diritto e libertà

«Ich bin schwul, und das ist auch gut so» – «Sono gay. E va bene così». Quando nel 2001 Klaus Wowereit pronunciò questa frase durante la campagna elettorale che lo avrebbe portato alla guida di Berlino, non stava “confessando” la propria omosessualità. Stava compiendo un gesto politico, trasformando una condizione apparentemente privata in una rivendicazione pubblica di cittadinanza.
Diceva a una società intera che non c’era più nulla da nascondere; nulla per cui scusarsi, come per una mancanza, o di cui vergognarsi, come di una colpa; nulla che potesse giustificare una scala di riguardo civile tra cittadini; nulla che imponesse a chi aspirava a guidare una delle più importanti capitali europee di chiedere permesso o immunità rispetto ai pregiudizi della maggioranza.
A distanza di venticinque anni quella frase conserva una forza sorprendente, non soltanto perché continua a rappresentare una pietra miliare nella storia dei diritti civili europei, ma perché ogni volta che una persona viene aggredita per il proprio orientamento sessuale o affettivo o per la propria identità di genere, quelle parole tornano a essere un atto di resistenza civile. Ogni aggressione contro una persona lgbti+ è anche un'aggressione contro il principio liberale secondo cui lo Stato tutela l'individuo indipendentemente da ciò che egli è e da ciò che tutti gli altri ritengono che egli sia. Quando una minoranza viene espulsa dallo spazio pubblico o segregata in uno spazio di minorata rispettabilità civile, nessuno può considerarsi davvero al sicuro con la protezione di una qualsivoglia maggioranza: sessuale, etnica, nazionale o religiosa che sia.
È per questo che, con l’Associazione radicale Certi Diritti, domenica 2 agosto, davanti al Consolato della Repubblica Federale di Germania a Milano, abbiamo voluto esprimere solidarietà alla comunità lgbti+ tedesca dopo quanto avvenuto durante il Christopher Street Day di Berlino, non soltanto per manifestare vicinanza alle vittime e alle persone colpite, ma perché ciò che accade a Berlino riguarda l’Europa intera e la qualità e la sicurezza delle nostre democrazie.
L'attentato terrorista contro il Christopher Street Day segna, infatti, anche uno spartiacque storico. Per decenni i Pride europei hanno rappresentato un caso quasi unico nel panorama delle grandi manifestazioni politiche di massa: eventi attraversati da conflitti politici, contestazioni e minacce, ma che non erano mai stati colpiti da un attentato terroristico capace di provocare vittime. Questa eccezione è finita. Anche il campo delle più intime libertà personali è diventato un campo di battaglia della guerra contro un più generale principio di libertà politica e civile.
Tutto questo è avvenuto per mano di un terrorista ispirato al fondamentalismo islamico, che il movimento lgbti+ italiano ed europeo conosce perfettamente come un nemico giurato delle libertà personali (non solo di quelle sessuali), ma di cui ha sottovalutato l’aggressività e ha perfino accostato irrazionalmente le istanze di liberazione “anticoloniali” alla resistenza contro quella particolare forma di colonialismo sessuale definita “patriarcato”.
Se però una riflessione autocritica su questa negligenza spetta certamente a quella parte del movimento lgbti+ che da anni osanna i “queer for Gaza” (dove gay e trans vengono ammazzati – e basta) e prova ad espellere le rappresentanze ebraiche dai Pride per complicità oggettiva nel genocidio, non si deve tacere sulle pelose sollecitudini pro lgbti+ di una destra che scopre i diritti dei gay quando diventano bersaglio dell’odio islamista, dopo avere fiancheggiato per anni l’odio nominalmente cristiano degli Orbán, dei Putin e dei difensori dei valori tradizionali, che vogliono ricacciare l’orgoglio omosessuale nel sommerso della vergogna o della galera.
Dopo Berlino è venuta meno l'illusione che lo spazio pubblico europeo fosse ormai definitivamente sottratto alla violenza contro chi rivendica libertà, uguaglianza e diritti. Nessuna identità collettiva – sia essa nazionale, religiosa, etnica o ideologica –può prevalere sulla dignità e sulla libertà dell’individuo. È proprio questo principio a essere messo sotto pressione in molte parti del mondo: assistiamo alla crescita di movimenti politici che hanno trasformato le persone lgbti+ in un bersaglio culturale, utilizzandole come strumento propagandistico di mobilitazione identitaria. In diversi Paesi europei vengono messi in discussione il riconoscimento delle famiglie omogenitoriali, l’accesso ai diritti riproduttivi, la libertà delle associazioni, il principio stesso di uguaglianza davanti alla legge.
L’implicito dell’agire politico di questi governi e gruppi ideologici estremisti è sempre lo stesso: restringere la libertà di alcuni per rassicurare la maggioranza. Sarebbe però un errore interpretare questi fenomeni come episodi isolati o attribuirli a un'unica matrice ideologica.
È difficile considerare casuale che, negli ultimi anni, governi autoritari e movimenti nazionalisti di aree geografiche profondamente diverse abbiano individuato nelle persone lgbti+ uno dei bersagli privilegiati della propria propaganda. Dalla Russia di Vladimir Putin all'Ungheria di Viktor Orbán, dalla Georgia alla crescente ondata repressiva in diversi Paesi dell'Africa occidentale, fino all'Iran e all'Afghanistan dei talebani, linguaggi differenti convergono in una medesima strategia politica: trasformare una minoranza in una minaccia simbolica attraverso la quale ridefinire i confini della comunità nazionale e consolidare il potere.
La criminalizzazione delle persone lgbti+ non è un effetto collaterale dell'autoritarismo. È una tecnologia di governo e un dispositivo di potere. Serve a produrre conformismo, a delimitare il perimetro della cittadinanza, a convincere la maggioranza che la propria sicurezza dipenda dalla limitazione della libertà di qualcun altro. Lo schema è sempre lo stesso: si costruisce un nemico interno, lo si trasforma in un pericolo per l'ordine sociale e, in nome della sua neutralizzazione, si restringono progressivamente gli spazi di libertà di tutti.
Sarebbe però un errore fermarsi a questo livello di analisi e lasciarsi convincere che siano, per la maggior parte, i governi e i gruppi di potere conservatori e di estrema destra a fomentare la violenza, anche istituzionale, contro le persone lgbti+, e che quindi questa possa essere spiegata attraverso categorie politiche semplicistiche.
La realtà è più complessa, e proprio per questo l’analisi richiede più rigore: chi si batte per le libertà individuali pretende complessità, non soluzioni semplici, preconfezionate, adatte all’ideologia maggioritaria del momento; e in una democrazia non si può pensare di governare attraverso i pregiudizi, ma attraverso la conoscenza. Per questo il contrasto alla violenza anti-lgbti deve fondarsi sui dati, sulla ricerca, sulla prevenzione, sulla formazione e sulla capacità delle istituzioni di comprendere i fenomeni prima di combatterli e, quindi, di far discendere da ciò decisioni politiche che siano anche soluzioni razionali.
Allo stesso tempo, il rifiuto delle generalizzazioni non può trasformarsi nel rifiuto di guardare la realtà. Se esistono contesti culturali, religiosi o sociali nei quali determinate forme di violenza sono documentate, devono essere analizzati e affrontati senza reticenze, non per criminalizzare comunità intere, ma per difendere soprattutto le persone più vulnerabili all’interno di quelle comunità. Le prime vittime del fondamentalismo sono spesso proprio coloro che appartengono alle comunità che quel fondamentalismo pretende di controllare, reprimere, marginalizzare, invisibilizzare: donne e uomini lgbti+ costretti a lasciare i propri Paesi, giovani respinti dalle famiglie, persone che subiscono una doppia discriminazione, prima nel luogo di origine e poi nelle società di arrivo anche a motivo del loro background migratorio.
Sottolineare tutto questo e battersi per la difesa dei loro diritti negati nei contesti fondamentalisti dove vivono o da cui scappano per salvarsi la vita non indebolisce il principio dell’accoglienza, che è ancora un cardine europeo, né stigmatizza quei contesti o le appartenenze religiose e culturali: rende il discorso intrinsecamente coerente con lo stato di diritto, con i principi democratici europei e con i diritti inalienabili della persona.
Dire che nessuna religione può essere una zona franca rispetto ai diritti umani non significa alimentare l’odio verso una fede, ma farsi concretamente responsabili dei principi universali che informano i diritti individuali. Denunciare il fondamentalismo religioso non significa essere contro i credenti: la libertà religiosa protegge i credenti, non le dottrine, e nessuna religione può rivendicare di essere esentata dagli obblighi dello Stato di diritto, né può ritenersi immune dalla critica, dalla discussione pubblica, dalla satira o dal semplice sberleffo.
Guardando oltre i confini europei, emerge un fenomeno ancora più preoccupante. In alcune aree dell’Africa occidentale si sta sviluppando un laboratorio politico nel quale la criminalizzazione delle persone lgbti+ viene utilizzata come strumento di consolidamento di regimi autoritari. Non si colpiscono più soltanto comportamenti individuali: vengono messi in discussione la libertà di associazione, la possibilità di esistere nello spazio pubblico, il diritto stesso di essere riconosciuti come individui con diritti inalienabili. È lo stesso schema osservato nella Russia della cosiddetta legge sulla “propaganda lgbt”: trasformare una minoranza in un nemico simbolico per rafforzare un modello politico fondato sull’obbedienza e sull’omogeneità sociale.
Dietro fenomeni diversi tra loro emerge una convergenza inquietante. Movimenti nazionalisti, reti dell’estrema destra, governi autoritari e fondamentalismi religiosi possono avere origini e linguaggi differenti, ma condividono una stessa idea del potere: la persona deve essere subordinata a un’appartenenza collettiva. Questa è la vera internazionale anti-diritti del nostro tempo.
La risposta non può essere una nuova forma di identitarismo contrapposta ad altri identitarismi. Ma, a nostro avviso, è necessario che sia un rinnovato universalismo dei diritti umani. Universalismo significa affermare che nessuno perde dignità, libertà, sicurezza, diritti per la propria origine, la propria religione, la propria nazionalità o il proprio orientamento sessuale o affettivo o per la propria identità di genere. Significa respingere insieme il razzismo e l’omofobia, l’antisemitismo e il suprematismo, l’islamofobia e l’islamismo. Alla radice di tutte queste forme di oppressione c’è la stessa pretesa: che la libertà individuale venga piegata al controllo di un potere che dissolve nella massa le specificità, le prerogative e l’unicità dell’individuo; che la parte venga sacrificata a un tutto immaginario, ideologico, ossessivo e necrofilo.
La tradizione radicale si muove proprio in questo alveo: stare dalla parte delle persone, non appiattirsi sulle appartenenze. È la stessa scelta che ha portato a difendere il divorzio, la libertà di coscienza, la libertà della ricerca scientifica, la laicità delle istituzioni e i diritti delle persone lgbti+. Marco Pannella ricordava che la nonviolenza è Satyagraha, forza della verità. E la verità oggi è che la libertà non può essere difesa selettivamente. Non possiamo denunciare un autoritarismo e ignorarne un altro. Non possiamo combattere un pregiudizio e tollerarne un altro perché politicamente più conveniente. La verità non è nemica della libertà: è il suo presupposto.
L'Europa che vogliamo difendere non è definita dal sangue, dalla religione o dalla tradizione. È definita dallo Stato di diritto, dal costituzionalismo liberale, dall'idea che ogni individuo abbia una dignità inviolabile. La libertà non appartiene all'Occidente né all'Oriente. Non appartiene ai cristiani, ai musulmani, agli ebrei o ai non credenti. Appartiene alla persona.
«Ich bin schwul, und das ist auch gut so». «Sono gay. E va bene così». Sono libero, e continuerò a esserlo. È questa la promessa che quella frase conteneva venticinque anni fa. Ed è questa la promessa che una democrazia europea degna di questo nome deve continuare a mantenere.
L'autrice è presidente dell’Associazione radicale Certi Diritti






