attentato berlino grande

Dopo attentati come quello di Berlino, che è stato solo l’ultimo di una serie interminabile, le prime reazioni sono quelle più istintive: il lutto e la paura.
Il lutto per quelle vite spezzate, per quelle famiglie che non riabbracceranno più i loro figli, per gli amici che ora dovranno convivere per sempre con un vuoto al quale non riescono a trovare alcuna giustificazione. 
E la paura che possa succedere di nuovo, in qualunque momento, in qualunque delle nostre città: l’Italia (che si riteneva immune al terrorismo islamico per vari motivi, non tutti onorevoli) ha pianto pochi giorni fa la donna travolta a Modena da Salim El Koudry e morta in ospedale dopo giorni di agonia.


Sull’onda di questi sentimenti più che naturali, tuttavia, ci indigniamo e commentiamo la tragedia concentrandoci su aspetti che, benché importanti, sono ombelicali e tutti interni al recinto delle nostre società. 
Ci chiediamo, ad esempio: perché l’attentatore era stato rilasciato dopo l’arresto precedente? Perché i giovani si radicalizzano? Che fare con l’immigrazione islamica? Quanto c’entra la ghettizzazione?
Queste domande sono legittime, ma insufficienti. 
Perché un Abdoul Ballout o un Salim El Koudry non è solo un prodotto in vaso delle società occidentali con le loro eventuali storture. 


Un musulmano fanatico guarda sempre nello specchietto retrovisore, per ovvi motivi, il suo paese di origine e in generale il “mondo islamico”, contrapponendolo al mondo degli “infedeli” in uno scontro millenario all’ultimo sangue che i seguaci del Profeta sarebbero destinati a vincere. 
Online non è raro trovare cartine propagandistiche che indicano in verde i paesi già conquistati dall’Islam segnando le nazioni europee come imminenti nuove conquiste, la cui caduta è solo questione di tempo. 


Questo racconto ovviamente è falso e semplificatorio. Sappiamo che i governanti moderati non risparmiano sforzi, dalle Maldive al Marocco, per prendere le distanze dai movimenti terroristici, finendo spesso in cima alla loro lista nera. 
Sappiamo che l’Egitto sotto i Fratelli Musulmani sarebbe stato un incubo rispetto a com’è sotto Al-Sisi, e che l’Algeria è un partner molto più gestibile dopo la vittoria dei militari di come sarebbe stata dopo una vittoria del Gruppo Islamico Armato. 
Sappiamo che gli emiratini non mandano i loro figli a studiare nelle università inglesi per paura che tornino radicalizzati. 


Tutto questo è vero.
Ma nella testa di un trentenne esaltato, con ogni evidenza, la continuità prevale sulla discontinuità, la differenza tra “islamico” e “islamista” si assottiglia fino a scomparire, e la giustizia fai-da-te imposta con gli attentati nella Dar-al-Harb ha qualche stretta parentela con la giustizia ufficiale amministrata secondo i codici nella Dar-al-Islam.
Se schiacciare quindici ragazzi del Pride sotto un furgone è un crimine di una brutalità e di una gratuità inaccettabili per milioni di musulmani, è vero pure che l’omosessualità viene punita con le frustate e potenzialmente con la morte in 13 dei paesi dove sono maggioranza, e con l’incarcerazione in altri 35. 
Di fatto, se si escludono gli stati balcanici (Albania e Bosnia) e gli “stan” centroasiatici che avevano fatto parte dell’Unione Sovietica, tutti gli altri esercitano pubblicamente qualche forma di violenza contro gli omosessuali. 
Persino la Turchia, che ancora si salvava in virtù di un codice penale copiato da quello napoleonico nel lontano 1858, ora sta discutendo un disegno di legge per tornare sui propri passi.

Ora, la libertà sessuale è considerata una questione profondamente controversa fuori dall’Occidente, ma un discorso simile si può fare per le libertà di espressione e di culto. Se tagliare la testa a Samuel Paty è un gesto sanguinario che nessun buon musulmano compirebbe, è vero pure che la bestemmia contro Dio o contro il profeta Maometto viene punita con l’arresto in 34 paesi a maggioranza islamica (in 9 si arriva alla condanna a morte). 
Tra questi paesi figurano quelli più aperti e filo-occidentali, come Malesia e Arabia Saudita, accanto a quelli più arretrati e ostili, come la Somalia o il Pakistan. Ci sono i feroci talebani ma anche i tolleranti indonesiani. 
Difficile non considerarlo un assunto generale, soprattutto quando si è un ragazzino che si sta radicalizzando sui social.

Se sparare sui bagnanti ebrei in una spiaggia di Sydney susciterebbe sdegno in tanti bravi seguaci del Corano (compreso il fruttivendolo Al-Ahmed che ha disarmato il terrorista), è vero pure che nei paesi a maggioranza islamica gli ebrei, di fatto, non possono più risiedere. Fanno eccezione Turchia, Iran e Azerbaijan, dove comunque non ne resta che qualche migliaio.

Se entrare in una chiesa a Nizza sgozzando un sagrestano e due parrocchiane non passa neanche per l’anticamera del cervello a un musulmano normale, è vero pure che chiedere il battesimo o “far vacillare la fede di un musulmano” comporta tuttora il carcere, la morte o la perdita dei diritti civili nei principali paesi della umma.

Certo, chiunque si accorge che c’è una sproporzione abissale tra chi vendica nel sangue un oltraggio a Dio con le proprie mani in un paese terzo e chi lo vendica in casa propria seguendo i riti giuridici opportuni. 
Ma resta il fatto che il mondo islamico, anche nei suoi avamposti più moderni, non ha ancora rinunciato alla sua grande illusione di fondo: quella di essere destinato da Dio a un’espansione irreversibile, che dalle roccaforti già pacificate (dove ogni defezione è vietata, cristiani ed ebrei sono ridotti in recinti controllati e l’ateismo è legalmente inconcepibile) si slancia ogni volta verso nuovi trionfi, con le cattive quando può e con le buone quando non può. 


Può piacerci o non piacerci, ma questo è un frame di lettura della storia perfetto per un giovane aggressivo e disperato sulla via del fanatismo. 
E finché gli stati musulmani moderati lo attenuano, lo mascherano, lo regolano, ma non lo eliminano, i terroristi continueranno a spuntare come funghi. 


Finché gli stati della Dar-al-Islam non cominceranno anch’essi a concepirsi come un terreno di gioco neutro e contendibile, dove ogni cittadino sceglie la sua religione in piena libertà e senza alcuna conseguenza legale e può contestare la religione predominante senza rischi per la propria sicurezza, noi che viviamo nella Dar-al-Harb ci troveremo sotto l’attacco incessante di autoproclamati guerrieri santi che provano a modellare i nostri paesi secondo il loro stampino di partenza.
Delle due l’una: o qualcuno, per coraggio o per interesse, spezzerà quello stampino, o i tentativi spontanei di modellarci a colpi di camion sulla schiena proseguiranno senza fine nelle nostre città.