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Un sistema giornalistico, dell’informazione e dell’intrattenimento sistematicamente attivo nella pubblicazione di notizie false, non verificate o contraddette da evidenze contrarie costituisce, per definizione, un problema sistematico. Se poi quel sistema è presidiato da un regime sanzionatorio e deontologico bensì impostato a vigilare sulla pubblicazione delle notizie false, ma sistematicamente inerte quando si tratta di rilevarle e sanzionarne la divulgazione, allora significa che il problema è doppio: il sistema non solo genera quel flusso sistematico di notizie improbabili, ma vigila, preservandola, sulla propria impunità anziché vigilare affinché non sia libera e impunita quella disseminazione.

Un piccolo corteo di esempi può aiutare a comprendere ciò di cui stiamo discutendo.

Il 14 Febbraio 2026, il giornalista Marco Travaglio dichiarava che ci sarebbero stati “72 mila morti ammazzati a Gaza da parte dell’esercito israeliano, di cui secondo lo stesso esercito israeliano l’83% civili, inermi”. La notizia appariva falsa, e in ogni caso contraddetta giacché l’esercito israeliano ha contestato di aver mai fatto quel riconoscimento.

Il 30 giugno 2025, il giornalista Aldo Cazzullo scriveva che la guerra di Gaza è “costata almeno sessantamila vittime civili”. La notizia appariva falsa, e in ogni caso confliggeva con i dati resi disponibili dallo stesso Ufficio Centrale di Statistica dello Stato di Palestina il quale, neppure distinguendo tra civili e combattenti, a quell’altezza di tempo dichiarava numeri inferiori.

Il 5 Giugno 2025, il giornalista Corrado Formigli affermava: “Oggi Israele è quello che abbiamo visto a Gaza, oggi nel mondo Israele è quello, sono sessantamila morti civili”. La notizia appariva falsa, o quanto meno contraddetta da evidenze contrarie. L’Ufficio Centrale di Statistica dello Stato di Palestina - il quale, appunto, nel conto delle morti non fa distinzioni tra civili e miliziani, definiti tutti “martiri” - informava che a quell’altezza di tempo, anzi addirittura alcuni giorni dopo (9 Giugno 2025) il numero dei morti totali ammontava a circa 56 mila. La cifra indicata da Corrado Formigli appariva incongrua anche alla luce di un rapporto OCHA il quale, al 25 Giugno 2025, ancora una volta senza distinzione tra civili e combattenti, riferiva di un totale di 56.156 morti.

Il 25 Settembre 2025, la giornalista Lucia Goracci riportava nel modo seguente presunte dichiarazioni di Benjamin Netanyahu a proposito del riconoscimento dello Stato di Palestina: “è un premio ai killer del 7 ottobre e agli stupratori… a chi ha bruciato bambini…” e osservava che “quest’ultima è stata più volte dimostrata essere una fake news”, insistendo più volte in argomento (“è una fake news…”, continuava Lucia Goracci, riferendo che la falsità della notizia sarebbe stata certificata “da varie inchieste giornalistiche”). Le presunte notizie diffuse da Lucia Goracci apparivano false. A tacere delle testimonianze dirette, che confermano l’accaduto, la notizia relativa a persone bruciate - bambini compresi - da parte dei miliziani e dei civili palestinesi responsabili degli attacchi del 7 Ottobre 2023 è stata documentata e accertata più volte, in più sedi (si vedano, tra gli altri, gli atti relativi alle conclusioni in data 10 Giugno 2024 trasmesse a Human Rights Council e annesse al rapporto ufficiale A/HRC/56/26).

Il 30 Gennaio 2026, il giornalista Nico Piro scriveva: “da ieri sappiamo che le forze armate israeliane danno per buoni i ‘numeri di Hamas’: 71mila i morti (ammazzati da Israele) a Gaza”. Spiegava Nico Piro che si sarebbe trattato di una “rivelazione del quotidiano progressista israeliano Haaretz”, il quale avrebbe appunto “rivelato che l’IDF ha accettato il conteggio delle vittime fatte dal ministero alla salute di Gaza, pari a 71mila morti”. La notizia appariva falsa. “L’esercito israeliano”, infatti, non ha mai fatto quel presunto riconoscimento (al contrario, ha immediatamente smentito quella presunta notizia per il tramite del proprio portavoce).

Il 27 Ottobre 2025, il giornalista Sigfrido Ranucci dichiarava di aver subito pressioni rivolte a impedirgli di adottare nelle sue trasmissioni, a proposito della guerra di Gaza, il termine “genocidio”. E spiegava, nel denunciare quelle presunte pressioni inibitorie, che si tratterebbe di “un termine che era stato già usato dalle corti internazionali”. La notizia appariva falsa. Nessuna “corte internazionale”, infatti, ha usato quel termine nel senso falsamente suggerito da Sigfrido Ranucci, e cioè nel senso che le “corti internazionali” avrebbero ritenuto fondata l’ipotesi del genocidio a proposito della guerra di Gaza.

Il 29 Gennaio 2026, il giornalista Nello Scavo scriveva: “A Gaza ci sono stati più di 70mila morti. Ora lo conferma anche Israele”. La notizia - come sopra abbiamo visto discutendo dell’analoga, presunta notizia pubblicata da Nico Piro - appariva falsa.

Nel corso di una puntata dell’ottobre 2024 del programma L’aria che tira, trasmesso dall’emittente La7 e condotto da David Parenzo, la giornalista Giovanna Botteri domandava: “Potranno i palestinesi dimenticare quei cinquantamila civili uccisi a Gaza?”. La domanda supponeva che fosse documentato e pacificamente acquisito il fatto che, a quell’altezza di tempo, a Gaza fossero appunto stati uccisi cinquantamila civili. Senonché l’Ufficio Centrale di Statistica dello Stato di Palestina - il quale, si ripete ancora, neppure distingue tra civili e combattenti - informava che a quell’altezza di tempo i morti totali ammontavano a circa 42 mila. Se fosse stato rispondente, il dato fornito da Giovanna Botteri avrebbe implicato che nessun combattente era stato sino ad allora ucciso, e che i civili uccisi ammontavano a un numero superiore rispetto al numero totale dei morti. Il dato spacciato da Giovanna Botteri appariva incongruo persino alla luce di rilevazioni successive dello stesso Ufficio palestinese che, rispettivamente all’11 Novembre 2024 e al 22 Gennaio 2025, denunciavano 44.383 e 48.032 morti totali.

Potremmo continuare a lungo, come si dice, ma ci sembra che questo piccolo elenco sia sufficientemente esemplare: su un argomento tanto urgente e delicato si è avuto quel profluvio di falsità, contraddizioni e sciatterie (dis)informative senza che si attivassero in modo appagante, anzi in nessun modo, i meccanismi reattivi di un ordinamento di tutela - l’Ordine dei giornalisti - impegnato meno a correggere che a legittimare e accreditare quella sistematica aggressione alla conoscenza pubblica.