La pace di Pupo. Sanremo senza l’Ucraina, Sanremo contro l’Ucraina
Diritto e libertà

Tra le tante polemiche poco utili che caratterizzano e hanno sempre caratterizzato la settimana sanremese, una che avrebbe avuto senso portare avanti quest'anno, ma che è stata sollevata da pochissimi, è quella sul silenzio nei confronti dell'Ucraina.
Sanremo 2026, viste le Olimpiadi invernali, è casualmente iniziato il giorno - 24 febbraio - dell'anniversario dell’invasione su larga scala dell’Ucraina: sarebbe stato pure piuttosto semplice organizzare un messaggio di solidarietà per un paese martoriato, in ricordo del quarto anno di guerra; invece nessuna iniziativa, zero parole in proposito, un silenzio di tomba che ai più è pure parso stare bene.
Dall'evento nazionalpopolare per antonomasia - e in questo senso massimamente politico - sarebbe stato lecito aspettarsi, anche perché prodotto dal servizio pubblico della Rai, almeno una corazza rispetto alle retoriche pacifiste e programmaticamente anti-ucraine che da quattro anni accompagnano il concorso esterno italiano (e non solo italiano) all’operazione speciale di Putin. Condannare la guerra in maniera generica, come è stato fatto, non aiuta infatti né la comprensione dei fenomeni, né l’individuazione dei responsabili.
Il flusso di coscienza di un pacifismo da parata non aiuta la formazione della coscienza, ma la confusione manipolatoria che ragguaglia alla voce “guerra” la resistenza degli aggrediti alla violenza degli aggressori. L’invocazione della pace come forma privilegiata di guerra ibrida, insomma, rimanendo nel quadro di quel superficiale che genera disordine, piuttosto che chiarificazione.
Non si è parlato della tragedia ucraina, ma si è accettata senza alcun dilemma la co-conduzione della modella russa Irina Shayk, che non ha mai preso le distanze dall’autocrazia putiniana e che ha respinto in nome dell’amore e della musica una domanda sulla guerra di aggressione.
Poi è toccato ascoltare Pupo, che ha mischiato con Dargen D’Amico "Il disertore" di Boris Vian e la melodia ebraica di "Gam Gam", messaggi e parole che se intonate da un cantante che non ha problemi a farsi pagare, per sua stessa ammissione, dalla Russia di Putin risultano perlomeno poco credibili. Tutto questo avveniva mentre in contemporanea proseguivano i crimini dell'esercito russo, che nelle stesse ore era occupato nel tentativo di cancellare Kostantynivka, città nella quale vivrebbero ancora 2mila persone, con il fosforo bianco.
Senza mettere in competizione i drammi, la cui dignità è o dovrebbe essere la stessa, di Palestina e Gaza si è ad esempio pure parlato, anche correttamente o comunque lecitamente (Levante prima, Ermal Meta poi). Il punto non è però questo. Il tema centrale è che Sanremo ha mostrato verso l'Ucraina la stessa sensibilità che contraddistingue gran parte del sistema informativo, della comunicazione e dell'industria culturale. Che è poi la stessa, scarsissima sensibilità italiana verso causa ucraina, aggressione nei confronti di uno stato libero e indipendente indisponibile a farsi cancellare e massacro continuo di una popolazione civile, che continua a intristire e sfiduciare terribilmente.
Le infiltrazioni ibride in Italia hanno mietuto i loro successi: nello spettacolo nazionalpopolare della commozione facile e dell’“un bell’applauso”, nessuna commozione e nessun applauso per gli ucraini.






