La sentenza su Sea Watch, al di là della demagogia
Diritto e libertà

Ha fatto molto discutere la recente sentenza del tribunale civile di Palermo che ha condannato il ministero dell’interno a risarcire la Sea Watch.
Poiché su questa storia si sono sprecati commenti di ogni genere, è opportuno fare un minimo di chiarezza. Va precisato, innanzitutto, che la sentenza non ha alcun legame con gli aspetti penali della vicenda, oggetto di altro giudizio, già definito, e riguarda unicamente il sequestro amministrativo della nave.
Ciò premesso, occorre fare una breve cronistoria degli accadimenti, necessaria per comprendere i motivi della condanna risarcitoria:
- Il 12 luglio 2019 la nave viene sottoposta a sequestro amministrativo dalla Capitaneria di Porto con la contestazione di varie irregolarità;
- il 21 settembre 2019 i legali della Sea-Watch propongono ricorso al prefetto chiedendo la restituzione della nave;
- ai sensi dell’art. 19 della legge 689/1981, la prefettura avrebbe dovuto pronunciarsi sul ricorso entro dieci giorni, ma il termine è inutilmente decorso senza che venisse adottato alcun provvedimento;
- all’inerzia dell’autorità, la disposizione di legge sopra citata fa conseguire di diritto l’accoglimento tacito del ricorso, con conseguente decadenza del provvedimento di sequestro a far data dal 1 ottobre 2019 e contestuale obbligo di restituzione della nave alla proprietaria
- nonostante il venir meno del sequestro, la prefettura non dette corso alla restituzione della nave alla ONG proprietaria, che si rivolse al giudice civile ottenendo, grazie a un provvedimento di urgenza a tutela del proprio diritto, la restituzione della nave il 19 dicembre 2019.
Dal succedersi dei fatti si evince che la nave è stata illegittimamente bloccata in porto per circa due mesi (dal 1 ottobre, data del venir meno del sequestro al 19 dicembre, data della materiale restituzione della nave), per cui la ONG proprietaria ha chiesto e ottenuto di essere risarcita del danno sofferto per non averne potuto disporre in tale periodo.
Come è stato determinato l’ammontare del risarcimento? Da quanto ho potuto leggere consultando la stampa che se ne è occupata, sono state riconosciute alla Sea-Watch le spese per lo stazionamento in porto (documentate in euro 39mila circa), le spese documentate per il carburante e la manutenzione degli impianti (euro 31.500) e le spese del procedimento di urgenza che aveva disposto la restituzione della nave alla ONG proprietaria.
Per lo stato poteva andare peggio, perché il tribunale ha rigettato le ulteriori richieste di Sea-Watch di un risarcimento per il danno di immagine e l’impossibilità di dar corso all’attività statutaria, limitando l’importo del risarcimento, come detto, alle sole spese vive sostenute.
Per come sono andate le cose, più che con il tribunale, il governo (e magari anche la corte dei conti) dovrebbe rivolgere le proprie critiche alla prefettura, la cui inerzia ha prima determinato la decadenza del sequestro della nave e poi il danno per la sua mancata restituzione alla ONG proprietaria.
Un’ultima annotazione di chiarezza, visto che la vicenda Sea Watch, nel comune sentire dell’opinione pubblica e della stampa è strettamente legata all’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini: se avete fatto attenzione alle date, vi accorgerete che, quando è avvenuto il corto circuito amministrativo (la mancata risposta della prefettura sul ricorso di Sea Watch e l’ancora più ingiustificato rifiuto di dar corso alla restituzione della nave), la titolare del ministero degli interni era invece Luciana Lamorgese, entrata in carica il 5 settembre con il giuramento del secondo governo Conte, sostenuto da PD e M5S.
La responsabilità politica ultima di questa paradossale debacle dello stato appartiene quindi alle attuali opposizioni contro le quali, curiosamente, né Matteo Salvini, né la presidente del consiglio hanno detto nulla, preferendo criticare la sentenza del tribunale.
Anche questi sono i misteri, per me incomprensibili, della politica odierna, dove i fatti sfumano fino a diventare uno stato d’animo.






