Slava Ukraini! Slava Yevropeys’kiy Armiyi! Gloria all’Ucraina! Gloria all’Esercito europeo!
Diritto e libertà

Alla vigilia del quarto anno dall’invasione russa dell’Ucraina, questo grido non risuona più soltanto come un atto di sfida patriottica o un’invocazione d’aiuto ma è diventato, giorno dopo giorno, la constatazione silenziosa di un fatto compiuto che le cancellerie occidentali faticano ancora a verbalizzare. Sotto i nostri occhi, nelle trincee dell’Ucraina orientale, si è consumata una metamorfosi profonda che sta cambiando per sempre il volto della difesa europea.
Quello che nel febbraio del 2022 era un cittadino-soldato chiamato a una resistenza disperata, armato di vecchi fucili sovietici, di droni comprati su Amazon e di una volontà di ferro, si è trasformato attraverso mille quattrocento giorni di fuoco nell’unico vero soldato europeo della nostra epoca. Non è stato un processo istantaneo, ma un’evoluzione organica, lenta e brutale: il passaggio dal civile che difende la porta di casa propria al professionista che oggi presidia la linea di faglia tra democrazia e autoritarismo. In questi quattro anni, il soldato ucraino ha smesso di essere un mero ricevente passivo di aiuti occidentali per farsi operatore consapevole e critico della più avanzata frontiera tecnologica della NATO. Invece di limitarsi a subire la tecnologia che gli veniva consegnata, l’ha piegata alle necessità di una guerra totale, diventando il primo soldato della storia a gestire una difesa integrata dove il coraggio individuale è diventato il terminale umano di un sistema nervoso digitale europeo e occidentale.
Mentre i difensori di Kyiv compivano questo salto di qualità, dall’altra parte della trincea si consumava una parabola inversa e degradante. L’armata di Mosca ha subito una regressione tecnica e morale che è lo specchio della sua classe politica e intellettuale. Abbiamo visto la flotta russa, un tempo orgoglio imperiale, venire umiliata e virtualmente espulsa dal Mar Nero da una nazione senza una marina convenzionale; abbiamo visto un esercito ridursi a elemosinare droni all’Iran e munizioni alla Corea del Nord. La de-modernizzazione russa è diventata l’antitesi grottesca dell’integrazione ucraina. Mosca è stata costretta a colmare i vuoti con un mosaico di disperazione: mercenari della Wagner orfani dei loro capi, volontari nordcoreani e disperati reclutati nelle periferie del mondo attraverso contratti capestro. È qui, in questo divario tra il soldato di Kyiv e il lanzichenecco di Mosca, che si legge il vero esito di questi quattro anni di guerra.
“Long Live the European Army!”
Se pronunciassimo questa frase oggi, in una qualsiasi capitale europea o tra i corridoi di Bruxelles, l’eco che ci tornerebbe indietro sarebbe carica di un’ironia amara, quasi feroce. Perché mentre in Ucraina si muore ogni giorno in attesa di forniture che giungono col contagocce delle convenienze elettorali, la tragedia non sta nell’assenza di un esercito europeo, ma nel fatto che l’UE continua attivamente a sabotare l’unica difesa comune che la storia ci ha dato di avere. È una tragica maratona dove la velocità russa nel consumare uomini e droni corre contro i ritardi occidentali e una stasi travestita da procedura. La verità è che l’Europa resta prigioniera di una stanchezza che non è solo logistica, ma morale: la pretesa di godere dei frutti di una difesa integrata senza volerne pagare il prezzo politico, logorando così la fibra stessa delle democrazie occidentali.
Siamo immersi in una fatica democratica che rende i governi fragili, ondivaghi, più preoccupati di inseguire l’umore volatile dei sondaggi che di guardare in faccia l’abisso della propria irrilevanza. In questo vuoto di volontà, assistiamo al paradosso di leader che, da Roma a Budapest, sabotano la sovranità europea in nome di un patriottismo di facciata e hanno barattato il ruolo dell’Europa come soggetto della storia con la sicurezza dell’irrilevanza. Figure come Orbán o Salvini si uniscono in una comune ostilità verso l’unica realtà che ci renderebbe adulti: una difesa integrata. Per queste forze, l’idea di un esercito europeo, di cui l’aiuto all’Ucraina è oggi il sinonimo più concreto, rappresenta il nemico assoluto.
Ma mentre le cancellerie europee restano prigioniere di un’estenuante esegesi su trattati e comandi unificati, la storia ha deciso di scavalcare una politica che ha scelto di esistere solo come rinvio, come dubbio paralizzante e come attesa strategica. Bisogna prendere atto di una verità tanto evidente quanto ignorata: l’esercito europeo è una realtà operativa che sta, faticosamente, nascendo sulle rive del Dnipro e nelle trincee del Donbas. Non accade perché l’Europa abbia trovato il coraggio politico di esistere, ma perché gli ucraini hanno costretto la nostra tecnologia a diventare un sistema unico. Accade nonostante l’Europa. È un’integrazione nata dalla necessità cinetica, dove il soldato di Kyiv ha agito come il catalizzatore di una fusione che gli europei non avevano nemmeno osato teorizzare. È lui che ha preso i pezzi sparsi di un’industria della difesa frammentata - i radar tedeschi, i semoventi francesi, i missili italiani - e li ha saldati in un unico organismo vivente.
Questa integrazione tecnica è la colonna vertebrale di una sovranità operativa nata per necessità. Mentre l’Europa continua da decenni a discutere di protocolli e procedure, il sistema Delta ucraino integra in tempo reale i flussi dati della NATO con le capacità di fuoco europee, creando una consapevolezza situazionale che nessun esercito nazionale dell’Unione ha mai posseduto singolarmente. Ciò che vediamo è il prototipo funzionale della futura difesa europea. È nel codice che fa dialogare un Iris-T con un SAMP/T che l’Europa ha smesso di essere un’astrazione burocratica e sta iniziando a esistere, suo malgrado, come esercito integrato.
L’esercito di Kyiv non è un mero proxy; è, a tutti gli effetti, l’avanguardia di una difesa comune europea. Attraverso strumenti come l’European Peace Facility (EPF) e i regolamenti ASAP ed EDIRPA, l’Europa ha iniziato ad agire come potenza federale e acquirente centrale, forzando la creazione della EDTIB (European Defence Technological and Industrial Base). L’Ucraina non è solo la destinazione dei proiettili; è il laboratorio dove si costruisce l’autonomia industriale del continente. Kyiv ha risolto il dilemma che paralizza l’Europa dal 1954: come fondere tecnologie eterogenee in un’unica rete di comando. Riconoscere l’esercito ucraino come il pilastro della difesa europea significa smettere di parlare di assistenza come se fosse carità e iniziare a parlare di integrazione strutturale.
Il vero esercito europeo è già nato nei campi di battaglia ucraini; è nato nonostante l’Europa, e per questo - a pochi giorni dal quarto anniversario dall’invasione russa dell’Ucraina - è fondamentale, da europeista convinto, ribadire:
“Slava Ukraini! Slava Yevropeys’kiy Armiyi!”






