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La Destra italiana è giustizialista. Lo è nella maniera più becera: è cattivista con i poveri, i diversi, gli emarginati, gli esclusi, i minorenni delle periferie più esposte al disagio. Verso queste persone mostra il culto poliziottesco delle chiavi buttate via, della vendetta di Stato, del fine pena mai, della morte per pena, delle carceri sovraffollate... altro che tutela dei diritti dell'imputato!

In questo contesto, la "riforma della giustizia", la c.d. separazione delle carriere, viene stravolta nel suo significato tecnico e vissuta dalla Destra come prodotto artefatto da subcultura "ostracizzata" finalmente giunta nella stanza dei bottoni (questo intende la Meloni quando si definisce "underdog"). Una riforma in qualche modo "ereditata", non propria, e reinterpretata non come progresso civile ma come un colpo politico contro i "nemici", in questo caso quei pubblici ministeri non allineati, magari dediti alle indagini contro quei nuovi colletti bianchi (alcuni con una precisa storia "nera" alle spalle), quei potenti dell'ultima ora, quella classe di funzionari collaterale a chi governa e legata a precisi interessi elettorali.

L'idea di giustizia che ne emerge è strumentale, quindi, alle esigenze del Potere e l'obiettivo vagheggiato (ma irreale) è l'indebolimento della magistratura nei suoi rapporti con gli "eletti", considerati intoccabili perché scelti dal "Popolo", per ciò in qualche modo sottratti alle regole "comuni" dello stato di diritto.

La cartina al tornasole di questa visione distorta del diritto e della giustizia è stata la reazione di pancia della Meloni sulla Corte dei Conti, l'attacco alla magistratura contabile colpevole di essersi messa contro il Governo - voluto dalla "Gente" - sul tema Ponte sullo Stretto.

La Presidente del Consiglio, contro i "giudici dei conti pubblici" - che per accesso al ruolo e per carriera non c'entrano nulla con il referendum sulla "separazione" - ha utilizzato il tema della "Riforma" come una clava mediatica per censurarne l'operato, come la giusta punizione a fronte delle malefatte realizzate.

Per fortuna, però, queste "intenzioni", "motivazioni", questa aggressività, questi (s)ragionamenti politici della Destra nulla hanno a che fare con la reale dinamica processuale, con le garanzie costituzionali, con il senso giuridico del referendum, con la trasformazione della giustizia che deriverà dall'affermazione del Si.

E ciò non solo perché, evidentemente, la Corte dei Conti e il giudizio di legittimità sulle Delibere Cipess (in tema Ponte, ad esempio) non c'entra nulla con la separazione delle carriere tra pm e Giudici, ma perché, soprattutto - al di là della visione allucinata della Destra al Governo - i due concorsi separati per pubblica accusa e giudici 'terzi', la previsione di due CSM (entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica) e di un'Alta Corte disciplinare, finirà per rafforzare il ruolo del pm, caratterizzandolo professionalmente come "parte" pubblica di un Processo più giusto.
I pubblici ministeri, nel contesto di un processo che vede contrapporsi due soggetti paritari - accusa e difesa - eserciteranno i propri compiti con più autorevolezza, capacità di indagine e gestione della Polizia Giudiziaria, distinguendosi nettamente dalla figura del giudice, mantenendo l'autonomia propria che la Costituzione riconosce a tutti i magistrati, anche a quelli requirenti... altro che soggezione al potere esecutivo!

La caratterizzazione professionale del pm comporterà una formazione specifica e un orientamento del ruolo dell'accusa ancora più incisivo dell'attuale, proiettato ad un compito specifico nel contesto del "Processo accusatorio": il compito di esercitare l'azione penale senza intromissioni governative, agendo come "magistrato inquirente" e "parte dell'accusa"; il compito di realizzare le indagini preliminari con la PG, raccogliendo le fonti di prova sulla colpevolezza (o meno) dell'imputato e formulando l'accusa in giudizio, con l'obiettivo di sostenerla davanti al giudice, sempre tutelando l'interesse pubblico e vigilando sull'osservanza della legge per l'accertamento della verità ... altro che longa manus dei politici!

Al giudice terzo - così come prevede l'art. 111 della Costituzione - toccherà "fare giustizia" al termine di un processo in cui le parti "tecniche" paritarie - pm e avvocato - saranno assolute protagoniste. Certo, la riforma non è perfetta (ma quale lo è mai stata?), per esempio il "sorteggio" merita di essere disciplinato da una legge molto selettiva e precisa e, poi, l’Alta Corte disciplinare così come prevista rischia di essere interpretata come un "giudice speciale", e la Costituzione esclude “nuovi” giudici speciali.

In linea generale, però, è bene ricordarlo, la separazione delle carriere è la dinamica propria del processo accusatorio voluto nel 1988 dal socialista Vassalli e incorporato nel codice di procedura Penale; questo è il processo più aderente al dettato costituzionale, un processo davvero "giusto". La stessa previsione del "sorteggio" per l'accesso dei magistrati ai due CSM è una soluzione corretta che supererà finalmente la deriva cripto partitica dell'attuale CSM, e non è vero che sarà lesa la rappresentatività dell'Organo, per il semplice motivo che il CSM per sua natura non deve rappresentare alcuno.

Non è il parlamentino dei giudici, né una rappresentanza sindacale: è un organo di autogoverno e amministrazione autonoma della magistratura, con il compito costituzionale - art. 104 - di garantirne l'indipendenza. È la deriva attuale, l'impropria politicizzazione, a costituire un vulnus per lo stato di diritto. Ecco perché, anche e soprattutto da posizioni di Sinistra, garantiste e liberal, è più che legittimo votare Sì a questa Riforma.

Le garanzie vere per i cittadini e la vera separazione tra i Poteri non fanno parte, infatti, della tradizione di Destra, i cui esponenti sono giunti oggi a questo approdo di sguincio, di traverso, per interesse e pura mistificazione. Siamo nel campo dell'eterogenesi dei fini e del sacrosanto "ex malo bonum".

Va ricordato, infatti, la storica posizione del Msi prima e di AN poi contro la separazione delle carriere: una posizione organicistica ed inquisitoria, per nulla liberale. La confusione che la Meloni scatenerà - lo sta già facendo - per polarizzare l'attenzione sul Governo e la sua persona, non deve portarci in errore.

Saranno tanti a Sinistra a fare la cosa giusta: voteranno Sì per pm e Avvocati più forti nell'interesse della Verità, di fronte ad un giudice imparziale. I dirigenti dei Partiti progressisti dovrebbero approfondire questi temi, uscendo dalla contrapposizione manichea SI (alla Meloni)/NO (alla Meloni), contendendo alla Destra le buone ragioni tecnico giuridiche e politiche per una battaglia di civiltà che appartiene alla storia dei garantisti e dei sinceri democratici.

Cedere alla narrazione della Meloni, seguirla nella competizione "pro o contro il Governo", accogliere acriticamente la posizione corporativa di questa o quella Associazione che tutela carriere e non il bene comune di un processo equo, non è di Sinistra; perché misconosce le battaglie storiche per i diritti dei cittadini, per un processo libero da improprie commistioni, per una magistratura forte nei diversi ruoli da esercitare e affrancata dalle degenerazioni correntizie che ormai nulla hanno a che fare con posizioni culturali e diffusione di idee plurali.

Non è questo referendum l'occasione politica per la spallata al Governo; può diventare, invece, uno spazio politico plurale per riportare in auge le buone ragioni di Vassalli, ma anche di Marco Pannella, di Enzo Tortora, di Emanuele Macaluso, per fare emergere le tante contraddizioni culturali e programmatiche di una Destra che sta ponendo l'accento non sull'esigenza di buona giustizia, ma sulla vendetta contro presunti avversari politici che allignano nelle aule dei tribunali.

Contro questo "errore" occorre votare Sì: la separazione delle carriere di giudice e di pm, in un contesto di rafforzamento dei ruoli nell'autonomia e nell' indipendenza, è un fattore di razionalizzazione.