giustizia

L’ordinamento tributario italiano vive spesso di oscillazioni, ma raramente la contraddizione emerge con la nettezza mostrata da due recenti decisioni della Cassazione. A distanza di pochissimi giorni, la stessa Corte adotta due criteri opposti per valutare situazioni abitative praticamente sovrapponibili.

Da una parte l’ordinanza n. 28420 del 27 ottobre 2025, relativa all’IMU, che applica un formalismo rigido, impenetrabile, impermeabile ai fatti della vita. Dall’altra la n. 29262 del 5 novembre 2025, attinente alle agevolazioni “prima casa”, che compie un’operazione esattamente inversa: mette al centro la realtà concreta, riconoscendo che non basta la mera esistenza catastale di un immobile per negare un beneficio.

Il contrasto è evidente.

Nel caso IMU, gli Ermellini stabiliscono che due appartamenti contigui, pur utilizzati come un’unica abitazione, non possono ottenere l’esenzione se non sono iscritti o iscrivibili come un’unica unità immobiliare. Non importa che gli spazi siano connessi, che la famiglia viva come in un solo ambiente, che la destinazione d’uso sia unitaria: il catasto decide, la vita reale soccombe. L’imposta prevale sulla sostanza, la burocrazia detta legge sugli usi effettivi. È il trionfo di una concezione notarile del fisco, dove la planimetria vale più dell’esperienza concreta.

A pochi giorni di distanza, però, tutto cambia. Nell’altra decisione (n. 29262/2025), relativa alla presunta mendacità di una dichiarazione per l’agevolazione “prima casa”, la Magistratura di vertice afferma che l’idoneità dell’immobile preposseduto non è una nozione astratta, ma va valutata alla luce delle esigenze personali, familiari e lavorative dell’acquirente. L’esistenza formale di un altro appartamento non basta a negare il beneficio se quell’immobile è troppo piccolo, inadeguato, affittato o comunque non fruibile. Qui i giudici riconoscono ciò che dovrebbe essere ovvio: un’abitazione è tale solo se può davvero essere abitata. La forma cede finalmente alla realtà.

Il risultato? Due principi inconciliabili che convivono nello stesso sistema. Quando si tratta di IMU, lo Stato pretende la massima rigidità: ciò che non è “unico” nel catasto non può essere trattato come unico nel mondo. Quando, invece, la questione riguarda la decadenza dall’agevolazione prima casa, la stessa Corte afferma che l’impossidenza dev’essere letta in chiave sostanziale, non geometrica. Una casa esiste solo se serve effettivamente allo scopo abitativo, non se presenta una particella catastale.

Questa oscillazione mostra il cuore del problema: il nostro fisco non ha un criterio coerente. Alterna due filosofie opposte senza spiegare perché una debba prevalere in un caso e l’altra nel caso successivo. Il cittadino viene così sottoposto a un sistema che non garantisce prevedibilità, bensì incertezza; non tutela diritti, amplifica piuttosto il potere discrezionale dell’amministrazione. Oggi conta ciò che c’è sul catasto; domani conta ciò che avviene nella vita reale; dopodomani, forse, prevarrà un terzo criterio.

Il dato più inquietante è che questa alternanza non riguarda dettagli marginali, investe invece il rapporto essenziale tra individuo e spazio abitativo. La casa non è un bene qualunque: è il luogo dove si svolge la parte più significativa della vita privata. Un ordinamento che oscilla tra forma e sostanza senza coerenza finisce per trasformare il contribuente in un soggetto esposto, che non può fare affidamento sul senso delle norme.

Il paradosso è che la decisione più ragionevole — quella sulla prima casa — resta un’eccezione in un sistema dominato dal formalismo. L’IMU continua a essere un’imposta che non guarda alla realtà dell’abitare, ma a una costruzione cartolare che non dice nulla delle esigenze effettive delle famiglie. E mentre la giurisprudenza, talvolta, recupera buon senso, la struttura complessiva della fiscalità continua a riprodurre logiche rigide, che colpiscono non in base alla sostanza, ma secondo classificazioni che ignorano la vita delle persone.

Se davvero si volesse costruire un sistema tributario credibile, la coerenza dovrebbe essere il primo requisito. O la realtà conta sempre, oppure non conta mai. L’alternanza tra i due criteri non è sostenibile in uno Stato che voglia garantire certezza e rispetto per chi abita, lavora e organizza la propria vita secondo ciò che effettivamente esiste, non secondo ciò che risulta da una scheda catastale.

Oggi, invece, abbiamo due sentenze e due mondi: uno in cui la casa è ciò che è scritto sulla carta; l’altro in cui la casa è ciò che le persone vivono davvero. Finché queste due logiche non saranno armonizzate, il rapporto fra cittadino e fisco resterà segnato da un’incertezza che non è degna di un ordinamento rispettoso della sfera privata. Una casa non si misura con una particella: si misura con la vita che contiene.