Su un 'non detto' a proposito della separazione delle carriere della magistratura
Diritto e libertà

La separazione delle carriere non dovrebbe costituire oggetto di discussione. Dovrebbe essere considerato invece un presupposto, per una diversa discussione. Una volta ripristinato un ordinamento nel segno della civiltà, in luogo della satrapia e dell’Apparato, la discussione dovrebbe dedicarsi alla responsabilità: al rendiconto, alla restituzione del maltolto.
La Magistratura ha compromesso stabilmente l’effettività delle Istituzioni Elettive, quanto a dire, democratiche tout court. Ha sollecitato una costante regressione della pubblica opinione, verso espressioni di feroce infantilismo, tutte votate alla fanatica visione di un Nemico Pubblico, volta a volta identificato con “La Corruzione”, “La Mafia” e “La Mafiapolitica”, e mai considerando i singoli, la responsabilità personale, l’unica costituzionalmente ammessa.
Ha trescato con la memoria, con il dolore di un’intera nazione. In queste ore, ad esempio, si torna a vilipendere il cadavere di Giovanni Falcone: col farne, grazie ad un’intervista documentalmente falsa, pubblicata da un quotidiano da sempre organo di violenta propaganda togata, un sostenitore della unicità e non della separazione delle carriere, come invece notoriamente fu.
Ritenuto un corpo canceroso dalla corporazione, che lo volle umiliato, e non solo simbolicamente, di fronte al CSM: prima irragionevolmente impedendogli di assumere la direzione del famoso Ufficio Istruzione dopo Caponnetto; e poi esigendo che comparisse “al suo cospetto”, per rendere conto delle sue azioni investigative, in ipotesi favoreggiatrici di questa o quella figura politica (“i cassetti”); e altro, che rimane iscritto, a perenne vergogna, nell’anagrafe di una presenza reazionaria e illiberale come nient’altro nella Repubblica.
Non occorre fare i nomi di Canosa, o di De Federico o di Mellini, e dei pochi altri che sempre contestarono questo dominio democraticamente al di sotto di qualsiasi decenza. Qui ora bisogna solo ricordare, come questa Magistratura, e non un’altra, abbia potuto infeudare lo spazio civile e politico d’Italia, esattamente, e non accessoriamente, per la sua struttura “a Centauro”.
La metà “giudicante”, era ed è quella “incolpevole”; quella “inquirente”, l’avanguardia deputata al lavoro sporco: Governi, Ministri, Parlamentari, eletti di ogni ordine e grado e, naturalmente, anzi, innaturalmente, comuni cittadini, ridotti a materia inerte per ogni sorta di esercitazione congetturale, paranoica, sadica e cannibalesca. Nulla vale osservare che ci sono e ci sono stati anche i processi “normali”. Il carattere storico-politico dell’Apparato è dipeso da quelli “anormali”.
Tale struttura ha determinato la comprensione diffusa che un tale soggetto, come una mina vagante, può agire senza limiti, senza responsabilità, senza vergogna. E che, perciò, è e deve essere temibile, terribile, invincibile. Se vuole, si autogiudica, magari in ragione di interessi di fazione e in forza di reciproci ricatti; se non vuole, i sudditi stiano zitti e buoni. E basta.
Il frutto di questa comprensione è stato un privilegio negoziale, che ha condotto la Magistratura a godere del trattamento giuridico-economico di gran lunga più gratificante nel pur non avaro settore pubblico. Ciascuno ha avuto il suo.
Ecco perché sulla separazione delle carriere l’aria è quella del “tutto per tutto”. Non ci sono questioni di squisita fattura dottrinale; non codici, non norme, non commi, non “competenze”. Qui in gioco c’è, nuda e cruda, la rimozione o la conferma della piú grave malattia politica, civile e culturale dalla caduta del Fascismo.
Qui c’è in gioco il respiro dei nostro figli, o la loro definitiva asfissia. Non è detto che i padri non possano uccidere i figli. Ma la portata della questione questa è, e questa resta.






