kirk grande

Anche queste sono parole infelici (come quelle di Mariarosa Mancuso sul film che ritraeva Gaza nello specchio di una bambina morente). Essendo di scuola sciasciana (con tutta la modestia di questo mondo), non ne scriveremo in termini di spazzatura, vomito e simile lessico, proprio dei pro qualcosa e contro qualcos’altro, secondo prassi ormai pressoché secolari), ma ne discuteremo.

C’è un accostamento, sullo sfondo di un omicidio, come nell’altro caso. Espresso in forma di giudizio, teso a circoscrivere la misura della colpa di chi ha ucciso: Serra però sembrerebbe considerare separatamente omicida e vittima (tutti gli omicidi politici sono uguali), e non circoscrivere.

Ma incappa in una fallacia piuttosto marchiana. Infatti, omicida e vittima, stanno in un rapporto di correlazione inversa.
Al massimo grado, un omicidio è sommamente meritevole, quando la vittima è sommamente pericolosa e in atto di agire (il poliziotto che affronta un rapinatore armato che minaccia un ostaggio, ad es.). Tanto da arrivare ad impedire persino la qualificazione di “omicidio”.

Sicché, per sapere quanto è “spregevole” chi uccide, bisogna guardare alla vittima. Scrivere che ogni omicidio politico è ugualmente spregevole, “ma” che non tutte le vittime sono uguali, significa scrivere il contrario: che, cioè, non tutti gli omicidi politici sono ugualmente spregevoli.

Non avvedersi di questa elementare conseguenza, non cambia le cose, s’intende. O Serra non sa quello che dice, o, peggio, dice e non dice. Più interessante (e più sconfortante) puó essere stabilire perché nel “cuore” (è il caso di dire) di Serra si annidi un tale pensiero.

Questo “perché” ci fa constatare che il “pericolo in atto” imputato (diciamo) alla vittima, consiste in parole. Kirk, sappiamo, era un militante MAGA, “un fanatico di destra” nella collaborazionistica definizione di Serra: perciò, se non proprio giustificato, il suo omicidio non è grave come quello di una vittima inerme (come la ragazza ucraina e profuga, accoltellata nella metropolitana di Charlotte, North Carolina, da un delinquente “povero”, giusto?).

Kirk era armato, dunque: di parola (peraltro, uno che andava nei campus a promuovere il contraddittorio con i portatori di opinioni opposte, tanto fanatico non sembra). Perdipiù, si diceva favorevole al possesso delle armi: quindi…
La pallottola “diversamente verbale” che lo ha colpito, un po’ va capita, messa in contesto: come due più due che fa quattro.

Sotteso velenoso, triste, logicamente ed eticamente involuto: le parole sono parole, e devono essere libere; le pallottole sono pallottole, e devono esserlo meno (per quanto qui interessa, per chi scrive, molto ma molto meno). Nonostante la causalità fra regime giuridico delle armi e loro uso facilitato, sia inesistente: e senza bisogno di ricordare quanto poco libero sia stato l’uso delle armi nel Meridione d’Italia lungo vari, recenti e sanguinosissimi decenni; oppure, che in Italia, e non negli Stati Uniti, abbiamo avuto un’epidemia da armi da fuoco che ha giustificato l’espressione “anni di piombo” (ma tu guarda, alle volte).

Così non va, egregio Serra e seguito. Né in tempo di guerra, né in tempo di pace.
Nemmeno un po’.