Trump Zelensky e i leader UE

Del vertice di ieri a Washington si possono dire tante cose, ma nessuna è in grado di suscitare un vero ottimismo per chi pensi che questa guerra non debba essere semplicemente conclusa con un negoziato alle condizioni di Putin, ma con un vero freno alle ambizioni imperiali della Russia nello spazio post sovietico.

Tra gli elementi positivi c’è stato certamente l’impegno dei principali Paesi europei a “scortare” Zelensky alla Casa Bianca per dare evidenza al sostegno a Kyiv. Ma questo impegno non ha cambiato lo schema di gioco: concessioni territoriali a Mosca e garanzie di sicurezza per l’Ucraina del futuro affidate a marchingegni politico-istituzionali di scarsa efficacia militare, visto che l’estensione dell’articolo 5 della Nato all’Ucraina, senza dispiegamento di truppe di Paesi Nato – totalmente esclusa dalla Russia e ieri ribadita a vertice in corso – è come minimo una contraddizione in termini.

La Presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, ha detto che per la prima volta dopo tre anni e mezzo si aprono spiragli di dialogo con la Russia. Questo è vero, ma solo perché il mondo intero ha accettato di parlare con l’alfabeto e la sintassi politico-morale del “discorso russo”.

Purtroppo il significato e il bilancio della giornata di ieri è tutto nell’iconografia dell’evento, con un Trump fiero in mezzo ad un tavolo pieno di leader "potenti", ma risoluto a ribadire che il più "potente" per lui sta al Cremlino e sono suoi i diktat che l’America deve presentare all'Ucraina e all'Europa e che tutti insieme devono trovare il modo di obbedire, provando a minimizzare i danni.

Prima di tutti i contenuti, prima delle garanzie di sicurezza, prima del cessate il fuoco, prima della cessione dei territori, prima dello scambio dei prigionieri, prima della restituzione dei bambini ucraini rapiti, c’è questo presupposto, questa "dottrina" evidente: più del diritto, più della giustizia, più della differenza tra aggressore e aggredito, più della verità conta la forza, lo smacco della violenza che recide il nodo gordiano e non dipana le responsabilità.

È la forza la fonte/fatto dell'ordine nuovo, il resto sono chiacchiere e morti a cumuli. Non è chiaro se si arriverà ad un accordo, ed è possibile che ciò avvenga perché gli ucraini sono esausti, i loro difensori europei poco coraggiosi e perché il "mediatore" vuole disperatamente credere alla buona fede del "potente". L'unica cosa chiara è, dunque, il "presupposto" e assomiglia tremendamente a quello della "pace di Monaco": ciò che serve alla fine è sventolare un pezzo di carta per esorcizzare "oggi" la paura. E domani?