La solidarietà selettiva occidentale per Gaza
Diritto e libertà

In un pezzo pubblicato ieri su Inoltre Carmelo Palma descriveva come lo sdegno e il dolore per l’uccisione del “giornalista” di Gaza Anas al-Sharif non tenesse minimamente conto di cosa significhi fare “giornalismo” a Gaza, cioè partecipare volenti o nolenti alla guerra ibrida di Hamas.
Ciò che sorprende di molta “solidarietà” occidentale per i palestinesi a Gaza - e che rende difficile considerarla genuina e intellettualmente onesta - è la rimozione sistematica e capillare di un fatto politico abnorme e cruciale, senza il quale tutta la realtà della tragica vicenda mediorientale viene radicalmente sovvertita e distorta: i palestinesi nella striscia di Gaza vivono da vent’anni sotto un regime totalitario islamista fanatico e sanguinario, che reprime con il terrore, il ricatto, la tortura e l’omicidio sistematico qualsiasi civile palestinese innocente che provi a esprimere dissenso o a sottrarvisi o auspichi forme di convivenza pacifica con Israele (figuriamoci i giornalisti: a Gaza gli unici “giornalisti” o “voci” anche non giornalistiche che possono operare liberamente e non hanno nulla da temere sono i simpatizzanti o accoliti di Hamas: chiunque si azzardasse a documentarne i metodi e gli orrori sugli stessi palestinesi verrebbe immediatamente eliminato).
Si tratta di un regime, occorre ricordare, responsabile della pluridecennale trasformazione della striscia in un hub terroristico (un'attività economica plurimiliardaria, portata avanti sottraendo risorse a attività di sviluppo civile) il cui oggetto sociale non è il benessere e lo sviluppo della propria popolazione e della sua libertà e autodeterminazione, ma la cancellazione politica e fisica di Israele. Un progetto in cui la popolazione civile palestinese innocente, costretta alla miseria, privata della libertà e di ogni opportunità di sviluppo, è stata trasformata dal regime islamista in arma passiva funzionale all’obiettivo della distruzione di Israele, tanto più efficace quanto più persone innocenti muoiono uccise dallo stato ebraico.
L'altro fatto politico abnorme della vicenda è ovviamente ciò che sta facendo Israele a Gaza (e ciò che fa, più silenziosamente, nei territori occupati del West Bank), che diventa sempre più difficile - se non impossibile - descrivere nei termini di una mera e legittima operazione per la sicurezza del Paese, e non piuttosto finalizzata ad obiettivi politici speculari rispetto a quelli di Hamas, sostenuti dai fanatici estremisti israeliani da cui dipende la sopravvivenza del governo Netanyahu: una guerra etnica finalizzata a espellere o eliminare la popolazione palestinese da Gaza (e potenzialmente annettere i territori occupati).
Insistere solo sul secondo "fatto politico abnorme" - rimuovendo il primo, come se non esistesse - non aiuta affatto la causa palestinese (non aiuta i palestinesi che una convivenza pacifica con Israele la vedrebbero possibile, e magari la vorrebbero, liberandosi dalla schiavitù storica di leader fanatici e totalitari).
Rimuovere il primo fatto abnorme, invece, rivela qualcosa di significativo sulla "solidarietà" ai palestinesi e sull'indignazione per Gaza di molti occidentali: in sostanza una genuina indifferenza per la condizione dei palestinesi innocenti (intrappolati tra gli oppressori di Hamas e le bombe israeliane), e un autentico disinteresse per soluzioni politiche costruttive che mettano fine alla tragedia e aprano la strada a una convivenza politica pacifica tra le due comunità; più concretamente, un odio aprioristico per Israele (facilmente esteso, a tutti gli ebrei in giro per il mondo) e una malcelata affinità o simpatia per la causa e le iniziative dei tagliagole di Hamas.






