Con l’Ucraina o con Putin e Trump. Per l’Europa è il momento della verità
Diritto e libertà

L’incontro tra Trump e Putin in Alaska sarà l’ennesimo tentativo da parte del Presidente degli Stati Uniti di convincere quello russo ad accontentarsi di quel venti per cento di Ucraina che è riuscito ad occupare dal 2014 a oggi, e a rinviare a tempi più propizi il completamento del suo disegno di bielorussizzazione di un Paese che, secondo la dottrina ufficiale del Cremlino, neppure esiste ed ha un’identità politica fittizia e una sovranità usurpata alla Grande Madre Russia.
A costruire tempi più propizi per la fase due del progetto putiniano si impegnerà off the record lo stesso Trump, non solo sbarrando la strada all’ingresso dell’Ucraina nella Nato, come ha già fatto pubblicamente, ma anche bloccandone indirettamente l’adesione all’Ue grazie ai suoi manutengoli nel vecchio continente e progressivamente disarmando le difese e – lui pensa – le pretese di quaranta milioni di ucraini, attraverso una strategia di minaccia e ricatto dei residui alleati europei di Kyiv.
Non c’è dubbio che Trump proporrà questo deal, come non c’è dubbio che Zelensky rifiuterà di consegnare l’Ucraina a un destino segnato e a una schiavitù obbligata. Queste sono le due corse certe, di qui al 15 agosto. Le due cose incerte riguardano Putin e i paesi europei.
Putin potrebbe accettare, ma anche non accettare, come ha già fatto subito dopo l’elezione di Trump, rifiutando di accontentarsi di quella pace che Trump gli avrebbe voluto regalare in 24 ore dopo la sua elezione e che non era così diversa da quella che tornerà a offrirgli tra qualche giorno. Nel regime e nell’economia di guerra in cui Putin ha riconvertito la Russia una pace vittoriosa, ma non trionfale, potrebbe portare più costi che benefici alla stabilità del potere del Cremlino.
Sono molti gli analisti che pensano che Putin ormai possa solo fare la guerra, e non solo in Ucraina, che la sua leadership interna si leghi ormai solo a questa missione storica e che la nuova centralità strategica della Russia implichi comunque un non rinunciabile attivismo militare, destinato a espandersi in altri versanti europei (a partire dai paesi baltici e dalla Moldova). Non è ovviamente escluso che Putin faccia finta di lavorare a questo accordo, ma prenda tempo, in attesa che a rifiutarlo sia Zelensky e questo offra a Trump l’occasione di tornare alla retorica anti-ucraina inscenata nello studio ovale, in quell’agguato fatto in mondovisione al presidente ucraino.
Qui entra in gioco il ruolo dei paesi europei e degli altri paesi occidentali. Se l’Ucraina, qualunque cosa decida Putin, rimarrà sola oppure no, e quindi sarà alla mercè della strategia a tenaglia della Casa Bianca e del Cremlino, dipenderà unicamente dalla disponibilità degli europei a pagare i costi della resistenza ucraina, cioè dalla loro consapevolezza che la trincea ucraina è la frontiera decisiva della libertà e della sicurezza dell’Europa, e, in modo più allargato, di quella comunità delle democrazie, che storicamente abbiamo definito Occidente e che oggi è priva della sua guida e del suo caposaldo americano.
Subito dopo l’elezione di Trump, la reazione di un gruppo di paesi europei volenterosi – unita, è il caso di ricordarlo, all’indisponibilità di Putin di accontentarsi di quel che gli veniva offerto da Trump – riuscì a sventare il disegno di isolamento dell’Ucraina e a costringere Trump, che anche per ragioni interne ha la necessità di non apparire il killer di Zelensky su commissione di Putin, a tornare a sostenere molto condizionatamente la difesa ucraina. Ora lo scenario si riproporrà in modo molto più tragico e ultimativo. Per l’Europa sta arrivando il momento della verità.






