auto grande

Le peggiori imposizioni non nascono da un colpo di Stato, ma da un regolamento approvato in silenzio, tra una commissione parlamentare e un comunicato stampa. Il rinvio al 2026 del blocco dei veicoli diesel Euro 5 – approvato su proposta della Lega – non cambia la sostanza di un impianto che resta intatto: punire chi ha fatto scelte razionali, piegare la realtà al disegno del legislatore, riscrivere i comportamenti di milioni di persone senza conoscerne nemmeno le vite.

Si è detto che la misura è di buonsenso. Forse. Ma solo se si accetta come normale che la libertà di circolare, di lavorare, di mantenere un’auto acquistata legittimamente, sia materia da trattare a colpi di proroghe. Il vero scandalo non è il blocco posticipato: è il fatto che un simile divieto sia stato concepito, promosso, calendarizzato. Come se una città potesse essere ripulita vietando, per decreto, ciò che ancora funziona, e allo stesso tempo l’ambiente potesse essere migliorato attraverso la coercizione, e non la responsabilità.

Il meccanismo è sempre lo stesso: si parte da un fine nobile – l’aria pulita – e si arriva a giustificare ogni mezzo, anche il più iniquo. In nome della “transizione ecologica”, si annullano investimenti privati, si deprezzano beni legittimamente acquistati, si impongono date e standard decisi a tavolino. Senza alternative, senza compensazioni, senza appello. E quando le proteste montano, si concede una deroga. Ma la direzione non cambia: l’uomo va corretto, guidato, spinto. Non ascoltato.

A rendere tutto ancor più surreale è il criterio applicativo. Il blocco scatterebbe solo nei Comuni sopra i 100.000 abitanti, come se l’aria inquinata si fermasse ai confini del censimento. O peggio: solo in determinate fasce orarie, quasi che il particolato si adeguasse all’orologio. Il potere diventa grottesco quando pretende di essere scientifico. Ma non lo è. È amministrativo, arbitrario, selettivo. Ed è proprio questa arbitrarietà a rivelarne la natura: non la tutela dell’ambiente, ma il controllo sociale.

Non è un caso isolato. La storia è piena di esempi in cui il potere ha tentato di rifare il mondo a propria immagine, partendo da una presunta emergenza. In Unione Sovietica, il piano quinquennale agricolo imposto da Stalin obbligava i contadini a coltivare secondo direttive centralizzate: il risultato fu una carestia. In Cina, durante il “Grande balzo in avanti”, il Partito ordinò la distruzione di attrezzi e la fusione forzata di metalli per favorire l’industria: milioni di morti. Certo, oggi non siamo a quei livelli. Ma l’errore è lo stesso: credere che l’interesse collettivo giustifichi l’annullamento del giudizio individuale.

Il blocco dei diesel Euro 5, rinviato ma non cancellato, appartiene a questa logica. Questa considera l’individuo non come un soggetto di diritto, bensì come un componente da sostituire. Poco importa se l’auto è efficiente, se serve per lavorare, se non ci sono alternative: ciò che conta è la compatibilità con il piano. E se non lo è, va eliminata. Per decreto.

È una mentalità pericolosa. Insinua infatti l’idea che la libertà sia un problema da risolvere, non un presupposto da difendere. E trasforma ogni scelta individuale in una devianza da correggere: l’acquisto di un’auto a combustione diventa un segno di arretratezza, l’investimento nella proprietà un sospetto di conservatorismo, il mancato adeguamento una colpa ambientale. La tecnica non è nuova: si fa leva sul senso di colpa per ottenere obbedienza. Ma la colpa è sempre collettiva, e il castigo sempre individuale.

Un sistema del genere non ha bisogno di censura: si autocertifica con ogni proroga. Né ha bisogno di polizia: bastano le date. Prima o poi arriverà il giorno in cui nulla sarà più consentito senza una scadenza, una verifica, un obiettivo imposto. Le città diventeranno zone a traffico ideologico limitato. E la libertà, quella vera – fatta di scelte imperfette, di errori ragionevoli, di differenze – sarà considerata un ostacolo.

Ecco perché il rinvio al 2026, pur giusto, non basta. Occorre un cambio di paradigma. Bisogna affermare con chiarezza che non è lo Stato a doverci dire cosa guidare, dove abitare, come vivere. Il rispetto dell’ambiente non passa dalla punizione, ma dall’innovazione. L’inquinamento si combatte meglio premiando chi migliora, non multando chi non ce la fa. E il diritto, se ha ancora un senso, dovrebbe porre limiti al potere, non moltiplicarne gli strumenti.

La libertà non inquina. A farlo è il potere che si traveste da scienza, trasforma la virtù pubblica in un’arma e usa l’ambiente come pretesto per comandare. E chi pensa che tutto questo sia frutto del caso, dimentica che ogni sistema dirigista si alimenta di piccoli automatismi, di gradualità, di norme che si accumulano fino a rendere la libertà una seccatura da abolire. È accaduto nella Germania nazista con le ordinanze sui commercianti ebrei. È accaduto nell’Italia fascista con il controllo delle licenze. Accade oggi, in forma meno appariscente, con l’idea che ogni bene debba essere “efficientato”, ogni spostamento “autorizzato”, ogni scelta “corretta”.

Se vogliamo davvero respirare un’aria migliore, dobbiamo smettere di asfissiare il diritto. E ripartire da ciò che un tempo si chiamava semplicemente responsabilità. Oggi si ha paura perfino a pronunciarla.