Dopo "Sogni d'oro", "Aprile" e "Il caimano", "Mia madre" è il quarto film di Nanni Moretti che racconta di un(a) regista alle prese con la realizzazione di un film: quattro titoli di cui due solamente tra gli ultimi tre realizzati.

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Un po' troppo, ad avviso di chi scrive, considerando che si tratta della sua dodicesima regia di lungometraggi; conseguendone che un film su tre di Moretti parla della stessa cosa, e che non risultano a memoria altri casi di autori, anche più importanti del nostro, che abbiano osato tanto (Fellini e Truffaut furono ferocemente criticati già al primo tentativo). Si dice spesso che la vera "questione" del cinema di Nanni Moretti stia nel fatto che – con qualunque trama o soggetto – il vero argomento sia sempre e comunque lo stesso, e cioè Nanni Moretti. Da questo luogo comune Dino Risi trasse una famosa battuta sull'"invadenza" - scenica e non - del collega, invitandolo a "togliersi di mezzo" e a "lasciargli vedere il film".

Non pare, tuttavia, che al netto dell'indiscussa efficacia del commento di Risi, questo sia oggi il vero problema di un regista che negli ultimi dieci anni sembra aver smarrito, oltre all'originalità narrativa (premonizioni papistiche a parte), anche l'energia di quella narrazione. Che infatti in "Mia madre" risulta lenta, mai brillante, a tratti addirittura decisamente grigia. Di molti personaggi non si coglie completamente il senso, di alcuni addirittura neppure parzialmente: quello di Turturro ne è l'esempio più evidente, ma non l'unico.

Senso di cui sicuramente Moretti avrà ed avrà avuta, invece, intima contezza; e non è qui ovviamente in discussione la libertà artistica di doversi o meno manifestare secondo schemi o stili collaudati e comprensibili. Tuttavia alla libertà dell'autore corrisponde, altrettanto pacificamente, quella dello spettatore. E poiché chi scrive queste righe ha, negli anni, molto apprezzato il cinema di Moretti, la sua modernità e la sua forza innovatrice, specialmente in un contesto culturale e cinematografico che da tempo necessitava della freschezza e dell'intelligenza che egli ha portato con sè, pare oggi inevitabile concludere come all'ennesimo film lontano da ogni ipotesi di originalità, Moretti finisca per rappresentare – e non v'è di che scandalizzarsene, vista l'anagrafe – quella stessa conservazione che lui tanto criticò da giovane.

Quello che forse più ci deve far male è questo: paragonando l'epoca corrente a quella in cui il giovane Moretti contestava – ospite televisivo di Alberto Arbasino – l'anziano Monicelli, dobbiamo constatare come i vecchi di una volta avessero idee più interessanti (nel 1977 Monicelli aveva appena terminato "Un borghese piccolo piccolo", che resta uno dei sui migliori lavori) e, probabilmente, anche più talento assoluto. In soccorso di Moretti viene tuttavia il fatto che a differenza di allora non si segnalano leve alternative all'orizzonte. Anche perché i talenti più giovani del nostro cinema, secondo un diffuso atteggiamento generazionale che spinge a rifuggere il rischio e ad andare sul sicuro, non solo in Italia, hanno preferito emulare la conservazione dei grandi, riformulandola, anziché superarla.

Così, presto o tardi, qualcuno forse deciderà di riformulare anche Moretti; e magari, chissà, ce ne restituirà la parte più interessante. Sarà l'ennesima replica di successo e probabilmente – come capita sempre più spesso – si venderà per originale. Questi, del resto, sono tempi in cui, ignari dell'esistenza di Lubitsch, addirittura pensiamo di far cominciare la storia da Wes Anderson.

Ma sono anche i tempi in cui un intero mondo, culturale, sociale e in ultima analisi anche politico, quello che per anni ha segnato la storia di Moretti, e che da parte sua lo stesso Moretti ha condizionato, questi sono i tempi – dicevo – in cui quel mondo, fino a poco tempo fa così decisamente ed autonomamente protagonista (anche) nei film del nostro, improvvisamente resta alla finestra, apparentemente senza neppure l'intenzione di incidere, di lasciare una traccia di sé. Nelle scene in cui la fabbrica viene occupata non vi è il benchè minimo coinvolgimento, non dico ideologico ma neanche emotivo. E i libri sugli scaffali, nella casa materna, sono ormai ricordi, feticci che rappresentano fisicamente il distacco amaro da un tempo che è finito (e forse questa è la cosa più toccante, però direi anche l'unica). Le passioni sfumano, nei ricordi, e soprattutto nel bisogno di ricordi; oppure si appiattiscono in rappresentazioni di una lotta di classe che ha perso, in quel tempo finito, tanto il senso della lotta che quello della classe.

Di tutto questo Moretti dà una interpretazione onesta ed efficace, nella noia che tuttavia la permea. Anzi, ne è lui medesimo, quella interpretazione. Tanto nei suoi silenzi, nel suo distaccato buon senso, che nella - pur presente - assenza: comportamento di chi non sa togliersi di mezzo, come chiedeva Risi, ma che pure, forse, non ha più molto da dire, e che fondamentalmente se ne mostra consapevole. Infatti lo fa dire ad altri, o meglio ancora prova a farlo dire ad altri: agli oggetti, a un improbabile alter ego femminile, ai vuoti e alle pause di cui il film è appunto pieno.

Potremmo quindi dire come Moretti rappresenti molto bene una generazione ed un mondo – e culturale, e sociale e politico – che non sa farsi da parte e che probabilmente non ha più né una parte in cui riconoscersi, né una in cui ritirarsi. A chi è stato davvero morettiano questo senza dubbio spiacerà. Ma ancor di più dovrebbe spiacere che un giorno qualcuno possa urlare, al culmine di nuovi vuoti, di nuove pause, di abbozzi di personaggi e di cinema, nientemeno che un livido "te lo meriti Nanni Moretti". Sarebbe meglio fermarsi prima. Chi ha detto in faccia, a una intera generazione di politici, "con questi dirigenti non vinceremo mai" - peraltro non sbagliando praticamente su nulla - dovrebbe ben sapere di cosa stiamo parlando.