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A Firenze, nell’agosto più caldo degli ultimi 150 anni, in un periodo che un tempo vedeva la città vuota e a corto di notizie, il tam tam della disinformazione, del sentimento antiscientifico e della strumentalizzazione ha colpito la decisione del Comune di abbattere e sostituire 282 piante in alcuni viali e piazze. Buona parte di esse presentava problematiche relative al rischio connesso alla loro propensione al cedimento e alla possibilità di colpire un potenziale target (auto, persona, edificio…).

A raccontarci i fatti e la discussione che ne è seguita sulla stampa e sui social media è Francesco Ferrini, professore ordinario di Arboricoltura e Presidente della Scuola di Agraria dell’Università di Firenze, uno dei maggiori esperti in ambito internazionale di piante arboree ornamentali in ambiente urbano. Convinto dell’importanza della divulgazione, da alcuni anni cura una pagina Facebook, Arboricoltura Urbana – Arboriculture and Urban Forestry, seguita da più di 10.000 persone.

Tutto comincia nei primi mesi del 2017, quando compaiono i primi articoli sulla stampa locale e quando il Comune di Firenze comunica in conferenza stampa l’intenzione di abbattere e sostituire 282 piante a seguito di una valutazione generale sullo stato di salute di tutti gli alberi della città.

“È chiaro che c’è stato un problema di non perfetta comunicazione, e che se il cittadino fosse stato informato meglio sui motivi degli abbattimenti non sarebbe successa questa confusione” spiega Ferrini. “La cosa è poi diventata un problema politico, una contrapposizione di posizioni di fazioni diverse che hanno utilizzato la situazione. La comunicazione prevede il dialogo, il confronto o lo scontro. A Firenze sul tema degli alberi purtroppo non si è partiti dal dialogo, ci si è confrontati poco e alla fine ci si è scontrati molto.”

Sono stati comunicati gli abbattimenti senza dare una spiegazione chiara dei motivi e della modalità con cui si è scelto di farli, si è detto che in questo 2017 i tagli sarebbero stati 282, ma non che complessivamente saranno piantati in città circa 800 alberi, e non si è spiegato che a monte di tutto c’è un progetto e un piano ventennale – cosa non comune per la maggior parte delle città - che prevede sì le 8000 sostituzioni delle quali in molti hanno parlato ma anche oltre 12000 reimpianti che renderanno nel loro complesso la città più verde, non si sono illustrati i motivi per cui si è scelto di sostituire le specie arboree presenti (l’ippocastano) con specie “nuove” e più adatte o resilienti per l’ambiente urbano (es. il Pyrus calleryana), e ancora una volta non si è riusciti a spiegare una decisione presa in termini di rischio. Ma quando mai, a partire dagli OGM, alla questione Xylella, alle indicazioni dell’OMS sulla cancerogenicità delle carni rosse fino anche alla diffusione dell’allevamento dei pitbull, qualcuno si è mai preso la briga di spiegare la differenza tra pericolo e rischio?

“La valutazione che era stata fatta sugli alberi di Viale Corsica, sui quali si è poi concentrata tutta la discussione, classificava gli ippocastani presenti in due diverse classi di propensione al cedimento: 37 piante erano nella classe C e 22 nella classe B (considerando che la classe A è quella riservata alle piante più sicure). Ma le classi non indicano il rischio, che viene poi calcolato tenendo conto di molti altri fattori come il target, la specie, il sito di impianto, gli interventi che potrebbero aver danneggiato la pianta, le malattie presenti o eventuali episodi di schianti precedenti nell’area” continua Ferrini. “Tra gli alberi di Viale Corsica c’erano stati 2 schianti nell’ultimo anno e gli ippocastani (definiti una specie “permalosa”, in grado di conservare chiome apparentemente sane anche in assenza di un adeguato apparato radicale) che hanno grosse difficoltà a sigillare le ferite (in termini tecnici si parla di 'compartimentalizzare', cioè di isolare i tessuti danneggiati), erano stati sottoposti qualche anno fa a un taglio delle radici sulle quali era in atto un attacco di marciume, che si propaga da una pianta all’altra senza curarsi se essa sia stata assegnata alla classe B o alla classe C dai tecnici del Comune. Piante con una stessa classe di propensione al cedimento sono cioè completamente diverse in termini di rischio se in Viale Corsica o in Piazza San Marco (altra area in cui sono stati effettuati degli abbattimenti di questi giorni, nello specifico si trattava di olmi), zone a elevata o elevatissima frequentazione, o se in mezzo a un parco in una zona isolata”.

La scelta più discussa è stata quella di abbattere non soltanto le 37 piante più danneggiate ma anche le altre 22 piante, che in termini di rischio non presentavano comunque garanzie sufficienti a durare nel tempo, e di ripartire da zero con una nuova alberatura. Ma la comunicazione non è stata completa, corretta o anche solo sufficientemente disposta al confronto, e la percezione del cittadino è stata che il Comune aveva deciso, senza motivo, di abbattere anche alberi sani. Il copione è quello già letto in tante occasioni in cui i cittadini, soprattutto di fronte a temi che toccano da vicino le loro vite e per i quali hanno un coinvolgimento più emotivo che pragmatico, non sono correttamente coinvolti nella conoscenza prima e nella discussione poi, di qualcosa che giustamente li riguarda.

Anche la pianta scelta per le sostituzioni, il Pyrus calleryana (altrimenti detto, ahi lui, "pero cinese"), è fatto oggetto di sospetti di invasione aliena e di speculazione sull’importazione di piante. “Il fatto che si chiami ‘pero cinese’ - chiarisce Ferrini che per affrontare l’argomento ha pubblicato sulla sua pagina un lungo post intitolato La sindrome del Pero Cinese - lo ha fatto passare come qualcosa di alieno o negativo, ma molte delle specie di cui mangiamo frutti o foglie, come l’arancio, il tè, l’albicocco, il pesco (creduti da Linneo originario rispettivamente dell'Armenia e dalla Persia, ma in realtà originarie entrambi della Cina, ecc.) o molte varietà dello stesso pero da frutto, provengono dalla Cina. Sul Pyrus calleryana si è detto di tutto e si sono diffuse molte informazioni sbagliate: che non cresce abbastanza, che puzza, che attira gli insetti ecc. In realtà è una specie che ha una fortissima resistenza alle condizioni degli ambienti urbani e alla siccità, non ha malattie conosciute, cresce abbastanza velocemente, ha una bella fioritura (l’odore è un po’ intenso ma come quello di altre rosacee come, ad esempio, il biancospino) e un bellissimo colore autunnale, e infine ha una forma naturalmente piramidale per cui non deve essere potato (il che non significa che non necessiti di interventi o che chi ne ha la gestione debba disinteressarsene, solo che richiede molte meno attenzioni rispetto ad altre specie) .”

Però di ippocastani e di pini (anche loro oggetto degli abbattimenti di Firenze e sotto continua osservazione: ad esempio a Roma la situazione di rischio con quasi 20000 piante lungo le strade è elevatissima) nelle nostre città si è fatto larghissimo uso nei decenni scorsi. Errori del passato o nuove conoscenze che il pubblico stenta a capire? “Sul comportamento delle piante in ambiente urbano si è sempre fatta purtroppo poca ricerca” risponde Ferrini”. Mentre per le arboree da frutto si sa moltissimo, per capire il comportamento delle piante in città si vengono a sovrapporre una serie di variabili difficili da valutare che cambiano da un sito all’altro, il terreno, le costrizioni a livello radicale, le pavimentazioni, i palazzi che fanno ombra, le correnti d’aria che sono difficilmente catalogabili e studiabili. In passato, quando si sono scelti i pini ad esempio, la situazione era evidentemente diversa e i cambiamenti non prevedibili, c’era più spazio, le strade non erano asfaltate, i palazzi erano più bassi e non c’erano traffico o auto parcheggiate, tutte condizioni che oggi possono determinare una situazione di rischio legato a quelle stesse alberature un tempo adatte alle strade e di indubbia qualità estetica”.

Il bersaglio della discussione agostana, con l’inizio delle operazioni di abbattimento, diventa casualmente proprio il professor Ferrini, l’unico forse che si presta al dialogo e che, alla richiesta di un giudizio tecnico, pur non essendo parte in causa nelle decisioni del Comune, esprime il suo sostegno agli interventi di Viale Corsica e di altre aree della città e spiega, sia sulla stampa locale sia sulla sua pagina Facebook, perché la scelta degli abbattimenti sia tecnicamente sostenibile. Ma solo tecnicamente e solo in quest’occasione, perché su altri interventi fatti dalla stessa o da altre amministrazioni e da lui ritenuti errati, come ad esempio le potature per capitozzatura, Ferrini non ha mai risparmiato le sue critiche.

Ma puntuali partono le ipotesi di complotto, e a tutti si dà ascolto tranne che agli esperti. Le accuse all’accademico fiorentino sono, come da copione, di avere interessi politici se non economici e di far parte di chissà quale lobby. “A me è stato chiesto un parere tecnico e ho dato un parere tecnico, dicendo che dal punto di vista della sostenibilità, la resilienza e della gestione futura, ripartire da zero era la cosa migliore che si potesse fare. Personalmente, ed è facilmente dimostrabile in quanto tutti i rapporti con l’Università sono regolati da convenzione pubblica, non ho nessun interesse né ruolo attivo con il Comune di Firenze anche se ne ho avuti in passato, come li ho avuti con Roma o con Milano con l’amministrazione di Pisapia così come con quella della Moratti, indipendentemente dal colore politico” tiene a chiarire Ferrini che aggiunge una considerazione: “non è un’amministrazione che difendo, ma una scelta tecnica, e naturalmente mi oppongo alle invasioni di campo di presunti esperti e alla strumentalizzazione del verde pubblico con la diffusione che è stata fatta di dati e fatti errati, utilizzata per screditare il sindaco Nardella prendendo a pretesto gli alberi”.

Il riferimento è soprattutto al Fatto Quotidiano, dove si sostiene che “non si può affidare il paesaggio di Firenze agli agronomi” e che a Firenze sarebbe stata superata una presunta quota massima ammissibile di abbattimenti del 2-3% quando, chiarisce Ferrini, stiamo parlando dello 0,36% di alberi interessati agli abbattimenti su tutto il patrimonio arboreo della città, un calcolo semplice trattandosi di 282 piante a fronte di un patrimonio delle 77000 censite. “Purtroppo si tende sempre a politicizzare troppo anche gli aspetti tecnici e alla fine chi urla di più è anche quello più ascoltato” commenta Ferrini facendo un bilancio della situazione. “Questa storia che potrebbe avere un costo politico elevatissimo è stata purtroppo gestita molto male, bastava spiegarla meglio, far parlare i tecnici invece che soltanto i politici ai quali sono demandati altri compiti. Non dimentichiamo che a Firenze negli ultimi anni ci sono stati dei morti per la caduta degli alberi ed è chiaro che chi ha la responsabilità debba agire per il meglio.”

Nella concitazione generale a gettare benzina sul fuoco non poteva mancare Vittorio Sgarbi che dalle pagine del Quotidiano Nazionale sentenzia che “…I cittadini si sono giustamente ribellati. Non hanno paura degli alberi, non li considerano un pericolo. Abbattere un albero è sempre un errore, per il vuoto che lascia e che nessuna sostituzione può compensare“.

“L’albero fa parte della città, questo non si mette in dubbio” risponde oggi il professore “e il cittadino deve e ha il diritto di chiedere. A rispondere però non deve essere Sgarbi ma qualcuno che abbia le conoscenze per farlo. Occorre che i tecnici imparino a comunicare e che lo facciano con il linguaggio più adatto. Per citare Nanni Moretti, “io non parlo di cose che non conosco” e così dovrebbero fare tutti.”

Occorre quindi trovare modi nuovi di comunicare perché i fatti, vissuti dai cittadini con giusta emotività e con una coscienza positiva nei confronti del verde urbano e dell’ambiente che ci circonda non vengano utilizzati e strumentalizzati? Ferrini lo sta facendo su Facebook ed è di questi giorni l’uscita del libro edito da ETS e scritto insieme ad Alessio Fini “Amico albero. Verde urbano: Ruoli e benefici del verde nelle nostre città e non solo”.

La risposta alla domanda è nella sua frase riportata sull’immagine di copertina della pagina di Arboricoltura Urbana: “Amiamo i nostri alberi. Più che di abbracci hanno bisogno di scienza. Gli sforzi dei pianificatori, dei ricercatori, dei progettisti e dei gestori devono essere la nostra scommessa migliore per città più verdi, più sane, più sostenibili e resilienti.”