Le immagini e le parole di Caterina Simonsen, la ragazza affetta da gravi patologie rare che ha difeso pubblicamente il ruolo della sperimentazione animale nella ricerca medica, hanno avuto il merito di squarciare la pesante coltre di ipocrisia che circondava il dibattito pubblico sull’uso degli animali nella sperimentazione di farmaci e terapie. Più ancora delle sue parole, sono stati i pesantissimi insulti dei quali è stata fatta segno in rete dagli animalisti ad avere garantito visibilità a lei e al suo punto di vista.

caterina simonsen

Oggi sono in molti ad offrire a Caterina la solidarietà che merita: comuni cittadini, personaggi dello spettacolo, politici. L’endorsement più importante e convinto è arrivato dal profilo twitter di Matteo Renzi: “Ho visto il suo video e voglio dirlo con tutta la mia forza #iostoconcaterina”.

L’inattesa viralizzazione del messaggio di Caterina, il suo successo mediatico, ci dicono però che il buon senso e la ragione hanno ancora bisogno, per emergere dal rumore di fondo, di colpire allo stomaco e di spingere sull’acceleratore dell’emotività. Di andare, per così dire, contro natura. Caterina rischia così di trasformarsi nell’alter ego delle immagini dei topi da laboratorio che diffondono i gruppi animalisti. Di essere ricordata per il sorriso seminascosto dietro la mascherina della quale non può liberarsi, per il suono affaticato della sua voce, più che per le sue parole. Dolore contro dolore, alla ricerca del meme più commovente, in un dibattito filosofico e irrazionale nel quale si pretende di dare un senso e un contorno, in base a categorie assolutamente soggettive, alla sofferenza degli uomini e a quella degli animali.

Caterina Simonsen invece usa la ragione e parla con ragionevolezza: quando ricorda che la ricerca medica ancora non può fare a meno della sperimentazione animale. Quando esprime perplessità su santoni e autoproclamati guaritori come Davide Vannoni, che alla sperimentazione sugli animali preferiscono quella sui bambini. Quando ammette – e quanto deve essere duro farlo per un malato - la necessità dei tempi lunghi della ricerca, perché non si può derogare al metodo scientifico. Quando difende con fermezza Telethon da chi ne infanga la credibilità: le case farmaceutiche non hanno interesse a investire nella ricerca sulle malattie rare, le donazioni sono quindi uno strumento indispensabile per trovare soluzioni anche a casi come il suo.

Perché le parole di Caterina abbiano un senso, perché abbia senso l’invasione che ci ha concesso della sua intimità e il sacrificio della sua privacy – oggi il suo profilo Facebook è diventato una sorta di forum pubblico, ed è dalla sua raccolta di immagini private che provengono le foto che oggi pubblicano i giornali – perché anche abbia un senso la solidarietà che le è stata tributata, la strada da percorrere è quella più semplice e banale, ma anche la meno scontata in un paese come il nostro: passare dalle parole ai fatti. Dimostrare di aver capito, non solo di essere stati colpiti dal suo messaggio. A cominciare, naturalmente, da chi ha responsabilità politiche e istituzionali.

L’occasione è data dal decreto legislativo di recepimento della direttiva europea sulla sperimentazione animale, proprio in questi giorni all’esame delle commissioni Affari Europei e Salute. La direttiva europea si pone in maniera intelligente l’obbiettivo di ridurre gli animali usati nelle sperimentazioni, di limitarne le sofferenze e di sostituire progressivamente modelli animali con altre metodologie. Ma alla politica italiana, soprattutto quando la cosa è a buon mercato, piace assecondare gli umori più irrazionali dell’opinione pubblica. Quindi la legge delega recentemente approvata dal Parlamento, a cui il decreto legislativo deve dare attuazione, tradisce il senso della stessa direttiva europea accogliendo alcune richieste dei gruppi animalisti, e impegnando il governo a vietare tout court la sperimentazione animale nella ricerca sugli xenotrapianti e per la ricerca sulle sostanze d’abuso.

Gli xenotrapianti sono trapianti di organi, cellule o tessuti tra specie diverse, in particolare da animale a uomo. Ad esempio le valvole cardiache di origine suina usate negli interventi cardiochirurgici. In Italia ci sono 9000 pazienti in attesa di trapianto di cuore, ai quali il parlamento italiano sta suggerendo di trascorrere più tempo in sala d’aspetto. Così come sta dicendo ai 2 milioni di italiani che soffrono di dipendenza da sostanze d’abuso (e alle loro famiglie), che non vale più la pena che la ricerca medica si impegni a trovare soluzioni per i loro problemi. Per non parlare del divieto di allevamento in Italia, perché occhio non vede, cuore non duole. E pazienza se questo infliggerà agli animali destinati alla ricerca anche la sofferenza di lunghi trasferimenti, magari da paesi in cui vengono allevati secondo criteri che non rispettano le norme sul benessere animale.

In ballo non ci sono considerazioni etiche o le personalissime, e pertanto legittime, graduatorie che ognuno di noi attribuisce alla sofferenza – “la tua vita non vale più di quella di un animale” ha scritto qualcuno su Facebook rispondendo al video di Caterina. Quello che è in gioco è una legge che si basa su un presupposto falso, benché caro agli animalisti: che la sperimentazione animale, allo stato delle conoscenze di cui disponiamo, sia ora e subito sostituibile con altre metodologie di ricerca, altrettanto efficaci. Questo semplicemente non è vero, ed è una ragione sufficiente per cambiare quella legge. Con il cuore, o con lo stomaco, si può stare sia con Caterina che con i cuccioli di Green Hill. Con la testa no.

@LaValleDelSiele