Circa tre quarti dei casi di morbillo registrati nel 2017 sono riferiti ad adulti o a giovani sopra i 15 anni di età. Un dato che impone una seria riflessione su quella fascia di popolazione che non è stata immunizzata né dalla malattia né dal vaccino, e che oggi rischia di esserne vettore inconsapevole.

Villa

Anche gli adulti si ammalano di morbillo, oggi molto più che cinquant’anni fa. Vaccinare i piccoli quindi è la prima cosa da fare, ma non basta se davvero si vuole eliminare il virus. Ha fatto scalpore, a fine agosto, la notizia che tra i nuovi casi c’era quello di un’ostetrica di Senigallia, in provincia di Ancona.

La sua professione la pone inevitabilmente a contatto con mamme e neonati che avrebbero potuto essere contagiati, prima che la malattia fosse riconosciuta e la donna isolata. Come mai quindi non era vaccinata? Quanti antivax si annidano tra gli operatori sanitari? Troppi, purtroppo. Non è eccezionale che a diffondere disinformazione sui vaccini siano proprio medici (e non solo i più celebri, che si arricchiscono scrivendo libri e predicando in conferenze a pagamento), infermieri o altri professionisti della salute. Un’indagine svolta alcuni mesi fa dalla Società Italiana Multidisciplinare per la Prevenzione delle Infezioni nelle Organizzazioni Sanitarie (SIMPIOS) mostrava che 4-5 operatori sanitari su dieci in Italia ritengono che il rischio di contrarre una malattia infettiva e di trasmetterla ai pazienti sia basso.

Ma il caso dell’ostetrica marchigiana – che usiamo come pretesto, ma del quale non sappiamo nulla – potrebbe anche essere diverso. Più che di rifiuto potrebbe trattarsi in questo caso di superficialità, per quanto difficile da giustificare alla luce della professione che svolge. Nella stessa situazione ci sono però centinaia di migliaia di altre persone in Italia, spesso del tutto inconsapevoli di essere suscettibili al morbillo e di rischiare quindi di contrarlo e di trasmetterlo, magari anche a persone che per questa malattia potrebbero rischiare la vita.

Oggi, infatti, in Italia un bambino sopra i due anni che non abbia controindicazioni mediche o non viva in contesti particolarmente disagiati, e che, nonostante questo, non sia vaccinato contro il morbillo, è probabilmente figlio di genitori scettici, dubbiosi, preoccupati di eventuali rischi dei vaccini, o per lo meno noncuranti di quelli indotti dalla malattia. Per gli adulti non è così. La maggior parte semplicemente non ci pensa, e finora nessuno si è preoccupato troppo di far loro notare il problema.

Circa tre quarti dei 4.440 casi registrati in Italia fino ai primi di settembre del 2017 sono riferiti ad adulti o giovani sopra i 15 anni. Non sono tutti antivax, anzi. Chi ha più di quarant’anni, per esempio, è nato in un’epoca in cui il vaccino contro il morbillo non era ancora stato introdotto in Italia. Qualcuno, figlio di genitori particolarmente attenti, potrebbe averlo ricevuto durante l’infanzia o l’adolescenza, ma la maggior parte ha contratto la malattia, che a quei tempi provocava ondate epidemiche enormi, cento volte superiori a quella attuale. Negli anni Ottanta infatti venivano notificati in media oltre 45.000 casi di morbillo l’anno (dai 20-30.000 dei periodi interepidemici ai 70-80.000 di quelli epidemici), che però si stimava rappresentassero solo una quota – qualcuno dice il 10% circa – di quelli effettivi. La gran parte si curava in casa, magari visitati dal medico o pediatra di famiglia, che non si preoccupa di denunciarli.

Solo a partire dal 2000, quando le coperture vaccinali nei piccoli sotto i due anni hanno cominciato ad avvicinarsi all’80%, le epidemie di morbillo sono diventate più contenute, con il solo picco di 18.000 casi, e quasi 12.000 registrati soprattutto in Campania, tra il 2002 e il 2003. Nonostante l’elevata contagiosità della malattia, esiste comunque una quota di persone, anche di età adulta – perfino oltre i sessant’anni – che casualmente non l’ha mai contratta, ma che erano ormai troppo grandi per rientrare nei programmi vaccinali quando questi hanno cominciato a diffondersi. Questi adulti, magari assolutamente favorevoli ai vaccini, possono essere del tutto inconsapevoli della loro suscettibilità, per esempio per avere saputo genericamente dai genitori “di aver fatto tutte le malattie dell’infanzia”.

Se poi si considerano i più giovani, le probabilità che si ammalino salgono ancora di più. Le basse coperture ottenute in Italia negli ultimi vent’anni del secolo scorso non hanno permesso di proteggere tutti coloro che oggi sono adolescenti o giovani adulti, ma, limitando la circolazione del virus, hanno ridotto loro la probabilità di incontrare la malattia quando erano bambini. Ecco perché, di anno in anno, si sono accumulate vaste sacche di persone esposte al contagio.

Il 7% delle persone che si ammala, inoltre, è vaccinato, ma con una sola dose. Molti giovani adulti, cresciuti in famiglie particolarmente favorevoli ai vaccini, sono stati immunizzati appena quello contro il morbillo è stato reso disponibile nel 1976, o è stato raccomandato nel 1979, ma nessuno si è preoccupato poi di verificare che avessero ricevuto la seconda dose che serve a proteggere anche chi non ha risposto alla prima, come è stato accertato soltanto in anni successivi.

Il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-2019, che comprende una sezione dedicata all’eliminazione di morbillo e rosolia congenita, come ci viene chiesto anche dalle autorità sanitarie internazionali, raccomanda quindi anche agli adulti che non abbiano un ricordo certo del morbillo di sottoporsi alla vaccinazione. Se anche senza saperlo avessero fatto il morbillo da piccoli, un richiamo in più non rappresenta un rischio superiore a quello di incontrare il virus selvaggio attraverso una persona incontrata per caso. Lo stesso vale per le altre componenti del vaccino trivalente: se una persona è già immune contro morbillo, parotite o rosolia, la vaccinazione non comporta nessun rischio supplementare, anzi potenzia la protezione.

Il Piano raccomanda che la vaccinazione sia attiva e gratuita per tutti gli adulti non immuni anche per una sola delle tre malattie. Suggerisce di sfruttare, a questo scopo, tutte le occasioni possibili per informare le persone e offrirgliela, dalle visite per il rinnovo della patente o per i certificati sportivi ai ricoveri in ospedale per altre ragioni.

Quanto questo sia poi fatto, nella realtà concreta della nostra spezzettata Sanità regionale, è tutto da dimostrare. Molti, che hanno provato di loro iniziativa a rivolgersi all’ASL per farsi vaccinare, hanno trovato difficoltà. Ebbene, bisogna insistere. In Gran Bretagna ci sono appelli ai giovani a verificare la loro suscettibilità al morbillo prima di partecipare ai concerti o ad altre manifestazioni di massa, da noi si continua a parlare di questa malattia come se riguardasse solo i più piccoli.

L’obiettivo del 95% di popolazione vaccinata per garantire l’immunità di gruppo e la protezione dei più fragili o non vaccinati non dovrebbe riguardare esclusivamente i bimbi sotto i due anni. Questa è la fascia di età in cui il virus circola di più, e in cui il rischio di ammalarsi resta più alto, per cui è fondamentale puntare a questo obiettivo, ma non si potrà eliminare il virus finché questo continuerà a circolare tra i giovani e gli adulti, dove le percentuali di copertura sono molto più basse.

I dati del Ministero riferiti al 2016 mostrano che tra i diciottenni, nati nel 1998, la copertura per la seconda dose di vaccino contro il morbillo non raggiungeva il 72%, molto più bassa quindi di quella dei più piccoli, nati dieci anni più tardi, nel 2009, che in più dell’82% dei casi a 5-6 anni aveva già ricevuto la seconda dose. Tutti antivax? No. Ragazzi che non ci pensano e i cui genitori, sapendoli ormai grandi, non relazionandosi più con un pediatra, non si preoccupano del tema “vaccini”, che siamo abituati a considerare legato alla prima infanzia.

Proteggersi dalle malattie infettive invece è importante a ogni età, come sottolinea appunto il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale 2017-2019: dagli adolescenti, a cui si raccomanda, in entrambi i sessi, l’anti-Papillomavirus; alle donne in età fertile, a cui è raccomandato il vaccino contro la rosolia prima di pensare a una gravidanza, e quello contro pertosse e influenza anche durante la gestazione, per proteggere il neonato; da tutti gli adulti, che devono accertarsi di ripetere ogni dieci anni il richiamo contro tetano, difterite e pertosse; agli anziani, a cui si raccomandano i vaccini contro pneumococco ed Herpes zoster, oltre a quello contro l’influenza a ogni inizio di stagione.

Insomma, i vaccini non servono solo ai bambini. Ognuno farebbe bene a verificare con il proprio medico se rischia di morire di tetano per un banale taglio in giardino o di trasmettere involontariamente la pertosse al nipotino neonato. Potrebbe infatti non essere vaccinato, senza bisogno di essere un antivax.

@RobiVil