In Puglia, più a sud della zona di contenimento, quella in cui ancora oggi si discute se abbattere o meno le piante infette, c’è l’immenso territorio i cui ulivi sono ormai preda del batterio che li sta uccidendo. È il Salento, la “zona infetta”, la terra, ormai data per persa, in cui qualcuno, ostinatamente e senza aiuto dalle istituzioni, cerca (e forse trova) soluzioni e contromisure efficaci per contrastare la Xylella e restituire speranza e dignità al territorio.

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La dimensione del disastro provocato dalla Xylella non si percepisce subito, attraversando in auto il Salento. Mentre ci si avvicina all’epicentro, il punto da cui è partito nel 2013 il contagio del batterio che sta provocando il rapido disseccamento degli ulivi salentini, senza un occhio pratico non si ha l’immediata percezione della diffusione della malattia. Andando verso sud si vedono sempre più spesso ulivi secchi, o parzialmente secchi, ma da un’automobile in movimento non è sempre semplice distinguere il grigio dal verde, e degli uliveti si vedono solo le piante della prima fila, quella più prossima alla strada.

Scendendo lungo la costa ionica verso Gallipoli diventa sempre più difficile non notare i disseccamenti, ma un quadro di insieme arriva solo immettendosi sulla provinciale 101 che viene da Lecce, in corrispondenza di un lungo viadotto che svolta verso il mare. La strada si innalza improvvisamente al di sopra delle chiome degli ulivi, permettendo di vedere in lontananza il centro storico della “città bella” e l’isola di Sant’Andrea, e svelando, come un sipario che si apre all’improvviso, la terra degli ulivi e della Xylella: uliveti grigi e secchi, a perdita d’occhio, fino all’orizzonte.


La “zona infetta”

L’ulivo “zero”, quello in cui sono stati riscontrati per la prima volta i sintomi del disseccamento rapido dell’ulivo, la patologia in seguito attribuita alla Xylella, si trova in località La Castellana, circa cinque chilometri a sud di Gallipoli, all’altezza delle spiagge affollate della Baia Verde. Ad accompagnarmi sono Vincenzo Verrastro, ricercatore dell’Istituto Agronomico Mediterraneo (IAM) di Bari, e l’agronomo Gianfranco Cataldi.

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L’ulivo “zero”, in loc. la Castellana, presso Gallipoli

Finora la Xylella è salita agli onori delle cronache per le vicende della frontiera settentrionale della zona contaminata; per il piano Silletti, che recepiva le normative europee e che prevedeva di eliminare tutti gli ulivi nel raggio di centro metri da ogni pianta infetta per arrestare l’espandersi del contagio verso nord; per la reazione dell’opinione pubblica all’eventualità di abbattimenti di massa; per le teorie complottiste fatte proprie dalla procura di Lecce, che ha sequestrato gli ulivi da abbattere e messo sotto inchiesta proprio gli scienziati che studiavano la malattia con l’accusa incredibile di aver diffuso intenzionalmente il contagio; per le imperdonabili perdite di tempo che hanno permesso quindi alla malattia di espandersi a passi da gigante anche nella provincia di Brindisi, in direzione di quelle di Bari e Foggia, e hanno conquistato all’Italia l’onore di una nuova procedura di infrazione europea.

Proprio perché la materia del contendere sono sempre stati gli abbattimenti, meraviglia notare come giù nel Salento nessuna pianta sia stata abbattuta. L’ulivo “zero” – anzi, il suo scheletro – è ancora lì, e ancora lì sono tutti gli uliveti infetti. «Questa – mi spiega Verrastro – è stata dichiarata “zona infetta”. Gli abbattimenti erano previsti per fermare l’espandersi del contagio a Nord, ma qui la normativa europea prevede che si debba convivere con la malattia». Gli abbattimenti, quindi, si fanno solo se il proprietario degli ulivi li vuole fare. Così come è il proprietario a decidere se intervenire sugli ulivi, e in che modo, oppure rassegnarsi a perdere tutto. E in effetti si nota, nella desolazione generale, una certa varietà: uliveti completamente abbandonati (la maggioranza), uliveti con potature molto radicali (spesso rimane solo il tronco), uliveti addirittura bruciati. Ma nella sostanza il Salento è dato per perso: qualsiasi cosa accada più a nord, qui bisogna convivere con la malattia, che per sua natura non lascia scampo.

La Xylella ha infatti trovato la strada spianata nel Salento essenzialmente grazie a due varietà di ulivo, l’Ogliarola e la Cellina di Nardò. Quasi tutti gli ulivi salentini sono di queste due varietà, che hanno la sfortuna di avere una mortalità del 100% se colpite da Xylella: in parole povere, tutte le Ogliarole e le Celline malate sono destinate a seccarsi, speranze di guarigione non ve ne sono. È questo che rende la Xylella un’emergenza diversa da qualsiasi altra patologia vegetale che colpisce alcune varietà di piante agrarie, in cui il danno si misura però in una percentuale di piante perse, non nella loro totalità. Più che a convivere con la malattia, il Salento è condannato a subirla, e a perdere tutti i suoi ulivi.


Un’olivicoltura particolare

Gli ulivi del Salento sono diversi dagli ulivi del resto d’Italia. Sono enormi, sia per dimensione dei tronchi, che denotano una prevalenza di ulivi pluricentenari, che per altezza. La loro storia me la racconta Gianfranco Cataldi: «A partire dal XVII secolo è stata fatta tabula rasa della foresta di querce che copriva l’intero territorio salentino, e al posto delle querce sono stati piantati gli ulivi, destinati alla produzione dell’olio per l’illuminazione, o “olio lampante”». Nei secoli successivi le strade e le case delle grandi città d’Europa e d’America erano illuminate grazie alla combustione dell’olio prodotto nei frantoi ipogei di Gallipoli con le olive salentine. Poi è arrivata la luce elettrica, e gli olivicoltori si sono orientati verso la produzione di olio alimentare, scontando però sia la difficoltà di curare adeguatamente ulivi grandi come querce che il problema della raccolta a terra, funzionale alla produzione di olio lampante ma non molto indicata per quella di olio alimentare. D’altronde, tronchi di quelle dimensioni non possono essere “scossi” con facilità.

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Uliveti colpiti da Xylella nell’entroterra salentino

Un altro vantaggio su cui la Xylella ha potuto contare è proprio nelle scarse cure che questi enormi e suggestivi ulivi hanno avuto negli ultimi decenni: potature scarse, trattamenti e lavorazioni degli uliveti ridotti al minimo quando non eliminati del tutto. Una pacchia per l’insetto vettore del batterio, la cosiddetta “sputacchina” (Philaenus spumarius), che non ha trovato ostacoli sul suo cammino. La Xylella è anche una malattia “economica”, sintomo della scarsa redditività dell’olivicoltura del territorio. «La proprietà agraria in questa zona – mi spiega Cataldi, che questa parte di Salento la conosce metro quadro per metro quadro – non raggiunge in media neanche un ettaro di estensione. Sono poche le aziende che vivono davvero di olio.»

Piccoli appezzamenti, spesso neanche aziende vere e proprie, ma semplici privati che hanno ereditato piccoli uliveti o porzioni di essi, i quali non offrono più alcuna risorsa economica ai loro proprietari. È difficile, praticamente impossibile, immaginare di poter applicare una profilassi efficace di contenimento della malattia, anche qualora vi fosse, in queste condizioni. Di più, la prospettiva di poter beneficiare in futuro di compensazioni per l’espianto degli ulivi, insieme alla possibilità di ricevere ancora i contributi PAC per gli ulivi malati ma ancora parzialmente in produzione ha rappresentato un disincentivo a intervenire sugli uliveti in maniera razionale, o a procedere con espianti tempestivi. «Convivere con la malattia nella zona contaminata – mi spiega Verrastro – avrebbe dovuto avere il significato di utilizzare il Salento come un enorme laboratorio per trovare possibili contromisure. Invece a prevalere è la rassegnazione, tranne rare eccezioni.»


L’ottimismo della ragione

Una di queste “rare eccezioni” è l’obiettivo del nostro viaggio, e la andiamo a trovare procedendo verso sud nella zona contaminata, verso la punta meridionale del Salento. È Giovanni Melcarne, e ci aspetta in un uliveto vicino a Presicce. Melcarne è un “frantoiano”, come si dice da queste parti per indicare uno che le olive le produce e l’olio lo fa. Lo faceva, si potrebbe quasi dire oggi, dal momento che quasi il 90% della produzione è andata perduta a causa della Xylella, un disastro per lui e per la sua famiglia. Ma, a differenza degli altri, non si è dato per vinto, si è rimboccato le maniche e si è messo alla ricerca di possibili soluzioni, trasformando i suoi uliveti in veri e propri campi sperimentali.

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Un innesto su un ulivo infetto

La chiave del suo lavoro è negli innesti: ogni ulivo dell’appezzamento che visitiamo presenta diversi innesti, che si dipanano a corona nella parte superiore del tronco dell’ulivo malato. Le varietà tradizionali, prima di tutto, Cellina e Ogliarola, come riferimento, e poi altre varietà che sembrano dimostrare diversi livelli di tolleranza o resistenza al batterio. Le “toscane” Leccino e Frantoio, già diffuse in Puglia soprattutto negli impianti intensivi più recenti del barese e del foggiano, e poi varie altre. La scommessa, che in questo caso è anche una corsa contro il tempo, è quella di individuare varietà resistenti e compatibili, adeguatamente produttive, da innestare sui tronchi degli ulivi malati.

Ma cosa lascia credere che se anche la varietà innestata dovesse risultare resistente, non siano poi gli stessi vasi del tronco a venire “chiusi” dalla malattia e a decretare comunque la morte della pianta? Il senso della scommessa è proprio qui, spiega Verrastro: «il tronco è la parte della pianta che resiste più a lungo ai danni provocati dal batterio, un innesto adeguatamente tempestivo potrebbe lasciare il tempo per la costituzione di un nuovo vaso xilematico, anch’esso resistente, tra l’innesto e l’apparato radicale della pianta». Mentre ci aggiriamo tra gli ulivi Melcarne appare sempre più ottimista sui risultati: gli innesti rispondono bene, ancora non ci sono abbastanza evidenze per trarre delle conclusioni scientificamente valide, ma ciò che si vede è molto promettente. Alcuni nuovi rami di Ogliarola si sono già ammalati, a dimostrazione dell’arrivo del vettore sugli innesti, mentre altre varietà non si ammalano. «Si potrebbe cominciare dagli alberi monumentali – sospira Melcarne –. Sono comunque condannati a morire, se ne potrebbero individuare un migliaio su cui provare questi innesti.» Una sorta di cura sperimentale, come a volte vengono ammesse dai comitati etici degli ospedali sui pazienti terminali, un estremo atto di amore per alberi che rappresentano prima di tutto un patrimonio identitario del territorio salentino.

Quando si parla dell’atteggiamento delle istituzioni, a cominciare dalla Regione, iniziano le note dolenti: Melcarne sta facendo questo lavoro titanico – bisogna vedere come si innesta un ulivo per comprendere il tempo e le energie necessarie per innestarne centinaia – esclusivamente a sue spese, contando solo sul supporto scientifico del CNR di Bari, fondamentale per garantire la correttezza metodologica delle sue sperimentazioni. Decine di migliaia di euro spesi, proprio mentre la sua azienda entrava in crisi, e migliaia di chilometri di strade poderali percorse alla ricerca del materiale migliore da innestare. Le stesse istituzioni che hanno contribuito, con i tira e molla sugli espianti, al diffondersi del contagio verso nord, non stanno facendo sostanzialmente nulla per combattere la malattia nella “zona infetta” del Salento, e aiutare chi ancora non si arrende.

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Un “olivastro” non colpito dalla Xylella

Melcarne poi mi indica un arbusto, in una pietraia ai margini dell’uliveto. È un ulivo, chiaramente, ma sembra una pianta selvatica. «È selvatica in effetti, è un “olivastro” – mi spiega –, si tratta di piante nate spontaneamente. Ce ne sono molte, e alcune hanno già un carico notevole di olive. E non è stata attaccata dalla Xylella.» In effetti la pianta sembra sanissima, e come lei sembrano sane anche le altre piante di ulivo nate spontaneamente. Le analisi hanno dimostrato che si tratta di “semenzali” – varianti spontanee – di Ogliarola e Cellina, con le quali dovrebbero condividere la maggior parte del patrimonio genetico. Ma, almeno per il momento, sembrano essere immuni alla malattia. Immuni, non semplicemente resistenti o tolleranti: «sarebbe un miracolo restituire al Salento una varietà autoctona immune alla Xylella».

Innesti di varietà resistenti, quindi, per salvare gli uliveti secolari e gli esemplari millenari, se presi in tempo, e nuove varietà immuni o resistenti per nuovi impianti. C’è più di un motivo di ottimismo negli uliveti di Melcarne, che si scontra con la desolazione del paesaggio e con lo sconforto di chi sa che sta remando controcorrente, e lo sta facendo da solo e nello scetticismo generale.


Una questione identitaria

Perché tra le tante peculiarità del caso Xylella, tra i motivi per cui una patologia vegetale che non avrebbe trovato spazio se non sulle riviste degli addetti ai lavori è diventata invece un caso politico e giudiziario nazionale, c’è la questione identitaria. Gli ulivi del Salento sono molto più di una ricchezza economica; anzi, se vogliamo, dal punto di vista economico erano già spossati da una pesante crisi. Ma gli ulivi del Salento sono la storia e la faccia di un territorio omogeneo e della sua gente. Per questo l’ipotesi di dover procedere a espianti di massa prima, e poi la presa d’atto di un processo di disseccamento massivo che potrebbe cambiare completamente la faccia della Puglia meridionale, hanno colpito al cuore l’immaginario della gente, innescato reazioni collettive irrazionali, prima all’insegna della ribellione e oggi della frustrazione e della rassegnazione.

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Gianfranco Cataldi, Vincenzo Verrastro e Giovanni Melcarne

Mentre in macchina torniamo verso nord ne parlo con Gianfranco Cataldi, che sta curando un lavoro proprio sulla percezione diffusa della Xylella nella popolazione pugliese, nell’ambito del progetto XF-ACTORS finanziato dalla Commissione Europea. «Si registrano reazioni diverse – mi spiega – a seconda della distanza dall’epicentro del contagio: si va dalla rassegnazione del Salento all’indifferenza delle zone della Puglia in cui la malattia non è ancora arrivata, ma potrebbe arrivare da un momento all’altro. In ogni caso il comune denominatore sembra essere la “rimozione” del problema. L’impatto della Xylella è talmente forte che si preferisce chiudere gli occhi, pensare “tanto non può capitare anche a me”.» È anche così che si spiega il radicamento delle più strampalate teorie del complotto e delle soluzioni magiche, che hanno ritardato la messa in atto delle contromisure necessarie a contenere il contagio.

E per finire c’è il problema del vettore. Vincenzo Verrastro ne parla con un tono più serio del solito, dato che si tratta di cose di cui si occupa in prima persona, nei laboratori di Bari: «Il fatto che sia solo uno l’insetto che porta la Xylella da un ulivo all’altro è, per il momento, una fortuna. Ma non è detto che sarà sempre così, anzi, è probabile che non sarà sempre così. Il batterio potrebbe mutare, o adattarsi a nuovi vettori, e la situazione diventerebbe enormemente più complicata». E in effetti, ovunque al mondo è arrivata e si è radicata la Xylella, con il passare degli anni nuovi vettori si sono aggiunti ai vecchi, imponendo nuove strategie di contrasto per ogni ceppo e ogni vettore. «Basta guardare a quel che è successo in altri Paesi – prosegue Verrastro –, negli USA ci sono 10 insetti vettori, in Brasile 20 e sulla sola isola di Taiwan ben 44.»

E allora, gli chiedo, cosa si dovrebbe fare? Al di là delle polemiche sugli espianti e sui ritardi, c’è davvero qualcosa che avrebbe potuto cambiare la situazione? Cosa dovrebbe fare un ipotetico “dittatore delle Puglie", se potesse deliberare senza curarsi dell’attrito delle sue decisioni sull’opinione pubblica, e delle resistenze politiche e burocratiche? «Tre cose, innanzitutto: la prima, investire sulla ricerca. Gli esperimenti di Melcarne dimostrano che ci sarebbe spazio per lavorare, e sono proprio queste le iniziative da incoraggiare. La seconda, parlare con sincerità alle persone, non coltivare false speranze e non cercare capri espiatori.» E la terza? «Investire nella ricerca – sorride –, ma forse l’ho già detto.»

@giordanomasini


Le foto di questo articolo sono di Giordano Masini