cormorano greggio

Dopo l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima, il tema dell’ambientalismo e del riscaldamento globale è tornato ad accendere fazioni opposte. Leggo un po’ di tutto, ma tra insulti e sfottò reciproci non vedo mai coinvolte le biotecnologie, che per deformazione professionale e divulgativa sono un tema che mi sta a cuore. Per questo motivo ho deciso di gettare nella mischia l’insolita domanda del titolo: “biotecnologia” fa rima con “ecologia” anche fuori dal vocabolario?

A un primo sguardo, la risposta più immediata sembrerebbe dover essere un secco no, in quanto il mondo delle biotecnologie, con tutta quella ingegneria genetica, sembra distante anni luce da quello dell’ecologia e dell’ambientalismo classico. Anzi, quest’ultimo considera la manipolazione del DNA come un "nemico" degli ecosistemi. I motivi di questo astio sono principalmente ideologici: un novello Dottor Frankenstein che crea esseri mostruosi "contro natura" è facilmente evocabile, così come la guerra alle aziende che mettono le mani sporche di DNA nelle piante e nel cibo che mangiamo.

Questo clima nei confronti delle biotecnologie è particolarmente accentuato in Italia: per esempio, quasi il 60% delle immagini del web portano un messaggio negativo nei confronti degli OGM, con chimere inesistenti, riferimenti alla guerra chimica e nucleare, oltre alla ormai immancabile fragola-pesce. Rischi per la salute, per l’ambiente e per gli ecosistemi sono costante mente evocati degli oppositori agli OGM: uno degli ostacoli principali nella comprensione dell’eventuale connessione fra biotecnologie e salvaguardia dell’ambiente è legata all’immaginario collettivo creatosi sul tema.

Le biotecnologie non usano per forza organismi modificati, ma possono sfruttare anche le naturali capacità degli esseri viventi: fare la birra o il pane è un processo biotecnologico classico, ma di sicuro gli Egizi non conoscevano la tecnica del DNA ricombinante. Oltre alle piante, le biotecnologie riguardano anche gli animali e soprattutto i microrganismi. E proprio questi ultimi sono protagonisti delle cosiddette biotecnologie grigie o "ambientali". Uno dei fenomeni compresi in questo ambito è il biorisanamento, che ha lo scopo di utilizzare esseri viventi o parti di essi (es. enzimi) per ripulire diverse tipologie di ambienti da inquinanti.

Per esempio, alcuni microrganismi, dai batteri ai funghi, sono naturalmente in grado di catturare e metabolizzare metalli pesanti come il piombo o il cadmio, purificando le acque di scarico di aziende metallurgiche. Anche molecole più complesse e tossiche come la formaldeide, l’acido cianidrico e il perclorato possono essere biodegradate, al pari delle componenti del petrolio, come idrocarburi lineari o ciclici. Spesso infatti vengono utilizzati batteri in situazioni di sversamento di greggio in mare, allo scopo di limitare i gravi danni ambientali causati da questi incidenti. Questi microrganismi vengono spesso isolati sul fondo delle cisterne petrolchimiche, dove l’alta concentrazione di idrocarburi permette la selezione naturale di cellule in grado di cibarsene. In alternativa è possibile fare una selezione artificiale, ponendo questi organismi nelle condizioni desiderate, come alte concentrazioni di un certo inquinante, e isolare ceppi capaci di degradarli. È possibile spingersi oltre aumentando le condizioni di stress oppure inducendo mutazioni con raggi UV e poi selezionando ulteriormente: questo fenomeno è chiamato evoluzione diretta e la cellula ottenuta non è OGM per definizione.

Sempre nell’ambito della biodegradazione, i microrganismi sono fondamentali per l’eliminazione di componenti organiche de diversi tipologie di scarti e sottoprodotti. Per esempio la frazione organica dei rifiuti urbani (FORSU) viene trasformata in biogas da batteri anaerobi, portando all’ottenimento di una fonte alternativa di energia. Oltre a ciò il processo valorizza una risorsa altrimenti da smaltire con onerosi costi in termini economici e ambientali. Similmente, sottoprodotti di industrie come quelle alimentari, agro-forestali e cartiere possono essere usate come biomassa rinnovabile a basso costo. Le bioraffinerie spesso vedono protagonisti microrganismi capaci di portare a termine la trasformazione di queste risorse in prodotti di interesse commerciale: non a caso vengono chiamate cell factory.

Fra le molecole ottenibili dai microrganismi, geneticamente modificati o meno, a partire da biomasse edibili o di scarto, sono di particolare interesse ambientale i biocarburanti e le bioplastiche, che hanno lo scopo diretto di sostituire le controparti di origine petrolchimica. I vantaggi a livello di sostenibilità è misurabile sia per quanto riguarda la riduzione nell’uso del petrolio, sia per lo smaltimento del prodotto una volta utilizzato dal consumatore finale. I biocarburanti tendono a liberare meno sostanze tossiche rispetto ai combustibili convenzionali: nonostante la CO2 sia comunque il prodotto finale dell’ossidazione di molecole con il bioetanolo o il biodiesel, il particolato e gli ossidi dell’azoto sono nettamente ridotti. Molte bioplatiche sono biocompostabili e biodegradabili, di conseguenza il problema della gestione dei rifiuti di plastica che si accumulano nell’ambiente risulta essere decisamente ridimensionato.

Ovviamente sono necessarie sempre tutte le verifiche del caso, ma è chiaro come tutte queste applicazioni delle biotecnologie, e molte altre, vadano nella direzione di un calo nel consumo delle risorse fossili e nella riduzione dell’impatto ambientale delle attività umana. Grazie alle biotecnologie il futuro sarà più verde, con buona pace di chi le liquida con l’etichetta di nemiche del pianeta: l’informazione e la conoscenza di ciò che effettivamente questa scienza può fare è la chiave per la comprensione di queste realtà, che ho approfondito nel libro “Geneticamente modificati”, edito da Hoepli. Biotech is the new green.