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‘Costituisce requisito di accesso ai servizi educativi e ricreativi pubblici e privati l’avere assolto gli obblighi vaccinali prescritti dalla normativa vigente’. È il punto focale della nuova legge regionale dell’Emilia Romagna - approvata a larga maggioranza nel pomeriggio di martedì 22 novembre (l’unico no è arrivato dai consiglieri del M5S, mentre la Lega Nord si è astenuta) – che finora è un unicum in Italia: rende ancora più obbligatorie le vaccinazioni obbligatorie, da oggi imprescindibili per i bambini che frequentano le scuole d’infanzia (sia pubbliche che private).

L’Emilia Romagna è la prima Regione che risponde in maniera decisa al calo della copertura vaccinale verificatosi negli ultimi anni, molto pericoloso perché si rischia il venire meno della cosiddetta immunità di gregge, con la ricomparsa di malattie – pericolosissime, soprattutto per i bambini – che si pensava fossero ormai solo un ricordo in Italia. L’obbligo riguarda solo i vaccini antipolio, antidifterite, antitetano e antiepatite B.

Entro un mese la Giunta regionale è chiamata a specificare le “forme concrete di attuazione”, ma è sicuro che, per poter far accedere i propri figli al nido (fascia 0-3 anni), i genitori di bambini oggi non ancora vaccinati dovranno presentare entro i mesi di maggio o giugno 2017 il certificato di avvenuta vaccinazione, pena la non ammissione (esclusi, ovviamente, casi particolari in cui le vaccinazioni non sono possibili).

Ma perché una Regione storicamente considerata il fiore all’occhiello della sanità italiana è dovuta ricorrere a una misura del genere? La risposta sta nelle percentuali di copertura vaccinale, che negli ultimi anni si sono abbassate praticamente in tutto il territorio – seguendo un trend che si verifica in buona parte della Penisola -, con poche eccezioni, scendendo al di sotto del 95%, soglia minima per consentire l’immunità di gregge, e arrivando nel 2015 al 93,4% (considerate al 24° mese).

La tabella pubblicata dalla Regione rende tutto più esplicito.

Vaccini EmiliaRom 1

Come si vede, solo tre Ausl sono rimaste al di sopra del 95% della copertura vaccinale: Imola (95,8%), Piacenza e Parma (entrambe al 95,6%), e anch’esse, comunque, tra il 2010 e il 2015 hanno subito un calo. La situazione più preoccupante è quella rilevata in Romagna (che oggi è una Ausl unica). Rimini ha un problema di copertura che ormai è storico: dal 2010 al 2015 non ha mai superato il 93% di copertura e nell’ultimo anno si è attestata all’87,5%. L’area di Cesena e di Forlì da due-tre anni registra ormai lo sforamento verso il basso. In media l’Ausl unica della Romagna registra una copertura vaccinale al 91,1%. Troppo poco, pericolosamente poco.

Dati nient’affatto entusiasmanti anche nel resto della Regione: Reggio Emilia dal 2014 al 2015 è scesa dal 95,2% al 93,7%, Modena ormai per due anni di seguito è nell’area del 94%, Bologna – la città capoluogo – è andata per la prima volta in cinque anni sotto la soglia limite, così come Ferrara, che registra uno dei cali più drastici (se non il più drastico) in un solo anno, passando da una copertura del 96,1% nel 2014 al 93,6% del 2015, un dato ancora più preoccupante se si considera che per anni aveva registrato ottime percentuali di copertura.

Un altro grafico della Regione spiega meglio di mille parole la situazione e il perché dell’urgenza: il trend delle quattro vaccinazioni obbligatorie dal 2000 al 2015.

Vaccini EmiliaRom 2

La legge emiliana è stata salutata piuttosto favorevolmente già al momento del suo annuncio durante l’estate scorsa e probabilmente è la migliore soluzione per venire a capo di un problema importantissimo di salute pubblica. È una soluzione comunque drastica, perché in qualche modo limita la libertà dei genitori e anche quella residuale dei bambini.

Si è realizzato il primo passo di ciò che avevamo paventato nel giugno 2015: lo spostamento del sistema sanitario verso un modello più coercitivo, in risposta a una libertà malintesa da troppi genitori e viziata pesantemente da una cattiva informazione, da una cattiva giurisprudenza, da una cattiva politica, ma anche da una colpevole cecità del mondo sanitario, incapace per troppo tempo di accorgersi dei e rispondere ai nuovi dubbi emergenti in un sistema, paradossalmente, vittima della propria efficacia.