Inizialmente si trattava di una seria emergenza fitosanitaria, quindi sembrava potesse rimanere una questione tutta scientifica; il problema Xylella, però, è diventato più grave quando, come spesso accade in questo paese, la discussione è stata spostata sul piano politico-giudiziario attraverso una serie di teorie del complotto.

capone manifestaz xylella sito

Lo schema è quello collaudato e visto all’opera in altre circostanze: associazioni ambientaliste e “movimenti” parlano di un complotto di una multinazionale (la solita Monsanto), della complicità dei ricercatori, compaiono i primi sciamani e guaritori con cure biologiche, omeopatiche o “alternative”, intervengono attori, cantanti, partiti politici, trasmissioni televisive come “Le Iene” e infine la procura di Lecce, che mette sotto indagine 10 scienziati, ricercatori e operatori sanitari che si sono occupati dell’emergenza, con l’accusa di aver diffuso il patogeno e di voler distruggere il paesaggio e la tradizione agroalimentare del Salento.

L’intervento della procura porta al sequestro degli ulivi e quindi alla sospensione del piano di emergenza di eradicazione e controllo del vettore, concordato con l’Efsa e l’Ue, per evitare l’espansione nel continente e nel Mediterraneo di un pericoloso patogeno da quarantena come la Xylella. I ricercatori dovranno difendersi e il batterio – questo rischia di essere l’esito, inintenzionale ma reale, della storia - potrà continuare a diffondersi indisturbato.

Il culmine di questa vicenda è arrivato con il recente decreto di sequestro degli ulivi, poi confermato dal gip, e l’iscrizione dei ricercatori nel registro degli indagati per i reati di “diffusione colposa di malattia delle piante, inquinamento ambientale, falso materiale e ideologico in atti pubblici, getto pericoloso di cose, distruzione o deturpamento di bellezze naturali”.

Sviscerando il decreto si nota come l’inchiesta sia basata a livello generale su una macro contraddizione logica e un impianto di tipo cospiratorio, mentre a livello più particolare su una serie di non sequitur, contraddizioni e anche evidenze false.

Sul piano generale la grande contraddizione è che da un lato l’Università di Bari, il Cnr e lo Iam (Istituto agronomico mediterraneo) sono accusati dell’introduzione in Italia della Xylella, all’interno di un grande complotto con al centro l’interesse di speculatori e multinazionali; dall’altro lato si sequestrano gli ulivi, impedendo le eradicazioni concordate con l’Unione europea, perché non esiste “un reale nesso di causalità tra il batterio e il disseccamento degli ulivi”. È evidente che la prima ipotesi cozza logicamente con la seconda: seppure degli scienziati senza scrupoli avessero diffuso un pericolosissimo batterio, bisognerebbe agire rapidamente per evitarne la diffusione. Invece l’ipotesi della procura pare sostenere che delle persone abbiano introdotto un batterio innocuo per scatenare una finta “emergenza Xylella” per eradicare gli ulivi. È evidente che, prima della raccolta delle prove, la teoria così com’è ha quantomeno bisogno di essere sfrondata con il rasoio di Occam.

Se poi si va nei dettagli del decreto, le incongruenze, le contraddizioni e gli errori sono davvero tanti; di alcuni di questi ho parlato in altri due articoli sul Foglio.

Di seguito un elenco dei punti che destano maggiore sorpresa soprattutto per il metodo d’indagine e di ricerca delle prove, che sembra basarsi sui due cardini di ogni “teoria del complotto”: il “cui prodest?” e l’idea che non esistano le coincidenze, che nulla accada per caso.

L’università di Bari e il progetto Olviva
L’università di Bari, un anno prima dell’emergenza Xylella, ha stipulato un accordo con un centro di ricerca spagnolo per brevettare e commercializzare nuove selezioni di ulivi: “Qualora (questa nuova varietà, ndr) dovesse risultare resistente alla Xylella, va da sé che per il Dissat dell’Università di Bari ne deriverebbero enormi vantaggi”. Abbiamo il “cui prodest?”; se ci potrà guadagnare potrebbe voler dire che in qualche modo c’entra, no?

Non può neppure essere una coincidenza il fatto che un professore coinvolto nel progetto, il virologo vegetale Giovanni Martelli, sia proprio colui che poi ha suggerito sulla base di una “folgorante intuizione” (enfasi dei magistrati) di indagare sulla presenza della Xylella allora sconosciuta in Puglia. Se poi questi studiosi negli anni passati hanno espresso opinioni favorevoli alle colture superintensive in sostituzione di quelle tradizionali, per aumentare la produttività e reggere la concorrenza internazionale, ecco che si uniscono tutti i puntini e il complotto è servito, con i suoi “inquietanti aspetti relativi al progettato stravolgimento della tradizione agroalimentare e della identità territoriale del Salento per effetto del ricorso a sistemi di coltivazione superintensiva e di introduzione di nuove cultivar di olivo”. La procura porta a supporto di questa teoria anche il fatto che “Savino (indagato ed ex preside di Agraria a Bari), Godini (docente e “strenuo sostenitore delle colture superintensive”) e Martelli condividono un medesimo approccio culturale che trova espressione nell’Accademia dei Georgofili”.


La Monsanto e i punti di sospensione
Nell’inchiesta si parla anche del ruolo di Monsanto. Nel dicembre 2013 a Bari si è tenuto il Forum di Medicina Vegetale, in cui si è parlato, ovviamente, della recente e preoccupante scoperta della Xylella. La procura scopre che “dalla brochure dell’evento si notano numerosi sponsor tra i quali la Monsanto (scritto in maiuscolo, grassetto e sottolineato, ndr) che presenta un progetto per il diserbo negli oliveti”. Siccome erano stati utilizzati precedentemente, per alcune sperimentazioni legate alla cura della “lebbra dell’olivo”, anche prodotti Monsanto, l’idea seguita dalla procura è che proprio quella sperimentazione abbia causato il disseccamento degli ulivi e che la multinazionale avesse già pronto un piano per speculare sull’emergenza esposto al Forum di Medicina Vegetale. La prova viene da un altro classico del complottismo di quarta categoria, le parole al contrario. Scrivono i magistrati: “Quel che è dato acquisito è che la Monsanto ha acquisito sin dal 2008 la società Allelyx (specchio di xylella…)”. Proprio così, negli atti si parla di parole al contrario (con puntini di sospensione inclusi per dare suspense). In realtà non c’è nessun mistero, perché il nome vero della società è Alellyx (non “Allelyx” come scrivono i magistrati) e si chiama così perché fondata da cinque scienziati brasiliani - in Brasile Xylella fa molti danni - che hanno sequenziato il dna del batterio nel 1997, 10 anni prima che la Monsanto acquisisse la società da loro fondata.

“La gente ha visto gli untori!”
Proprio come Caterina Rosa nella “Storia della colonna infame”, così anche in quest’inchiesta qualcuno ha avvistato gli untori: alcuni testimoni raccontano di aver visto durante queste sperimentazioni contro la “lebbra dell’olivo” persone che "in abiti civili, con tute bianche modello 'usa e getta' in dotazione alla polizia scientifica, si aggiravano fra gli olivi con in mano dei barattoli di colore blu e bianco. Effettuavano anche alcune manovre, alla base degli alberi". Gli alberi avevano anche dei cartelli con scritto “Campo sperimentale”. Poi succede che "la maggior parte degli alberi di olivo, sui quali erano stati appesi i cartelli, erano quasi completamente bruciati: alcuni mesi addietro si era sviluppato un incendio". La procura non ha dubbi: “Si ritiene che l’incendio degli alberi su cui sarebbero avvenute le sperimentazioni legate alla "Lebbra dell'olivo", ovvero le prove in campo del ROUNDOP [sic!, sarebbe in realtà RoundUp] Platinum della Monsanto, sia di natura dolosa con finalità di eliminare ogni possibile traccia di quanto fatto sugli alberi”. In sintesi: alcune persone con la tuta bianca infettano gli alberi con unguenti e appongono pure i cartelli, poi bruciano tutto per cancellare le prove. Non c’è prova che quelli siano gli alberi legati alla sperimentazione né che l’incendio sia stato doloso, nessun riscontro, solo qualche testimonianza a distanza di 5 anni e una serie di ardite deduzioni e non sequitur.

Gli untori dello Iam
L’Istituto agronomico mediterraneo di Bari è un’istituzione intergovernativa che da decenni si occupa di patogeni da quarantena, e ovviamente anche di quelli che possono attecchire nel bacino del Mediterraneo. In questo contesto ha organizzato nel 2010 un workshop di studio e ricerca sulla Xylella fastidiosa con scienziati esperti da tutto il mondo, importando campioni isolati del batterio. Secondo le ipotesi della procura è dallo Iam che il batterio sarebbe, più o meno colposamente, “fuggito” e avrebbe infettato il Salento. In realtà, come ha spiegato al Foglio e pubblicamente il ricercatore indagato Franco Valentini, è impossibile che ciò accada e, qualora la cosa fosse accaduta, il batterio si sarebbe propagato nella zona di Bari (dov’è stato tenuto il workshop) e non a Lecce, a 200 km di distanza. Ma la controprova che la Xylella non è stata diffusa dallo Iam è, come conferma anche la procura, che quella comparsa in Salento è “Xylella fastidiosa subspecie Pauca”, una sottospecie che non è stata importata dallo Iam perché i loro studi si concentravano su altre specie come quelle che in California causano il Pierce’s disease (malattia per cui allora era conosciuta e temuta la Xylella). Ma ciò che scagionerebbe chiunque, con un’acrobazia, diventa per la procura una prova di colpevolezza: “Rimane priva di plausibile giustificazione l’introduzione, a scopi di ricerca scientifica e di studio, da parte dello Iam nell’ambito di COST 873, di tutte le sottospecie di Xylella fastidiosa conosciute ad eccezione della sottospecie pauca individuata nel Salento!” (pag. 27). Così, anche col punto esclamativo.

Tra l’altro, sempre nel dispositivo, la procura sembra insinuare, attraverso lo stesso approccio inquisitorio e non falsificabile, che in qualche modo sia sospetto anche il ruolo degli scienziati riuniti attorno all’associazione scientifica COST 873, con cui lo Iam ha organizzato l’ormai famoso workshop: “Pare in qualche modo alquanto singolare l’interesse di questo gruppo di studiosi in quel dato momento, quando l’attenzione maggiore nei confronti di un ipotetico ingresso in Europa di Xylella fastidiosa era rivolta alla coltivazione della vite che non produce né drupe né noci (di cui si occupa Cost 873, ndr)”. La procura vuole forse far intendere che anche altri ricercatori internazionali sapevano che la Xylella avrebbe attaccato gli ulivi? E se il disseccamento degli ulivi non dipende dalla Xylella vuol dire che anche tanti altri scienziati nel mondo fanno parte di questa cospirazione o di questo piano per fabbricare una falsa emergenza? Anche il network di Cost 873 quindi deve giustificare la scelta di aver introdotto tutte le sottospecie di Xylella tranne quella poi apparsa in Salento? Sarebbe difficile far capire agli scienziati stranieri cosa dovrebbero spiegare alla giustizia italiana, ma tant’è.


La distorsione della consulenza dei periti
La procura ha sottolineato un aspetto, messo in risalto anche dagli organi d’informazione, che smonterebbe l’ipotesi dei ricercatori e dei centri di ricerca accusati secondo cui la Xylella presente in Salento apparterrebbe a un ceppo identico presente in Costa Rica e quindi sarebbe probabilmente arrivata in Italia attraverso l’import di piante ornamentali. “Ciò che è emerso durante l’indagine e meglio esplicitato dai consulenti di codesta A.G., è che al momento nel Salento parrebbero esservi più ceppi differenti (perlomeno nove!!!), nonostante i ricercatori del Cnr di Bari in più occasioni ufficiali sostengono esservene uno solo”. Ma in realtà, nonostante i 3 punti esclamativi della procura, di certezze ce ne sono davvero poche, se si va a leggere la parte che riguarda la relazione dei periti dell’accusa.

I consulenti sostengono che “la popolazione presente nel Salento non sembra costituire, come affermato dai ricercatori che stanno operando in Puglia, una popolazione omogenea”. Innanzitutto neppure i consulenti dell’accusa riescono o possono affermare che gli scienziati accusati siano stati incapaci o abbiano agito addirittura in malafede, perché siamo sul terreno delle ipotesi e della ricerca scientifica, che è ciò di cui ci sarebbe bisogno per questi temi (più che dei punti esclamativi dei magistrati). “Se questo fosse effettivamente vero (ma è da dimostrare) che cosa potrebbe significare?”, si chiedono i periti, e fanno una serie di ipotesi: che la Xylella sia arrivata anche da altre parti e non solo dalla Costa Rica, che sia entrata molto tempo fa e si sia modificata geneticamente, che si sia ricombinata con un nuovo ingresso. “Le ipotesi potrebbero essere queste e altre ancora; tutte da studiare ma soprattutto è da verificare se effettivamente nel Salento sono presenti popolazioni di Xylella diverse fra loro”.

Nessuna certezza, solo ipotesi; nessuno ha scoperto o dimostrato qualcosa di scientificamente rilevante e nuovo rispetto al lavoro finora svolto dagli accusati. E tra l’altro neppure i consulenti dell’accusa si sognano di sostenere che il piano di emergenza sia inutile o che la Xylella sia innocua. Uno di essi, il prof. Giuseppe Surico, è ben consapevole dei danni che questo batterio può causare: “Ospitare dunque Xylella fastidiosa in un territorio rappresenta una situazione di pericolo fitopatologico di estrema gravità, nell’immediato e per il futuro”, scriveva pochi mesi fa in un articolo su Scienza in Rete.

Ma perché questo dettaglio dei vari ceppi di Xylella è rilevante? Perché la procura sostiene che asserendo la “monoclonalità della popolazione batterica presente nel Salento”, si delinea il profilo della colpa, perché la consulenza ha smontato “le conclusioni scientifiche rappresentate all’Europa e che hanno costituito il presupposto delle determinazioni assunte sia a livello europeo che a livello nazionale”. In pratica gli scienziati, con le loro erronee o false conclusioni, avrebbero tratto in inganno l’Europa per far approvare il piano di emergenza bloccato dalla procura. Tutto questo sulla base di quali prove? Nessuna. Solo la perizia di consulenti che dicono che nulla è certo? Come fa quindi la procura a essere certa che il piano di gestione del rischio e contenimento del batterio sia errato? E, nel caso dovesse avere torto, chi pagherà per i danni incalcolabili causati dalla mancata attuazione del piano?

Ciò che è ancora più rilevante è che, rispetto all’ipotesi di essere stata tratta in inganno o in errore dagli scienziati italiani accusati, la Commissione europea ha affermato che “non c’è al momento alcuna indicazione del fatto che l'Italia le avrebbe comunicato dati sbagliati" riguardo alla diffusione della Xylella fastidiosa. C’è qualcuno che si sta avventurando in teorie che hanno poca aderenza con la realtà, giocando con il rischio di un’epidemia e la diffusione di un batterio da quarantena, oppure anche la Commissione europea fa parte del complotto? Mistero.


La manipolazione delle parole dell’esperto americano Alexander Purcell
Per avallare l’idea dell’inutilità del piano di emergenza ed eradicazione volto al contenimento del patogeno, la procura usa un virgolettato di Alexander Purcell di Berkeley, esperto mondiale di Xylella, che in un workshop dell’Efsa avrebbe dichiarato: “Non fate il nostro stesso errore: contro la Xylella gli abbattimenti non servono a nulla” (pag.40/41). Ma Purcell non ha mai pronunciato quelle parole. La procura cita come fonte un sito locale (videoandria.com) che riporta una dichiarazione di un’europarlamentare grillina che attribuisce quella frase a Purcell. Bastava andare sul sito dell’Efsa, la fonte ufficiale, per vedere che nell’intervento di Purcell non c’è traccia di quella frase. Oppure agli inquirenti sarebbe bastato leggere, oltre a “videoandria”, anche il Foglio, per trovare un articolo di Alexander Purcell in persona, in cui lo scienziato americano difendeva i suoi colleghi pugliesi e criticava la magistratura per un’inchiesta che “genera sfiducia nella scienza”. Se è questo il metodo con cui sono stati ricostruiti semplici fatti, c’è da chiedersi quale sia stato il livello di accuratezza per tutte le questioni che richiedono un più elevato livello di conoscenze.

Per adesso l’inchiesta della procura ha prodotto la delegittimazione dei ricercatori più preparati sul tema, il blocco del piano d’emergenza e le dimissioni del commissario Silletti, scaricato dalla politica locale e nazionale. Ora tutto è fermo. Tranne la Xylella, che continua ad avanzare.