Molti, impressionati e storditi dal fragore della kermesse, non ci hanno fatto caso, ma ad Expo 2015, nell’ambito della stessa manifestazione, si fronteggiavano due idee opposte di agricoltura: una definita “indigena”, cioè quella tradizionale, vista come migliore a prescindere anche se l’evidenza dei fatti dice il contrario, l’altra moderna, nutrita di ricerca scientifica e di innovazione tecnica, l’unica davvero in grado di garantire la sostenibilità e l’equilibrio con l’ecosistema.

Simonetti Expo sito

Alla fine, all’Expo ci sono andato, ma solo a fine ottobre, cioè pochi giorni prima della chiusura. Il risultato di tanto ritardo è stato che la deambulazione sulla via principale, il Decumano, era agevole come andare su via del Corso a Roma il pomeriggio del 23 dicembre, o come sul Grande Raccordo Anulare in un’ora di punta e con un paio di incidenti. Ma non mi posso neanche lamentare, visto che mi avevano avvertito.

Da bravo improvvisatore, non avevo un piano preciso. A differenza dei più fini, che a Expo sono andati preordinando le tappe (“Arriviamo all’entrata Est che è la più vicina, poi ci fiondiamo al padiglione del Giappone, così avremo davanti non più di 1000/1500 persone”), mi accontentavo di vedere qualche padiglione, possibilmente senza fare file esagerate.

Alla prima occhiata ho capito che alcuni siti (il Giappone in primis, ma anche l’Azerbaijan, il Brasile, gli EAU e un paio d’altri) erano inavvicinabili (alle 9,40 per entrare nel Giappone occorrevano già più di otto ore).

Comunque, dedicando l’intera giornata alla visita, di padiglioni ne abbiamo visti parecchi: la Russia, l’Estonia, la Repubblica Ceca, l’Irlanda, il Sudan, il Nepal… Molti erano belli, alcuni lussuosi, altri poveri e nudi. Alcuni prevedibili, altri sorprendenti.

Il tema dell’Expo era “Nutrire il Pianeta/Energia per la Vita”: il che spiega la presenza, tra gli altri più o meno dedicati alle tradizioni alimentari, di un padiglione come quello della confederazione degli industriali cinesi, davvero impressionante (a me è piaciuto soprattutto il sottomarino tascabile per l’esplorazione delle profondità marine, ma era bello anche il modellino della centrale nucleare di ultima generazione).

Il vero clou dell’Expo per me è arrivato in serata. Erano ormai le 20 o giù di lì, e ho nuovamente tentato la sorte al Padiglione Zero, quello curato dall’ONU, da cui in precedenza ero stato respinto tra i lazzi. Stavolta la fila si era molto ridotta e dopo neanche 40 minuti di attesa sono riuscito a entrare.

Sulla grande facciata si leggeva il motto latino Divinus halitus terrae, il divino respiro della terra. L’ingresso è davvero di grande impatto visivo: un fondale di legno da teatro rinascimentale, alto dieci metri almeno, coperto di statue, altorilievi, colonne e stipato di cassetti. È l’Archivio della Memoria, con riferimento ai cassetti in cui sarebbero conservati non solo tutti i semi di tutte le varietà vegetali esistenti, ma anche tutti i saperi atavici dell’umanità. Sotto le maestose arcate di questa quinta teatrale, si passava nella sala successiva, ancora più grande. Al centro c’era un gigantesco albero, la cui cima fuoriusciva dalla copertura del padiglione, a rappresentare la supremazia della Natura rispetto alle creazioni umane. Nella sala veniva proiettato a ciclo continuo un cortometraggio (di Martone): contadini che mungono vacche, cascinali, albe slavate.

Uno dei cartelloni spiegava che la storia dell’uomo è compendiabile nelle seguenti quattro tappe: 1) cacciatore; 2) raccoglitore; 3) agricoltore; 4) allevatore. Punto. La storia del mondo, dunque, secondo i curatori del padiglione, non comprende i quattro quinti dell’umanità attuale; medici, scienziati, artisti, operai, impiegati, insegnanti, casalinghi e netturbini non vi trovano spazio.

Un altro cartellone informava che l’ONU riconosce il valore delle “agricolture indigene”, e ritiene che esse siano “il futuro dell’agricoltura”. A questo punto la mia perplessità era al colmo. Intanto, cosa vuol dire “agricoltura indigena”? E soprattutto, se “indigeno” significasse (come pare) “primitivo” o “tradizionale”, perché mai un’agricoltura siffatta costituirebbe il futuro? Le agricolture tradizionali erano, e sono tuttora, assai meno produttive dell’agricoltura moderna, visto che richiedono l’impiego di più terra e più lavoro a parità di raccolto: non pare esattamente un gran viatico, se la sfida che ci sta davanti è quella di nutrire più persone di prima.

Ma, mi direte, benché meno produttiva, magari l’agricoltura del passato era più rispettosa dell’ambiente, più sostenibile: non desertificava, non impoveriva la terra, non avvelenava le falde acquifere coi residui dei pesticidi e dei fertilizzanti di sintesi. È questo che vuol dire l’ONU, pensavo, mentre uscivo dal Padiglione Zero e ritornavo sul Decumano.

La folla sul viale era sempre immensa e tra un padiglione e l’altro mi avviavo sempre più stanco verso l’uscita. Del resto, erano già più di dieci ore che giravo e, a parte due brevi soste per mangiare, non mi ero mai seduto. Mi faceva pure male la schiena.

Quand’eccomi davanti al padiglione di Israele. La fila era meno lunga di quanto temessi e me la sono cavata con una mezz’ora. Io comunque, ormai, più che camminare mi trascinavo, borbottando e lamentandomi come sempre quando sono stanco e di cattivo umore.

Il padiglione israeliano (motto: “I campi di domani”) di primo acchito non era entusiasmante. Sull’esterno c’era il c.d. Giardino verticale, e più prossimo all’entrata uno schermo che mostrava il variare delle stagioni riflesso nei campi coltivati. Banalità da Mulino Bianco, insomma. Una volta entrati, si veniva accolti da un giovane operatore, che cercava di interagire col video di un’attrice israeliana che dialogava con lui e con gli ospiti. Per di più, continuavamo a starcene in piedi immobili. Per fortuna a un certo punto il filmato è finito e ci hanno fatto passare nella sala accanto, dove c’erano DELLE PANCHE!!! Che sollievo…

Dietro le nostre spalle, immagini di boschi. Davanti, un nuovo filmato, sempre con l’attrice israeliana, che ci domandava: “Lo sapevate che Israele è l’unico paese al mondo che, nel corso del XX secolo, invece di desertificare ha trasformato il deserto in terra coltivabile e ha incrementato l’area boschiva?” Non ci avevo mai pensato. È vero che altri paesi hanno rimboscato, nel corso del secolo scorso, ma nessun altro è riuscito a bonificare il deserto. E mentre la scena nel filmato proseguiva e i visitatori apprendevano che i pomodorini di Pachino, lungi dall’essere una varietà autoctona italiana, sono un prodotto dei laboratori israeliani (per i lettori spaventati mi affretto ad aggiungere che NO, NON SI TRATTA DI OGM!!!11!), e che l’irrigazione a goccia è anch’essa un’invenzione israeliana, ho capito una cosa importante.

Il deserto che gli israeliani si sono trovati di fronte, prima di bonificarlo e ripiantumarlo, era identico ai tanti deserti prodotti, altrove, da millenni di quell’ “agricoltura indigena” di cui il Padiglione Zero cantava le lodi. Il deserto c’è proprio perché l’agricoltura indigena non è in grado di garantire la sostenibilità e l’equilibrio con l’ecosistema. Solo un’agricoltura moderna, nutrita di ricerca scientifica e di innovazione tecnica, può farlo. L’agricoltura tradizionale è inefficiente, impiega poco capitale, sfrutta troppo i terreni, spreca l’acqua e causa l’erosione, la salinizzazione e la desertificazione dei suoli. Come scriveva cinquant’anni fa il grande Pierre George,

“il carattere principale dell’economia agricola di sussistenza è la sottoutilizzazione delle possibilità di produzione e la perdita di potenziale o di risorse. Il tragico paradosso dei paesi in cui l’esistenza delle popolazioni riposa sulla produzione locale, è che questa è ridicolmente inferiore a quella che si ottiene su una superficie equivalente in paesi a economia evoluta.”

E la FAO, nel 1959, ammoniva che “i metodi primitivi di coltura non si traducono soltanto in una debole produttività, ma molto spesso anche in un deterioramento dei terreni e delle altre risorse naturali”.

Dopo il padiglione israeliano la mia visita è praticamente finita. Così, mentre zoppicando riguadagnavo l’uscita e un taxi mi riportava in albergo, ho cercato di riepilogare le impressioni della giornata. Beh, possiamo metterla così: all’Expo erano rappresentate due visioni contrarie dell’agricoltura e dello sviluppo, malamente giustapposte. Una era una visione conservatrice, se non reazionaria, l’altra progressista. Una era rivolta verso il passato, l’altra verso il futuro. Io non ho molti dubbi su quale sia da preferire.