TheresaMay

Gli alfieri della Brexit - quelli che hanno imposto a Cameron la roulette russa del referendum - non pensavano affatto che l’uscita dall’Ue avrebbe rafforzato il legame transatlantico del Regno Unito con gli Usa, ai tempi, peraltro, apparentemente indirizzati verso una presidenza Clinton e dunque verso una strategia di continuità con quella di Obama. La destabilizzazione e la disintegrazione dell’Ue appartenevano all’agenda di Trump.

A distanza di due anni la situazione britannica, anche in ragione del leave, appare angosciante più dal punto di vista geopolitico, che da quello economico. Il governo May è stato costretto a reagire duramente alla mattanza delle ex spie e dei nemici del Cremlino, ma l’auto-isolamento di Londra lascia il Regno Unito oggi in balia da una parte alle minacce di Putin e dall’altra priva di una vera protezione americana, che la presidenza Trump, proprio per i veleni del Russiagate, non potrebbe mai fornire in modo incondizionato.

Dall’altra parte, proprio questa vicenda fa emergere come gli interessi di difesa e sicurezza di Londra e quelli del continente europeo simul stabunt et simul cadent, anche se il governo May per ammetterlo dovrebbe sconfessare il presupposto stesso della Brexit - il ritorno a una vagheggiata autosufficienza insulare - e Bruxelles per affermarlo dovrebbe uscire da un’afasia strategica che proprio la “rinazionalizzazione” del processo politico europeo sta aggravando.

Ciò detto, l’altro aspetto di cui dall’osservatorio italiano in particolare emerge la macroscopica gravità è proprio l’obbligata rimozione del pericolo Putin e la cerimoniosa relativizzazione del pericolo russo. Mosca non ha mai avuto tante sponde in Occidente, neppure nel pieno della guerra fredda. I partiti comunisti fratelli stavano all’opposizione e ai margini del sistema politico di tutte le democrazie europee. In Italia, il partito comunista più grande dell’Occidente (e dalla fine degli anni ‘60 non più disciplinatamente “sovietico”) era tenuto fuori dalla stanza dei bottoni dalla conventio ad excludendum della costituzione materiale.

Oggi in mezza Europa i partiti putiniani, a cui il dante causa dell’internazionale nazionalista che si sta sbocconcellando l’Ue offre sostegni e protezioni, hanno “vinto” la Brexit, hanno minacciato concretamente la presa dell’Eliseo e hanno sbancato alle elezioni italiane. Hanno presenze influenti in tutti i parlamenti degli stati membri e non nascondono la propria ammirazione per il leader del Cremlino. Ieri, in Italia, mentre cresceva la tensione tra Londra e Mosca a livelli di guardia, il candidato premier del centro-destra Matteo Salvini denunciava lo scandalo delle sanzioni alla Russia e irrideva il “complottismo” contro il FSB.

L’Italia oggi di fronte a Putin ricorda la Sicilia degli anni ‘60 di fronte alla mafia. Prova una subordinazione, per così dire, “naturale”, dipendente in parte dall’incombenza della minaccia, in parte dal sostanziale riconoscimento culturale e ideologico dei suoi codici e alle sue ragioni. La mafia era temuta perchè ammazzava, ma allo stesso tempo poteva ammazzare impunemente perché era temuta e riconosciuta come una sorta di potere legittimo, se non legale, come una forma di ordine sociale preferibile e comunque consono alla storia e alla realtà siciliana. Salvini pensa di Putin che la sua ideologia nazionalista, che mischia volontà di potenza strategica e drammatica impotenza economica, sia l’unico modo per affrontare i problemi del “disordine” democratico, della globalizzazione politica, degli squilibri demografici e del meticciamento del mondo. Nella sostanza, mutatis mutandis, Salvini pensa di Putin ciò che i siciliani, anche in perfetta buona fede, pensavano della mafia.

Questa (inaspettata?) circostanza, peraltro, fa del vecchio amico di Farage, Matteo Salvini, uno dei problemi più seri che il Regno Unito sul cammino della Brexit deve affrontare nella sua sfida con il Cremlino, e fa soprattutto dell’Italia, anche su questo aspetto, la vera falla della malconcia barca europea.

@carmelopalma