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La crisi della sinistra europea non è mai stata così drammatica, ma sarebbe un errore interpretarla come la manifestazione di un'anacronistica resistenza alle trasformazioni sociali del capitalismo tecnologico e dell'economia globalizzata. Sarebbe una lettura ingenuamente o interessatamente novecentista.

A crollare oggi, pressoché ovunque, non è la sinistra antagonista e anti-mercato, ma al contrario quella sospettata di incarnare lo spirito del capitalismo transnazionale e anti-nazionale e di una modernità sradicata dalle appartenenze culturali, religiose e di classe. La sinistra che perde è quella blairiana, clintoniana e modernista (“mercatista”, diceva sprezzantemente Tremonti), non quella di Sanders e di Corbyn, che invece regge botta in modo invidiabile, non per differenza, ma per somiglianza con la destra anti-mondialista.

La sinistra che perde è quella accusata di essere amica di Soros e dei rifugiati, della Silicon Valley e degli islamici, dei miliardari dell'Upper East Side (o dei Parioli) e dei poveracci dell'Africa sub-sahariana, ma insensibile al grido di dolore della sua base sociale naturale, quella popolare e nazionale della vecchia classe operaia e della nuova classe media proletarizzata.

L’immagine della sinistra moderna – non di quella retrò – è oggi sovrapposta a quella della globalizzazione, dell’immigrazione, della rivoluzione tecnologica e del meticciamento culturale, cioè dei nuovi mostri della politica contemporanea. Invece Berlusconi fa tappa all’autogrill e sfida l’Ue come un eroe del Terzo Stato, Salvini chiacchiera al mercato con le massaie e promette dazi e Di Maio bacia il sangue liquefatto di San Gennaro e minaccia il referendum contro la moneta unica.

All’impoverimento e alla paura dei ceti minacciati dalla periferizzazione economica e demografica dell’Occidente la destra risponde con proposte di chiusura geografica, economica e culturale tanto impraticabili (o, se praticate, controproducenti), quanto emotivamente lenitive. La sinistra cosiddetta mondialista si arrovella su nuovi modelli di protezione e di inclusione, ma non propone affatto ricette passatiste e esattamente per questo paga oggi un prezzo carissimo in termini di consenso. Per il fatto stesso di non cedere alla logica della “fortezza” è sospettata di intelligenza con il nemico esterno.

Dacché il capitalismo si è dimostrato il più efficiente programma internazionalista, come fattore di redistribuzione di redditi e opportunità tra i diseredati del pianeta, anch’esso è diventato di sinistra. E non solo i “nostri” poveri sono diventati di destra, ma a destra sono finite anche alcune delle tradizionali istanze sociali della sinistra (era già successo, nella storia europea e italiana: si chiamava fascismo).

Merkel a parte, che non è un’esponente della destra, ma una popolare tedesca 2.0, abbastanza trasversale e mediana da piacere e insieme dispiacere ai più, oggi non esiste un grande leader della destra occidentale che abbia i connotati classici del conservatorismo liberale: l’atlantismo (neppure Trump è atlantista), il libero-scambismo, l’ancoraggio non negoziabile ai diritti del costituzionalismo liberale, il primato dell’auto-organizzazione sociale sull’ordinamento politico. Per cercare una destra normale, bisogna voltarsi a sinistra. Per trovare in Europa qualcuno che sappia raccogliere la lezione conservatrice di De Gasperi, Adenauer e Schuman bisogna guardare nella famiglia socialista o liberaldemocratica o tra i fuoriusciti alla Macron dalle categorie della politica pre-globalizzata.

Trump è un finanziere e palazzinaro che parla a nome dei colletti blu e dei colletti bianchi impoveriti e “massacrati” dalla globalizzazione e dalla finanza di Wall Street. Salvini, che fa il pieno di voti nelle regioni più esportatrici e produttive del Paese, propone una riconversione protezionista dell’economia nazionale. Farage ha portato prima i Conservatori al referendum e poi il Regno Unito fuori dall’Ue promettendo agli inglesi di liberarli dalla dittatura dell’Ue, che ha reso Londra la piazza finanziaria del continente. Alice Weidel, già dirigente di Goldman Sachs, Allianz e Bank of China, nonché lesbica sposata con una donna svizzera di origine cingalese, con due figli adottivi, promette ai tedeschi impoveriti la restaurazione dell’ordine sociale e familiare tradizionale, il bando agli immigrati e la difesa da una finanza predatoria. Berlusconi, l’unico banchiere in servizio nella politica italiana, guida una coalizione e un impero mediatico che spara a palle incatenate contro l’Europa delle banche.

Il “fregolismo” della destra mondiale è troppo più forte e coerente con lo spirito dei tempi rispetto agli obiettivi progressi di una sinistra secchiona, che ha capito la lezione della storia, ma non ha più il popolo a cui insegnarla. Che questo sia un segno promettente di un futuro migliore, però, proprio non si può dire. La crisi di questa sinistra “buona” è un sintomo della crisi più complessiva della democrazia occidentale e un effetto collaterale delle sue convulsioni. Come spesso succede in democrazia, chi vince non ha ragione e chi perde non ha torto.

@carmelopalma