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Le tensioni tra Pyongyang e Washington delle ultime settimane, causate dai reiterati test nucleari del regime nordcoreano, hanno tolto visibilità mediatica al conflitto in Siria e relegato in secondo piano avvenimenti di una certa rilevanza geopolitica come l’operazione Zapad (Occidente).

In Italia, la notizia dell’esercitazione militare che Mosca effettuerà dal 14 al 20 settembre in Russia occidentale e sull’intero territorio della Bielorussia, è stata pressoché ignorata da quasi tutti i media. Questa operazione su larga scala, ai confini di Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Ucraina, ha allarmato i governi dei suddetti Paesi sia per l’entità dei contingenti schierati – a detta del Primo Ministro Estone Jüri Ratas qualcosa come 100.000 uomini ossia 8 volte le 12.700 unità dichiarate ufficialmente dal Cremlino – sia perché nel 2008 e nel 2014 esercitazioni analoghe furono il preludio all’invasione militare di Georgia e Ucraina.

Qualche giorno fa il capo delle forze armate ucraine Viktor Muzhenko ha sottolineato come tali operazioni, vista l’imprevedibilità dei vertici militari russi e della leadership politica russa, potrebbero costituire la premessa per l’inizio di un’invasione su larga scala in Ucraina e nei Paesi Baltici. Dichiarazioni simili sono state rilasciate anche dai leader delle tre repubbliche baltiche. Il generale Ben Hodges, comandante delle forze americane in Europa, sostiene inoltre che la Russia potrebbe utilizzare Zapad 2017 per portare soldati e kit in Bielorussia e lasciarli lì in modo permanente. Nello specifico la NATO teme che Mosca, con la scusa dell’esercitazione militare, possa trasportare missili a lunga gittata, droni di sorveglianza e forze speciali in posizioni pericolose. Se fino a qualche anno fa l’operazione Zapad, che si svolge con cadenza quadriennale sin dai tempi sovietici, poteva ritenersi di ordinaria amministrazione, oggi sono in molti a sottolinearne la mutata natura. Le dichiarazioni di Hodges, comunque le si voglia interpretare, hanno sicuramente il pregio di focalizzare l’attenzione su alcuni elementi chiave di Zapad, ossia il ruolo critico della Bielorussia e il possibile spostamento vicino ai confini NATO di armi di ultima generazione.

Prima di analizzare la questione bielorussa ritengo importante spiegare le ragioni per cui molti analisti reputano le esercitazioni militari odierne, indipendentemente dal fatto che si possano tradurre in aggressioni armate (come accade nel 2008 con l’operazione Kavkaz, preludio al conflitto dei 5 giorni tra Russia e Georgia) assai diverse da quelle svoltesi fino alla decade scorsa. Mark Galeotti, ricercatore presso l’Istituto di Relazioni internazionali di Praga, in un paper del dicembre 2016 intitolato Heavy Metal Diplomacy: Russia’s political use of its military in Europe since 2014, fa notare che con la caduta del regime di Yanukovych in Ucraina e l’annessione della Crimea, la politica estera del Cremlino è profondamente mutata. L’aggressività della nuova politica estera russa è in linea con le tecniche di guerra ibrida sperimentate nel conflitto ucraino: “Proprio come la disinformazione sembra sostituire il soft power positivo, e la guerra ibrida il potere militare convenzionale, così anche la ‘diplomazia dei metalli pesanti’ (heavy metal diplomacy) basata sulla minaccia sembra essere schierata per compensare la manifesta debolezza della diplomazia russa sin dal 2014”.

A detta di Galeotti sarebbe fin troppo facile presentare le manovre militari nel Baltico, a Kaliningrad e in Bielorussia come quelle di un aggressore che sta preparando il terreno per un attacco, visto anche il precedente della guerra non dichiarata in Ucraina, ma la Russia è priva delle risorse e in definitiva di un valido motivo per lanciare un’invasione su larga scala in Europa. Fernando Orlandi, direttore del Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale e insigne studioso di Guerra Fredda, sposa una tesi non troppo diversa da quella di Galeotti: “Zapad è un’operazione di routine, la fanno ogni quattro anni. Io non vedo pericoli seri, tra l’altro i bielorussi sono stati aperti e collaborativi nel fornire informazioni. Sicuramente sarà interessante per vedere in cosa consiste il nuovo apparato militare russo che pare abbia colmato l’enorme gap esistente con la NATO fino a dieci anni fa. Negli ultimi tempi il Cremlino ha effettuato grandi investimenti in ambito militare, non curandosi del fatto che economicamente il Paese cade a pezzi. È anche vero – chiosa Orlandi – che più uno stato è alla canna del gas a livello economico, più diventa potenzialmente pericoloso. Nessun dirigente sovietico avrebbe minacciato l’uso delle armi atomiche, Putin con la Crimea lo ha fatto… Ciononostante non credo sia nel loro interesse usare Zapad per un’invasione dell’Europa”.

La nuova diplomazia ‘muscolare’ russa, il cui scopo, secondo Galeotti, è far sì che Mosca si assicuri la sua sfera di influenza nell’area post-sovietica può essere riassunta in quattro D: divide, distract, dismay, dominate. Vediamo meglio di che si tratta.

Divide (dividere). Uniti UE e NATO sono rispettivamente più forti da un punto di vista politico-economico e militare della Russia. Per questo motivo Mosca cerca di esacerbare le divisioni tra Unione Europea e Stati Uniti e quelle tra Paesi della UE. Un chiaro esempio di questa strategia è il sostegno in molti stati europei a movimenti populisti e a partiti di estrema destra o estrema sinistra che vogliono l’uscita dall’euro, dalla UE e mettono in discussione l’appartenenza all’Alleanza Atlantica.

Distract (distrarre). Quando Mosca ha in mente di compiere qualche azione di disturbo, il Cremlino cerca di distogliere l’attenzione della comunità internazionale dal teatro in cui opererà e di volgerla altrove. Questa strategia è stata usata più volte negli ultimi anni ogni qualvolta si voleva distrarre l’opinione pubblica in occasione di un nuovo attacco in Donbas. Il fatto che in queste settimane Mosca concentri la sua attenzione sulla crisi nordcoreana, cercando di accreditarsi come possibile mediatore tra Washington e Pyongyang, fa passare in secondo piano l’operazione Zapad.

Dismay (spaventare). L’heavy metal diplomacy ha tra i suoi obiettivi anche quello di spaventare i Paesi che confinano con la Russia, cercando di rendere credibili minacce di attacco presso alcuni interlocutori. Le provocazioni sui cieli del Baltico dell’ultimo lustro vengono interpretate dagli analisti militari come azioni il cui scopo è evitare che Finlandia e Svezia aderiscano alla NATO.

Dominate (dominare). Una delle finalità è sicuramente il ristabilire una sfera di influenza sui Paesi che un tempo facevano parte del Patto di Varsavia, indipendentemente dal fatto che ciò comporti, come in Georgia e Ucraina, l’invasione di territori in spregio al diritto internazionale.

Occupiamoci ora della Bielorussia. I timori che la Russia possa usare Zapad 2017 per effettuare un’operazione di guerra ibrida simile a quella in Crimea del febbraio 2014, sono probabilmente esagerati – Mosca ha altre leve per influenzare il governo di Misk e non ha alcun interesse ad avventurasi in un’altra operazione miliare – ma è altresì innegabile, come scrivono Andrew Wilson e Fredrik Wesslau nel paper So far from God, so close to Russia: Belarus and the Zapad military exercises, che la Bielorussia sia il nodo centrale di questa operazione. Il fatto stesso che Minsk abbia invitato diversi osservatori internazionali a prenderne parte, testimonia come il governo di Lukashenka abbia percezioni molto diverse su questa esercitazione militare rispetto a Mosca.

Secondo un analista bielorusso la scala dell’operazione Zapad 2017 è paragonabile alla più grande esercitazione militare d’epoca sovietica, quella del 1981, effettuata per intimidire il leader polacco Wojciech Jaruzelski e costringerlo a dichiarare la legge marziale in Polonia per sopprimere Solidarność, il sindacato indipendente dei lavoratori che coagulava intorno a se l’opposizione al regime comunista di Varsavia.

Il timore espresso dagli stati confinanti con la Bielorussia è che Mosca possa trovare un pretesto per fare in modo che le truppe impegnate in questa operazione continuino a stazionare in territorio bielorusso anche dopo la fine delle esercitazioni. Secondo gli ufficiali del Consiglio di Sicurezza Nazionale Ucraino è vero che Lukashenka ha sempre promesso che non avrebbe permesso a Mosca di usare il territorio bielorusso per sferrare un attacco all’Ucraina, ma gli stessi ritengono che il presidente bielorusso difficilmente potrebbe opporsi a una diretta richiesta del Cremlino in tal senso.

A partire dal 2014 la Bielorussia, temendo per la propria sovranità, ha incominciato gradualmente ad allontanarsi da Mosca e a dialogare con l’Unione Europea. Lukashenka partecipò addirittura alla cerimonia di insediamento alla Bankova del presidente ucraino Petro Poroshenko il 7 giugno 2014. Per mantenere una politica di equidistanza tra Mosca e Kyiv, Minsk è stata la sede in cui il 5 settembre 2014 fu redatto un protocollo (protocollo di Minsk), rivelatosi peraltro inefficace, per tentare di porre fine alla guerra in Donbas.

Lukashenka è consapevole che la sua politica estera improntata all’equilibrismo tra Russia e UE, che attualmente gli garantisce il mantenimento del potere, non è sostenibile nel lungo periodo. Dal punto di vista economico la Bielorussia dipende ancora fortemente da Mosca e un eventuale cambio di rotta, ossia il ri-orientamento verso Ovest dovrebbe essere accompagnato da un pacchetto di riforme politico-economiche che potrebbe mettere in serio pericolo il suo potere e quella stabilità post-sovietica che, unitamente alla fragilità dell’opposizione, gli ha permesso di governare per più di vent’anni. Chiedere aiuto a Mosca significherebbe peraltro la definitiva perdita dell’indipendenza del Paese vista l’attuale situazione geopolitica.

Una riflessione di ampio respiro su Zapad 2017, che vada al di là delle considerazioni di carattere militare, dovrebbe spingere la UE a supportare il processo di consolidamento della sovranità bielorussa e il suo graduale sviluppo democratico. Impresa quest’ultima necessaria per la pace in Europa ma non certo facile in tempi di heavy metal diplomacy moscovita.