Theresa May elezioni

Negli ultimi anni la politica britannica, da sempre caratterizzata da solidità e tradizione, sembra sempre più simile al gioco d’azzardo. Dopo l’ascesa di partiti un tempo minoritari e lo spregiudicato referendum sull’appartenenza all’Unione Europea, alla telenovela ambientata a Downing Street si aggiunge un nuovo capitolo.

Quando, la mattina del 18 Aprile, Theresa May ha convocato la stampa presso la sua residenza ufficiale, si rincorrevano speculazioni tra le più disparate. C’era chi parlava di dimissioni dovute a problemi di salute, chi ventilava un intervento in Siria o Corea del Nord, chi si aspettava un annuncio relativo ai negoziati con l’UE. May, però, ha spiazzato tutti, compresi i parlamentari, con l’intenzione di convocare delle nuove elezioni generali per l’8 giugno. A soli cinquanta giorni di distanza.

Quello di May è un puro calcolo politico, sulla base di sondaggi che vedono i Conservatori a un distacco epocale (oltre il 20%) da un Labour sempre più allo sbaraglio. Sarebbe stata consigliata da Lynton Crosby, lo spin doctor che condurrà la campagna elettorale e che fu il fautore dell’improvviso trionfo di Cameron nel 2015. I partiti di opposizione, per non sembrare deboli, si sono detti favorevoli alle consultazioni, nella speranza di detronizzare i tories, al potere da quasi un decennio.

I Liberaldemocratici, puniti dopo la coalizione di governo, hanno raccolto oltre 3000 nuove iscrizioni in un paio d’ore ma il traguardo della rinnovata rilevanza politica rimane lontano. Jeremy Corbyn e il suo cerchio magico si sono detti pronti a battagliare, tuttavia il leader socialista pare l’agnello che May vuole sacrificare nelle urne, distruggendo un Labour più che mai diviso tra i sostenitori - fedeli a Corbyn - e i parlamentari, generalmente più blairiani. Gli unici che parrebbero guadagnarci da elezioni anticipate - oltre ai Conservatori - sono i nazionalisti scozzesi dell’SNP, che potrebbero rosicchiare altri seggi a laburisti e liberali, già bastonati oltre il Vallo di Adriano, e trovare nuova linfa per le loro rivendicazioni referendarie.

Sebbene le elezioni siano state anticipate rispetto alla naturale scadenza del mandato nel 2020, molti deputati hanno deciso di non ripresentarsi. Per i Conservatori, è stato Simon Burns, oltre 30 anni di carriera e un passato da ministro. Per i Laburisti, il primo a dare buca è stato Tom Blenkinsop, feroce oppositore di Corbyn. A ruota, Alan Johnson, anch’egli ex ministro e deputato da un ventennio. Entrambi i socialisti sono stati eletti nel nord-est (a Middlesbrough e Hull), roccaforte in cui il Labour non è riuscito a capitalizzare il suo storico dominio durante il referendum sulla Brexit.

Quella di May è una scommessa rischiosa, ma che potrebbe pagare. Da un lato andare ad elezioni anticipate, in una situazione complessa come la gestione dei negoziati per l’uscita dall’UE e in un’epoca in cui i sondaggi si provano inaffidabili, potrebbe portare alla rovina politica di May e dei Conservatori o ad uno stallo nella governabilità del paese. Al tempo stesso, se le previsioni dovessero essere almeno parzialmente veritiere, May incasserebbe il jackpot della sua rischiosa scommessa: distruggerebbe un Labour sull’orlo della crisi di nervi, avrebbe un mandato forte per negoziare la Brexit diventando finalmente “eletta”, soffocherebbe le velleità post-referendarie dell’UKIP e rafforzerebbe la sua leadership all’interno del partito, soggiogando la fronda interna dei Leavers che la sfidarono a congresso.

L’unico rischio sarebbe rafforzare ulteriormente l’SNP, che potrebbe avvantaggiarsi delle debolezze di Labour e Libdem soffiando loro gli ultimi seggi in Scozia. May potrebbe però fare orecchie da mercante sulle insistenti richieste di un secondo referendum per l’indipendenza.

L’impatto economico dell’annuncio del Primo Ministro è stato ambivalente: da un lato i blue chip dell’indice FTSI 100 hanno sofferto, dall’altro la sterlina è balzata a livelli che non si vedevano da settimane. La scommessa di May rafforza la sua immagine decisionista, specialmente nel giorno in cui la Turchia si rivela sempre di più una satrapia orientale. Questa decisione improvvisa aggiunge un’altra elezione importante al già nutrito calendario europeo.

La celebrazione della democrazia nel Regno Unito fa un altro passo avanti anche a costo di prendersi rischi, perché questa è politica. Mentre altrove si cerca di tirare a campare fino alla fine della legislatura, con tanto palazzo e poche idee, Londra, pur nella sua recente schizofrenia irrazionale, rimane un bastione di democrazia rappresentativa e di partecipazione.