Corbyn

C’era una volta il Labour Party blairiano, che lanciò il centrosinistra britannico ed europeo in una nuova dimensione, fatta di pragmatismo, discreto (per gli standard dell’isola) europeismo e valori liberali.

Il blairismo è finito con la guerra in Iraq e ha lasciato spazio ad uno smarrimento dei socialisti britannici: prima con le leadership insipide di Brown e Miliband, poi con quella neomarxista, sostenuta dai militanti e avversata dai dirigenti, di Jeremy Corbyn.

Sull’Unione Europea l’approccio di Corbyn è stato da sempre differente rispetto a quello di Blair, come un po’ su tutto, del resto. Jezzo è sempre stato euroscettico, o quantomeno voglioso di un’Europa “solidale” alla Podemos e alla Syriza ben lontana dai progetti della Commissione e dei partiti di maggioranza al Parlamento Europeo. Il suo approccio alla campagna referendaria sulla Brexit è stato giudicato non privo di ombre. Il deputato Chris Bryant lo ha accusato di avere votato segretamente per il “Leave”, mentre l’ex commissario europeo e ministro blairiano Lord Mandelson gli ha rimproverato un vero e proprio “sabotaggio” della campagna per il “Remain”. Secondo altre fonti, il cerchio magico di Corbyn è stato “indifferente se non ostile” alla causa europeista. Probabilmente non è casuale il successo dei Brexiters nelle roccaforti laburiste del nordest e del Galles.

Ora il leader laburista, recentemente riconfermato alla guida del partito con un supporto popolare senza precedenti, mostra le sue nuove carte. Secondo il Guardian, il suo primo discorso del 2017 sarebbe incentrato sull’uccisione dell’europeismo all’interno dei socialisti. Un disperato tentativo di recuperare i voti degli euroscettici.

La sua idea sarebbe che il Regno Unito se la caverà benissimo fuori dall’UE e senza la libertà di movimento. La priorità dei laburisti nei negoziati sarà rimanere nel mercato unico, ma adottando l’idea dei conservatori di una “immigrazione limitata”. Una possibilità, peraltro, già sgonfiata da Angela Merkel. Una frase che emerge dal discorso di Peterborough è che “il Labour non è sposato alla libertà di movimento come questione di principio”.

Corbyn si frega le mani quando pensa ad un rientro della sovranità ceduta a Bruxelles, che per lui si tradurrebbe in aiuti di stato per l’industria siderurgica al collasso e nella spesa settimanale nel NHS. La stessa promessa, senza parlare della famosa cifra di 350 milioni di sterline, che campeggiava sull’autobus di Vote Leave e che è già stata disattesa dai Brexiters, con un servizio sanitario in piena emergenza invernale e pazienti mandati da Edimburgo a Nottingham.

Nulla di nuovo sotto il sole, per chi conosce Corbyn. Il suo rifiuto dell’UE come mecca del liberismo comunitario non è una novità, così come poco innovativo sembra questo nuovo “spin” contro le élites conservatrici in casa. La ricetta è un qualcosa di già visto. Opposizione all’establishment, sovranismo, chiusura delle frontiere, protezionismo, aiuti di stato a manetta. Insomma, tutti i punti di congiunzione tra l’estrema sinistra – in cui occorre ormai classificare Corbyn – e l’estrema destra

Spostando qualche peso, il discorso di Peterborough potrebbe benissimo essere stato pronunciato da Nigel Farage, Matteo Salvini o Marine Le Pen. Aspettiamo la prossima predica sul populismo dell’ultradestra per ricordarglielo.