scacchi

Qualche giorno fa stavo parlando con un mio amico del Bangladesh, che ho conosciuto qua a Londra dove mi sono trasferito per motivi di studio. Parliamo spesso di politica internazionale, a volte scherzando, altre discutendo animatamente. Giorni fa, spiegandomi perché secondo lui la Cina rappresenta un grattacapo per l’Occidente, mi propose la seguente metafora.

Negli scacchi, i giocatori cominciano a giocare con tutto l’esercito sulla scacchiera provando a uccidere vicendevolmente il re e perdendo pezzi a ogni turno. Ciò che non funziona con questa strategia è mettere a repentaglio l’intero contingente per raggiungere l’obiettivo. Un gioco più strategico sono gli scacchi cinesi come il GO, in cui i giocatori cominciano a giocare con il minimo numero di forze (due pietre) per conquistare le caselle dell’avversario. È un gioco più ragionato, che batte gli scacchi come modo di intendere la guerra convenzionale e che riflette la moderna guerra fatta di tattiche da guerriglia e di più efficienti vittorie. Questo la dice lunga sulle ragioni per cui la riuscita strategia cinese è sempre stata più saggia da tempi antichi, e senza citare L’Arte della Guerra di Sun Tzu, che continua a essere un best seller sin da quando fu pubblicato.

Io, che amo giocare a scacchi da quando ero bambino, non avevo mai pensato a una metafora tanto limpida quanto tagliente per l’attuale momento politico. E mi sono chiesto se il mio amico, pur nella sua proverbiale nonchalance con cui delizia i suoi interlocutori di analogie e metafore, non avesse fotografato una piccola grande (ovvia?) verità che gli ultimi avvenimenti in America paiono confermare: l’Occidente sta perdendo vertiginosamente quota.

Tanto, forse troppo, si è speculato sulle possibili direzioni che la democrazia statunitense potrà prendere ora che si è addentrata in “terra incognita”. E se è vero che Donald Trump sarà verosimilmente in difficoltà nel mantenere tutte le promesse fatte in campagna elettorale, è lecito supporre che qualsiasi sarà la piega che prenderà la sua politica estera, il sistema occidentale ne uscirà ulteriormente danneggiato e malconcio. Il progetto trumpista lascia aperti diversi scenari: da una parte esso lascia supporre che gli Stati Uniti, nel loro ambizioso progetto di tornare a essere «great again», vogliano tornare a privilegiare gli interessi nazionali su quelli esteri; dall’altra, più verosimile, che la confusione di priorità fra interessi domestici e interessi esteri si risolva in una rinnovata spinta per la sicurezza internazionale.

Ipotizziamo, ad esempio, che questa affinità fra Trump e Putin conosca sviluppi positivi. In termini elettorali, dopotutto, Trump alla Casa Bianca è una gallina dalle uova d’oro per Putin. A livello interno, avere uno yankee come rivale, incurante della «correttezza politica» e simbolo di quell’America più viscerale che ha esacerbato la decennale contrapposizione politico-culturale con la Russia, consentirà a Putin di baloccarsi, giocando sul forte contrasto e provocando più di un brivido lungo la schiena di qualche nostalgico. A livello geopolitico, invece, ancora meglio. Se è lecito pensare che la Russia abbia avuto più di un motivo per festeggiare la notte della Brexit (confusione nel sistema politico europeo, allontanamento del Regno Unito dalla politica di potenza anti-russa di Obama e dalla rigidità tedesca al contempo, conseguente allentamento delle sanzioni poste a Mosca), l’elezione di Trump ha sicuramente fatto sbocciare all’unisono dozzine di bottiglie di vodka. Il caos imperante in Europa, soffocata dalle spinte nazionalistiche e dalla mancanza di una leadership capace di risollevarne le sorti, sarà ulteriormente aggravato dalla politica di Trump, qualsiasi essa sia.

Non amo prestarmi al ruolo di preveggente, ma il crocevia lascia ben poche strade. Se Trump si mostrerà accondiscendente nei confronti di Putin, la Russia riuscirà ad allentare la morsa delle sanzioni, acquisirà maggiore margine di manovra in Medio Oriente e, trovando finalmente un interlocutore, riconquisterà il tanto agognato status di potenza al pari degli Stati Uniti e metterà in ombra l’Europa. Rievocando in una botta sola, fra l’altro, quel clima da Guerra Fredda di cui ormai silenziosamente ci stiamo facendo una ragione. Se, al contrario, Trump virerà sulle posizioni mantenute nella campagna elettorale e opterà per lo scontro, troverà in ogni caso difficilmente il favore degli (attuali) leader europei, verosimilmente refrattari ad appoggiare un presidente inaffidabile e imprevedibile. Come sarà possibile ristabilire quelle alleanze contro la Russia se lo stesso alleato americano rappresenta un grattacapo ancor più grosso?

Il quesito si porrà presto all’Europa. O almeno speriamo, perché l’Europa degli ultimi 5 anni – cioè quella dei vari Farage, Le Pen, Grillo, Tsipras e Turriòn – sembra non farsi troppe domande. Sembra piuttosto chiudersi in se stessa, appoggiare più o meno incondizionatamente Putin o, nella migliore delle ipotesi, accogliere Trump come la naturale traduzione delle nuove tendenze politiche europee in casa americana. Sembra, cioè, pronta a di tutto pur di tornare a un ordine internazionale fatto di monadi impermeabili e litigiose, tipiche di quel sistema feudalistico-medievale di cui, peraltro, molte delle mentalità che governano queste posizioni sembrano figlie.

È una tendenza pericolosa per un varietà di ragioni, ma che nella fattispecie risulta ancor più dolorosa per il ruolo centrale che prima l’Europa e da qualche decennio l’America hanno perso. È una spinta distruttiva, che si camuffa da novità quando c’è un establishment contro cui scagliarsi ma che mostra i suoi limiti evidenti quando quell’establishment è stato sconfitto e ci si ritrova con delle macchine da gestire delle quali non abbiamo mai considerato il libretto delle istruzioni, che si tratti di Virginia Raggi al Campidoglio o di Donald Trump alla Casa Bianca.

Ed è esattamente questa cecità dell’emergente classe politica che rappresenterà la lapide del sistema occidentale, se non intercettata. L’ossessiva ricerca del consenso nel breve o nel brevissimo termine, l’appropriazione del discorso politico da parte di sentimenti negativi, la necessità di affermare i propri obiettivi attraverso la violenza (verbale e non) e la sopraffazione degli oppositori sono caratteristiche di una generale direzione politica che va uniformandosi un po’ dovunque in Europa.

Forse anche a questo si riferiva il mio amico, nella sua metafora sugli scacchi. La Cina è un imprenditore che conduce silenziosamente le sue attività, un calcolatore abile, freddo, cinico, estremamente riservato. A livello militare, ad esempio, tutti sanno che provocare la Cina tanto da farle scomodare i suoi contingenti bellici è un’eventualità da non prendere neanche vagamente in considerazione; eppure, i più dettagliati report d’intelligence statunitensi denunciano pesanti lacune nella stima delle reali capacità militari di Pechino. È noto che uno dei punti di forza della Cina è una certa segretezza: si sa poco non solo delle potenzialità reali dell’esercito e degli arsenali, ma anche di alcuni reparti governativi fra cui l’intelligence, su cui rimangono ampi coni d’ombra.

Sia chiaro, non si intende qui scadere in spassionati elogi della Cina, che peraltro non riflettono le opinioni di chi scrive (quantomeno a livello politico). Si intende piuttosto prendere atto che certi tratti caratteriali e culturali, e dunque politici, hanno fatto la differenza per Pechino: la Cina non si scompone mai, non si mostra mai, e quando lo fa, cerca qualcun altro che lo faccia al posto suo, in modo da non perdere terreno sui suoi obiettivi internazionali senza dare nell’occhio.

Se non altro, ecco cosa insegna la metafora degli scacchi: la Cina conquista senza distruggere, l’Europa distrugge senza conquistare. Se sia troppo ingenuo sperare che l’Europa impari la lezione, lo scopriremo a breve.