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E’ la bizzarra domanda che qualche giorno fa si sono poste alcune testate online internazionali, all’indomani dei dubbi emersi in alcuni settori dei servizi segreti americani circa l’avvicinarsi degli intelligence briefing ai due candidati in corsa per la Casa Bianca.

Si tratta ovviamente di una provocazione, che altrimenti solleverebbe una colossale questione di legittimità costituzionale e, soprattutto, di arbitrarietà del presidente in carica nei confronti del candidato dello schieramento opposto. Ciononostante, c’è chi afferma che se il candidato in corsa all’ufficio di Pennsylvania Avenue non è considerato adatto, ci sarebbero i margini per un intervento in questa direzione. Il senatore democratico Harry Reid, ad esempio, intervistato dall’Huffington Post durante la recente convention dei Democratici, ha suggerito di “falsificare” il briefing. «Come potrebbero la CIA e altre agenzie informare [Trump]?», ha detto nel corso dell’intervista, «Io suggerirei alle agenzie di intelligence: se siete obbligate a informarlo, non ditegli niente, fate finta, perché quest’uomo è pericoloso. Fate finta di fare un briefing, ma non potete dargli alcuna informazione». Apostrofando il candidato repubblicano come nientemeno che «parte di una potenza straniera» e i suoi tentativi di coinvolgere Putin nella questione ormai famosa delle mail di Hillary Clinton «ancor peggio dello scandalo Watergate».

Dal canto suo, il fronte repubblicano a suo tempo non se n’era rimasto con le mani in mano. L’House Speaker repubblicano Paul Ryan aveva fatto richiesta, infatti, a James Clapper, direttore del National Intelligence, di impedire alla Clinton di ricevere informazioni riservate, tirando in ballo l’indagine dell’FBI sullo scandalo delle mail private. Se non che, notizia di due mesi fa, Clapper bruscamente rifiutò il diniego. Ora, che la questione dei briefing ai candidati sia balzata in cima alle testate giornalistiche del mondo occidentale la dice lunga sull’atipicità della campagna elettorale americana. Non che non ne avessimo avuto già molteplici prove: il turpiloquio esasperato, la pervasività dei toni ostili nel discorso politico di Trump, il mondo conservatore diviso, la defezione di importanti endorsement repubblicani al tycoon, ma anche l’impasse mediatica della rivale democratica, incapace di divincolarsi nel roboante trambusto dell’efficace strategia comunicativa del magnate (e solo recentissimamente data in avanti nei sondaggi sull’avversario miliardario).

Ma pur ciò considerato, il tema si impone in ogni caso. Resta da capire fino a che punto esso sia da leggere come uno dei tanti risvolti della polemica politica contingente, e se le minacce reciproche avranno strascichi di qualche tipo. Dando uno sguardo alle precedenti esperienze elettorali, dopotutto, i briefing di intelligence non avevano mai destato tanto scalpore. E come scrive Jeffrey Lewis nell’articolo sul Foreign Policy da cui abbiamo ripreso il dibattito, «vale la pena chiedersi perché la comunità dell’intelligence si disturbi tanto a informare i candidati durante le elezioni». Già, perché? Anziché interrompere la campagna elettorale e gettare scompiglio nelle complicatissime agende dei candidati – in genere ben lungi dall’essere una serie casuale di incontri in location più o meno disparate, quanto opere di ingegneria politico-strategica programmate, quantomeno in teoria, per rendere fluida e coerente una campagna vincente –, non sarebbe nell’interesse di tutti ritardare o addirittura rivedere il senso stesso dei briefing? Del resto, l’informativa sul materiale cosiddetto “top secret” sarà utile solamente al vincitore e solo quando il vincitore entrerà effettivamente in carica.

A dipanare (parzialmente) la questione v’è CIA Briefings of Presidential Candidates, un libro scritto da John Helgerson circa la storia dei briefing “preventivi”. Il fatto che sia scaricabile direttamente dal sito della CIA fa sorgere qualche dubbio circa l’integrità delle informazioni classified contenute nei briefing raccolti (in particolari quelli che vanno dal 1952 al solo 1992), ma rimane in ogni caso un valido documento storico che offre qualche chiave di lettura per ciò che accade oggi. Lewis, citando il libro, riporta fra gli altri il caso di Walter Mondale, candidato vicepresidente (o running mate) di Carter. Rispetto alle informazioni generali che il briefer aveva concesso, Mondale cominciò a chiedere insistentemente i dettagli circa operazioni sotto copertura e la cooperazione dell’intelligence statunitense con altri Paesi, costringendo l’agente incaricato del briefing a interrompere il meeting.

John McLaughlin, ex direttore della CIA e responsabile di tre briefing presidenziali, spiega che «un briefer deve in parte improvvisare: hai alcune linee guida, ma inevitabilmente il candidato ti porta su questioni che sono di interesse di quella persona». E riguardo a Trump? «Sembra che parli senza riflettere, sembra di per sé un improvvisatore. [Ma] se ti fermi un attimo a pensare, ogni candidato presidenziale si trova nella sfida della sua vita. Non ci sarà mai una gara più competitiva o con una posta in gioco più alta. Così, la tentazione di prendere in qualche modo ciò che stai dando loro e piegarlo ai fini politici è un rischio in ogni caso». Un rischio, dunque, fisiologico, e non patologico.

E tutto ciò dando per scontato che i dubbi dell’intelligence di cui sopra siano condivisi dai briefer in questione. Un briefer potrebbe essere animato dall’umano desiderio di fare bella figura di fronte a questo o a quel candidato, magari mettendosi in mostra, sperando di conquistarne la benevolenza e ottenerne così dei benefici professionali. E poiché controlla il flusso di informazioni e le modalità con cui ciascun candidato le recepirà, l’agente non ha il coltello che dalla parte del manico. E se il briefer fosse un repubblicano fiero sostenitore di Donald Trump? E se nutrisse verso Hillary Clinton gli stessi dubbi che altri segmenti dell’intelligence nutrono verso Trump? Insomma, un bel groviglio. Ma come uscirne? Secondo McLaughlin, pur col rischio di creare un clamoroso precedente, quella di un intervento dal presidente dell’intelligence nazionale circa il blocco dei briefing sui candidati nominati dai partiti è un’eventualità tecnicamente possibile. Ma solo tecnicamente: «Mi è difficile immaginare che accada, francamente».

Secondo Lewis c’è un’altra strada ancora, che potrebbe essere ironicamente mutuata proprio dalle regole dello staff del tycoon: una clausola di non divulgazione. Nello staff elettorale di Trump, tutti i membri sono tenuti a firmare il nondisclosure agreement (perché chiudere il becco «è legalmente indispensabile») al fine di non rilasciare informazioni che potrebbero ritorcersi contro Trump stesso o, ancor peggio, favorire l’avversario. Se prima del briefing dei servizi segreti, fosse richiesto ai candidati di sottoscrivere un impegno a non divulgare informazioni sensibili ai fini della campagna elettorale, i dubbi dell’intelligence potrebbero essere in parte riassorbiti.

Un ragionevole contrappasso per Trump, che tuttavia difficilmente riuscirebbe a rispettare il silenzio. Secondo Lewis, il candidato repubblicano vivrebbe il nondisclosure agreement come un’inaccettabile umiliazione e rifiuterebbe il briefing. Secondo altri, meno ottimistici come il sottoscritto, probabilmente accetterebbe il briefing, firmerebbe la clausola e la violerebbe alla prima occasione buona. In tal caso, se non altro, Hillary Clinton avrebbe finalmente qualcosa da rinfacciargli in modo plateale e concreto, forse per la prima volta dall’inizio di questa bizzarra campagna elettorale, e senza l’aiuto del presidente uscente.

Stiamo volando un po’ troppo con la fantasia? Probabilmente sì. Ma settembre si avvicina, e se davvero si troverà (o si vorrà trovare) una soluzione all’impasse che si sta delineando, lo sapremo nel giro di poche settimane.