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Posso dire di aver combattuto ‘la buona battaglia’? Mi sento ampiamente legittimato a riconoscere a me stesso – avendo a disposizione soltanto la mia faccia e il mio pc – di aver contrastato in ogni sede e con ogni mezzo l’idea malsana – che pure ha circolato per mesi nel dibattito, fino a diventare un luogo comune nel talk show 'sfascisti' (ormai lo sono quasi tutti) – della revisione dei requisiti anagrafici per l’accesso al pensionamento, introdotti dalla riforma Fornero (che in realtà si è limitata ad aggiustare quanto aveva già disposto il governo di centro destra) con il pretesto politicamente corretto di garantire un’opportunità di uscita flessibile ancorché penalizzata.

Si era distinta, a sostegno di questa ipotesi e pur polemizzando tra di loro, la "congrega dei due presidenti": quello dell’Inps, Tito Boeri, e quello della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, il quale, da ministro del secondo governo Prodi, aveva demolito lo "scalone" della riforma Maroni attraverso il sistema delle quote (la somma dell’età e dell’anzianità contributiva come parametro per la quiescenza). Il fatto è che le soluzioni individuate comportavano costi proibitivi, oltre a snaturare la riforma del 2011 (sempre vigilata dagli osservatori e dai mercati internazionali).

Limitandoci, per ragioni di priorità, al progetto di legge a prima firma di Cesare Damiano (AC 857) esso prevede la possibilità di accedere al pensionamento al compimento dei 62 anni e 7 mesi di età (incrementabili sulla base dell’attesa di vita) con almeno 35 anni di anzianità contributiva sempreché l’ammontare della pensione risulti non inferiore a 1,5 volte l’importo dell’assegno sociale. In questo caso, sulla quota di pensione calcolata con il sistema retributivo verrebbe applicata una riduzione o un incremento (all’interno di un range minimo/massimo dell’8%) in dipendenza dell’età e dell’anzianità raggiunte al momento della quiescenza.

Insieme alla proposta dell’uscita flessibile è inclusa (all’articolo 3 del progetto di legge) la possibilità di accedere al pensionamento - a prescindere dal requisito anagrafico - facendo valere almeno 41 anni di anzianità contributiva che restano stabili nel tempo e non sono adeguati agli incrementi dell’attesa di vita. In questo caso non opererebbero penalizzazioni economiche, qualunque fosse l’età anagrafica.

Il Coordinamento statistico attuariale dell’Inps ha elaborato, per incarico della Presidenza della Commissione Lavoro della Camera, alcune relazioni tecniche (presentate una il 9, l’altra il 22 febbraio scorsi) del modello Damiano. Nella relazione del 9 febbraio vengono presentati due distinti scenari, ipotizzando una propensione per i soggetti che accedono al pensionamento con almeno 62 anni e 35 di anzianità alternativamente pari al 100% e all’80% al momento del compimento del primo requisito utile. In entrambi gli scenari, invece, al compimento dei 41 anni di anzianità o dell’età di vecchiaia (66 anni e 6 mesi nel 2017), si è ipotizzata una propensione del 100%.

Le stime del Coordinamento attuariale prendono in considerazione soltanto i lavoratori dipendenti privati ed autonomi e gli iscritti alla Gestione separata. È quindi escluso – è bene sottolinearlo anche al momento di tirare le somme - il pubblico impiego. Secondo il primo scenario (propensione al 100%) la relazione calcola, separatamente, gli effetti della flessibilità in uscita (62 anni + 7 mesi e 35 anni di contributi versati) e quelli cumulati complessivamente dalla normativa prevista (compreso quindi il canale solo contributivo dei 41 anni). Nel primo caso già nel 2017 vi sarebbero 209mila pensioni in più per un onere di 3,6 miliardi (al lordo degli effetti fiscali). Tra 10 anni il numero maggiore di pensioni salirebbe a 410mila per un onere di 7,5 miliardi. Considerando l’effetto complessivo della normativa, già nel 2017 vi sarebbero ben 366mila trattamenti in più con un onere complessivo di 7,5 miliardi. Fra 10 anni si arriverebbe a 750mila pensioni in più e a maggiori oneri per 14 miliardi.

Come si può notare (sarà così in tutte le ipotesi) è soprattutto il canale solo contributivo a pesare maggiormente sia sul numero dei trattamenti sia sull’entità degli oneri necessari. Va da sé che, nel secondo scenario (propensione all’80% per l’uscita flessibile e al 100% per quella solo contributiva a prescindere dall’età), i numeri delle pensioni e gli oneri sarebbero inferiori, ma ugualmente importanti. Considerando, in sintesi, soltanto gli effetti determinati dalle due misure, già nel 2017 vi sarebbe un numero maggiore di pensioni vigenti a fine anno pari a 341mila per un onere di 7 miliardi (13,3 miliardi nel 2026 a fronte di 705mila assegni in più).

In una relazione tecnica più recente (del 22 febbraio) si tenta una sorta di operazione al massimo ribasso, ipotizzando una riduzione pari al 3% per ogni anno di anticipo rispetto all’età di vecchiaia di cui alla riforma Fornero. Rimane inclusa la possibilità di accedere al pensionamento con 41 anni di anzianità contributiva non adeguati agli incrementi della speranza di vita ed a prescindere dall’età anagrafica. Anche in tale scenario vengono prese in considerazione diverse propensioni. Quella stessa che si basa su dei parametri meno generosi finisce per determinare, comunque, dei costi, prima ancora che insostenibili sul piano economico (e a carico della fiscalità generale) immotivati su quello sociale, in considerazione del numero di soggetti che potrebbero utilizzare queste opzioni e della modesta convenienza che ne avrebbero.

Assumendo, infatti, una propensione del 70% rispetto al requisito di almeno 63 anni e 7 mesi di età e 35 di anzianità e del 100% nella fattispecie di 41 anni di anzianità e considerando l’effetto complessivo della normativa (ovvero cumulando i costi delle due "uscite di sicurezza") già nel 2017 il maggior numero di pensioni vigenti a fine anno sarebbe pari a 286mila (nel 2026 ben 627mila) per un onere di 6 miliardi (11,8 miliardi nel 2026). Gli attuari dell’Inps smentiscono poi le teorie secondo le quali i risparmi futuri compenserebbero i maggiori costi presenti. Ci vorrebbero diversi decenni per ammortizzare un’operazione inutile e dannosa, come quella prefigurata con la c.d. flessibilità del pensionamento.

I sostenitori di tale soluzione esibiscono due vistose code di paglia. In primo luogo, affermano che è sbagliato calcolare la spesa sul presupposto di adesioni elevate fino al 100%. L’obiezione ha un suo fondamento pratico. Ma quando si riconosce un diritto soggettivo le regole della contabilità impongono che sia prevista una copertura finanziaria per tutti i possibili utenti. Se non si vuole seguire questa procedura, è necessario allora provvedere altrimenti: fissando un numero massimo di utilizzatori (i primi a fare domanda) oppure stanziando risorse limitate, finite le quali non ci sarà più "trippa per gatti". L’altra linea di difesa è quella di scomputare gli effetti fiscali dall’ammontare della spesa, in quanto una parte di essa rientrerebbe attraverso l’Irpef nelle casse dello Stato. Ma se questa è la logica, perché seguirla solo quando si tratta di pensioni e non quando vengono in ballo gli stipendi del pubblico impiego, il finanziamento alle imprese che vincono gli appalti pubblici o quant’altro? Se anche si addivenisse a considerare la spesa al netto delle imposte, tuttavia, il suo ammontare risulterebbe comunque elevato come risulta dalla seguente tabella relativa alla proposta Inps (benché meno onerosa di quella a prima firma Damiano).

Anno Art.12 ricalcolo pensioni vigenti (netto effetto fiscale) Art. 13 flessibilità in uscita (lordo effetto fiscale) Art. 14 modifiche totalizzazioni (lordo effetto fiscale) Art.12 vitalizi (netto effetto fiscale) Totale
2016  (593)  1532  185  (54)  1070 
2017  (711)  3088  273  (56)  2594
2018  (824)  4244  282  (56)  3646 
2019  (907)  4922  338  (54)  4299 
2020  (986)  4902  433  (51)  4298 
2021  (1068)  4740  420  (51)  4041
2022  (1137)  4565  486  (49)  3865
2023  (1193)  3905  557  (47)  3222
2024  (1235)   3678  612  (45)  3010
2025  (1265)  3759  611  (42)  3063

 


Ecco, allora, perché va salutata – anche se sarà opportuno valutarne gli aspetti non ancora ben definiti – con favore la proposta (denominata Ape, Anticipo PEnsionistico) presentata, per sommi capi, dal Governo ai sindacati nell’incontro del 14 giugno. E va pure considerato positivamente il fatto che le OOSS abbiano reagito dimostrando un certo interesse, senza alzarsi dal tavolo ed andarsene, sbattendo la porta. Infatti, l’Ape (per come viene prefigurata) sta agli antipodi delle proposte fino ad ora circolate in tema di flessibilità.

In sostanza, si tratta di consentire (tramite convenzioni tra l’Inps, le banche e le compagnie di assicurazione, disposte dalla legge) che il bene ‘’pensione futura’’ diventi la garanzia di un prestito che consenta l’anticipazione di un reddito corrispondente alla pensione maturata, con un anticipo fino ad un triennio rispetto all’età di vecchiaia. L’impostazione di fondo, dunque, sembra corretta e condivisibile per diversi motivi. Innanzi tutto, la misura ha carattere sperimentale (fino a tutto il 2019) e non modifica in modo strutturale la normativa del 2011. Anzi, ne lascia inalterati i requisiti, soprattutto quelli cruciali che si riferiscono all’età pensionabile.

L’anticipo volontario di un triennio - rispetto ai limiti previsti per la pensione di vecchiaia - si inserisce, infatti, in un circuito privato e parallelo, gestito dal sistema bancario ed assicurativo; e consiste in un prestito - rimborsabile mediante rate ventennali entro un limite massimo del 15% e con agevolazioni fiscali per i redditi più bassi - sull’assegno che sarà percepito al momento della maturazione dei requisiti per il trattamento pensionistico secondo le regole vigenti. L’esecutivo, dunque, sta cercando di dare una risposta ‘’politica’’ ad un problema al centro del dibattito, trovando, però, la maniera di evitare i costi della "operazione flessibilità in uscita", i quali – come ribadito dallo stesso sottosegretario Tommaso Nannicini – secondo le versioni circolate nel dibattito, sarebbero stati insostenibili.

La proposta ipotizzata somiglia molto alla cessione del quinto dello stipendio, dato in garanzia di un prestito (chi si farà carico, però, degli interessi?). Il Governo ha precisato che il front office verso i lavoratori lo farà l’Inps, e sarà l’Istituto stesso ad organizzare i rapporti tra le banche e le assicurazioni e coloro che intendono avvalersi dell’Ape. Certo i venti anni indicati per il rimborso sono tanti, soprattutto quando - in caso di premorienza prima del saldo - la rata del prestito non sarà girata, come sarebbe giusto, sul trattamento di reversibilità, ma verrà coperta - si dice - da un’assicurazione (o finirà … in cavalleria?).

Immediatamente, in tanti si sono ingegnati per sottoporre l’Ape alla ‘’prova del nove’’, tanto che si sprecano sui media i conteggi riguardanti le possibili ricadute sull’importo dei trattamenti per coloro che sceglieranno di andare in pensione in anticipo. A questo proposito non si deve dimenticare, però, che anche nella proposta Damiano la pensione sarebbe stata calcolata sulla base dei requisiti di anzianità vigenti al momento dell’anticipo. Su quell’importo, poi, sarebbe scattata una penalizzazione economica (aggiuntiva) del 2% (se non del 3%) per ogni anno in meno rispetto al limite di vecchiaia.

Certo, nell’Ape, oltre alla riduzione fisiologica dovuta all’anticipo, opererà anche quella determinata dalla restituzione ventennale del prestito, maggiorata del tasso di interesse. Si tratta di mettere a confronto – per essere corretti – l’ammontare di questo importo con quello derivante dalla penalizzazione. Inoltre, occorrerà valutare l’effetto delle agevolazioni fiscali annunciate, in particolare, per i disoccupati e i lavoratori sottoposti a mansioni usuranti. L’istituzione dell’Ape dovrebbe, poi, sgombrare definitivamente il campo dalle solite ed onerose salvaguardie per i c.d. esodati. Sarebbe ora.