La spesa per affari economici (la quarta voce della classificazione COFOG) riguarda ciò che è relativo alle politiche economiche in una varietà di settori economici specifici quali l'agricoltura, i trasporti, le telecomunicazioni.
In buona parte questa spesa riguarda sussidi, che verranno analizzati a parte, grazie al Rapporto per il Consiglio dei Ministri del 2012 del Professor Giavazzi.

Monsurr5 maggio sito

La spesa per affari economici del 2011 in Italia sembra in linea con quella degli altri paesi europei, tranne per la Spagna che spende relativamente di più, e la Gran Bretagna che spende relativamente di meno.

 

Germania

Spagna

Francia

Italia

UK

Totale (mld €)

91

56

70

56

45

Totale (%)

3,5

5,3

3,5

3,6

2,5


Differenze si notano però se si considerano i vari sottosettori (i dati spagnoli riguardano il 2010, ultimo anno disponibile). Gran parte della spesa per affari economici riguarda i sussidi al settore dei trasporti, dove l'Italia spende oltre mezzo punto più degli altri paesi, esclusa la Spagna. L'Italia spende di più anche per le attività industriali ed è tra le prime per sussidi all'agricoltura.
La spesa per trasporti a cosa è dovuta? I trasferimenti potrebbero riguardare le aziende di trasporto pubblico locale, le aziende di trasporti nazionali (Trenitalia e Alitalia), oppure gruppi privati come gli autotrasportatori. Secondo il Rapporto Giavazzi, Trenitalia ha preso nel 2011 5,5 miliardi di euro di contributi, e spiega quindi soltanto una parte contenuta del totale.

 

Spese generali

Agricoltura

Energia

Industria

Trasporti

Ricerca

Germania

0,8

0,2

0,1

0,2

1,6

0,1

Spagna

1,5

0,5

0,1

0,2

2,7

0,2

Francia

0,7

0,4

0,3

0,0

1,3

0,5

Italia

0,2

0,4

0,0

0,4

2,1

0,3

UK

0,4

0,2

0,1

0,0

1,5

0,3


Ne risulta che, in base a questi dati, si potrebbe ridurre la spesa per affari economici in questi settori, con un risparmio cumulativo di circa un punto di PIL. Vedremo in seguito che la spesa per sussidi è una spesa inefficiente e quindi è di norma preferibile ridurre la tassazione sulle imprese piuttosto che tenere i sussidi.

Di cosa è composta la spesa per affari economici? L'Italia spende più degli altri paesi (Spagna esclusa) in trasferimenti in conto capitale, e più di Germania e Gran Bretagna per sussidi. La spesa per gli investimenti è solo poco più alta che altrove, e per il personale è relativamente bassa. (Si noti che i dati disaggregati per la Spagna sono relativi al 2010.)

 

Germania

Spagna

Francia

Italia

UK

Consumi intermedi

0,9

0,6

0,7

0,4

1,4

Personale

0,5

0,8

0,6

0,4

0,3

Sussidi

0,6

1,0

1,0

1,0

0,5

Trasferimenti di capitale

0,5

1,2

0,3

1,0

0,4

Investimenti

0,6

1,6

0,4

0,7

0,4



La spesa per sussidi

Il rapporto del 2012 della commissione Giavazzi per il Consiglio dei Ministri mostrava che la spesa per sussidi in Italia è composta di trasferimenti alle imprese in conto corrente e capitale, contributi alla produzione e contributi agli investimenti. In totale, si tratta di circa 34 miliardi di spesa, oltre il 2% del PIL.

Il rapporto faceva notare come gli aggiustamenti fiscali fatti con la spesa tendono ad essere meno recessivi di quelli fatti aumentando le tasse: ovviamente, però, in Italia si è scelto di seguire la via più facile, quella dell'aumento delle tasse, non avendo nessun governo la voglia e la forza politica di tagliare la spesa seriamente, e quindi, per incapacità politica, si è massimizzato l'impatto negativo sulla congiuntura.

Va inoltre considerato che il taglio della spesa e delle tasse porterebbe anche ad un aumento della crescita potenziale nel lungo termine, rendendo più robusta l'economia italiana, che si trova ad avere un livello di tassazione su lavoro e imprese tra i più alti al mondo. Il non aver seguito le raccomandazioni del Rapporto dimostra quanto sia difficile per le buone idee avere chance di successo in politica contro gli interessi concentrati, senza i quali del resto difficilmente l'Italia si troverebbe nelle pessime condizioni attuali.

Nella fattispecie, nelle simulazioni di Giavazzi un aumento della pressione fiscale per ridurre di un punto il deficit avrebbe provocato un crollo del PIL di due punti, mentre lo stesso aggiustamento eseguito con tagli alle tasse sarebbe stato quasi neutrale per il PIL. Le simulazioni economiche non sono mai affidabili: ciò che è certo è che l'economia italiana non avrebbe potuto in nessun modo evitare la recessione, dopo oltre un decennio di finanze allegre dovute ai "dividendi dell'euro" che hanno provocato un notevole aumento della spesa pubblica primaria, e dopo il rapido crollo di questi dividendi con la crisi dello spread: i governi avrebbero soltanto potuto evitare di aggravarla e porre le basi per una maggiore crescita futura, ma questo è proprio quel che non hanno fatto.

Il Rapporto Giavazzi stima i contributi eliminabili, riguardanti le imprese non di servizio pubblico, a circa 10 miliardi, pari allo 0,7% del PIL. Nel lungo termine si potrebbe fare di più, eliminando gran parte dei sussidi, e risparmiando quindi fino al 2% del PIL: questo potrebbe far aumentare i costi di alcuni servizi di base, e per evitare ciò occorrono sconti per le fasce più deboli della popolazione e soprattutto una maggior apertura alla concorrenza per tenere i prezzi bassi.

Sebbene la spesa per investimenti sia una delle meno dannose tra le componenti della spesa pubblica, dato che, a differenza della spesa per trasferimenti, perlomeno ha qualche effetto di incentivazione della produzione, senza contare la necessità di investire in infrastrutture, mediamente l'effetto sul PIL degli investimenti pubblici è minore di quello degli investimenti privati, verosimilmente per via delle distorsioni allocative indotte dal processo lobbistico e dalla necessità politica di cercare consensi a tutti i costi, anche compromettendo il futuro del paese.


Conclusioni

Sebbene la spesa per affari economici non sia particolarmente elevata, l'Italia spende molto per alcuni settori, come l'agricoltura e i trasporti. Riducendo i sussidi e contemporaneamente le tasse si avrebbero guadagni di efficienza che stimolerebbero la crescita nel lungo termine: ciò va però contro gli interessi di parte che hanno quasi sempre la meglio sull'interesse generale nel processo politico. Potenzialmente si potrebbero risparmiare fino a due punti di PIL, e più verosimilmente almeno uno, agendo sui sussidi e i trasferimenti. Le risorse così liberate andrebbero utilizzate per ridurre la pressione fiscale su tutte le imprese. Eventuali conseguenze negative per alcuni settori riguardo i prezzi dei servizi si potrebbero attutire mediante liberalizzazioni, o tramite sgravi fiscali e contributi per i meno abbienti.

Oltre alla spesa per affari economici che è stata considerata finora, andrebbe aggiunto che circa metà del bilancio dell'Unione Europea è composto di sussidi agricoli, e che l'Europa costa all'Italia già circa un punto di PIL: eliminando la famigerata PAC, la Politica Agricola Comunitaria, si potrebbe risparmiare circa mezzo punto di PIL.