donald trump

L'immagine del Papa che molla Bagnasco sulle unioni civili e attacca Trump sull'immigrazione può andare bene sia agli amici che ai nemici dell'attuale Pontefice. Per i progressisti, rimette nell'ordine politicamente corretto la gerarchia dei valori cristiani. Per i conservatori, conferma la deriva terzomondista e quindi l'inaffidabilità culturale del Pontefice sudamericano. Il problema è che questa immagine, se non è falsa, è un po' troppo parziale e monodimensionale per raccontare quell'opera di "riallineamento" della Chiesa universale, a quelle che Papa Francesco considera le vere minacce all'identità e all'antropologia cristiana.

La vera differenza tra Francesco e Bagnasco non sta nel diverso giudizio sul riconoscimento giuridico delle famiglie omosessuali (insomma, il sen. Bergoglio non voterebbe "Sì" al ddl Cirinnà), ma sulla effettiva centralità di questa sfida etico-politica rispetto a quelle che coinvolgono e feriscono una Chiesa demograficamente sempre più terzomondiale e politicamente sempre più rappresentativa di una sterminata umanità "periferica" (e peraltro, culturalmente, tutt'altro che progressista), che chiede al Papa di patrocinare il proprio diritto all'emancipazione dalla discriminazione e dalla miseria.

Dal punto di vista dottrinario, Francesco non ha toccato, né toccherà nulla delle posizioni su divorzio, famiglia e procreazione attorno a cui il suo predecessore, prima da Prefetto del Sant'Uffizio, poi da Pontefice, aveva costruito la resistenza cattolica al secolarismo relativista, in una sorta di guerra "Occidente contro Occidente", che ha sfinito e alienato la Chiesa da quel ruolo politico - anch'esso, come quello religioso - universale, che Francesco è invece tornato a interpretare con un'adesione molto pratica all'urgenza dei tempi e con soprattutto con un senso del tutto diverso del pericolo che incombe sulla vita della Chiesa e sui destini dell'Occidente.

Francesco è angosciato da Trump perché pensa che l'oblio e il tradimento della cristianità in Occidente passi dal disconoscimento dell'unità del popolo di Dio, dalla sua disgregazione etnico-culturale, lungo frontiere geografiche, storiche e economiche che la globalizzazione ha tutte fatto saltare e che i cristiani alla Trump vorrebbero ripristinare non solo a fini pratici, ma perfino a fini "etici", per separare umanità diverse, che quindi devono rimanere divise. In questo, la posizione di Trump è un'eresia anti-cristiana, dal punto di vista religioso, ma è anche una sfida politica capitale per la Chiesa, perché la gran parte del popolo di Dio sta dall'altra parte delle frontiere europee e americane, che i "cristiani" come Trump vorrebbero sigillare con il filo spinato e che rappresentano la vera trincea "profetica" del Pontefice arrivato dalla fine del mondo.

@carmelopalma