Mai come oggi il libero commercio è finito in un cono d’ombra politico che rende seducenti le tentazioni protezionistiche. Tuttavia, in un mondo globalizzato in cui è sempre più raro che tutte le fasi produttive si svolgano in un unico Paese, la chiusura delle frontiere e l’imposizione di dazi potrebbero, nel medio termine, danneggiare tutti i coinvolti.

Stagnaro container

Quando George Bernard Shaw disse che “se tutti gli economisti fossero stesi uno accanto all’altro, non raggiungerebbero una conclusione” disse, con rispetto parlando, una fregnaccia. È vero che gli economisti – come ogni altro gruppo di studiosi – sono in disaccordo su molti temi: se così non fosse la ricerca sarebbe finita, perché non ci sarebbe più nulla da ricercare. C’è però almeno un’affermazione nella quale virtualmente ognuno di loro può ritrovarsi: il libero scambio fa bene alle società, il protezionismo le impoverisce.

Non serve essere liberisti selvaggi per fare proprie le parole, per esempio, di Paul Samuelson: “Il libero scambio promuove una divisione regionale del lavoro mutuamente benefica, accresce grandemente il potenziale prodotto nazionale reale di tutte le nazioni, e rende possibile l’innalzamento del tenore di vita in tutto il globo”. O, simmetricamente, quelle di Joan Robinson: “Anche se il tuo partner commerciale getta scogli nei suoi porti per impedire l’attracco delle navi, non è una buona ragione per buttare degli scogli anche nel tuo porto”. Eppure, nonostante l’apparente consenso degli esperti, mai come oggi il free trade è finito in un cono d’ombra politico che rende seducenti le tentazioni protezionistiche.

Lo vediamo dai dati e lo leggiamo nei comportamenti, oltre che nel dibattito pubblico, un po’ ovunque nel mondo. I dati, anzitutto: il commercio globale non si è veramente risollevato dalla Grande Crisi. Gli scambi internazionali, dopo una qualche ripresa, sono tornati a calare, scendendo dai quasi 19mila miliardi di dollari di controvalore nel 2014 fino ai 16,5 del 2015 e assestandosi attorno a quel livello da quel momento in poi. Le negoziazioni internazionali si sono impantanate: prima col sostanziale fallimento del Doha Round, che portava con sé la promessa di un mondo finalmente più libero e aperto grazie agli accordi multilaterali. Poi col ritorno prepotente delle misure protezionistiche: uno studio sui Paesi del G20 condotto da Simon Evenett e Johannes Fritz ha mostrato che più o meno tutti, a valle della recessione, hanno introdotto misure a difesa dell’industria nazionale.

Anche le evoluzioni politiche, pur in contesti molto diversi tra di loro, vanno più nella direzione della chiusura che in quella dell’apertura. L’esempio più clamoroso è quello del neo Presidente americano Donald Trump, che come primo atto dopo l’elezione ha cantato (via YouTube) il de profundis per i due grandi trattati su cui si era impegnata l’Amministrazione Obama, cioè il Tpp (coi Paesi del Pacifico) e il Ttip (con l’Unione europea). Peggio ancora, su questo terreno il nuovo inquilino ha trovato corrispondenze di amorosi sensi da questo lato dell’Atlantico: il fuoco di sbarramento era già partito, tra gli altri, da Francia e Germania. Perfino un trattato di portata limitata come il Ceta (tra Ue e Canada) ha dovuto superare un percorso a ostacoli e per un attimo ha rischiato di essere seppellito dal voto contrario della Vallonia.

Se l’Italia ha finora tenuto una linea favorevole al free trade, peraltro, non si può ignorare che anche nel nostro Paese gli strali dal variegato arcipelago populista, dal Movimento 5 stelle alla Lega passando per spezzoni di destra e sinistra, sono arrivati a palle incatenate. Come accade virtualmente ovunque. Perfino il referendum sulla Brexit, che pure aveva avuto tra i suoi proponenti diversi sinceri fautori del libero scambio, ha nei fatti impresso alla Gran Bretagna una direzione difensiva contro merci e lavoratori stranieri.

Perfino a livello di slogan, il termine “società aperta” ha perso buona parte del suo appeal, per cedere il passo a espressioni quali difesa, protezione, chiusura.

In sostanza, una delle cifre del mondo attuale sta proprio nel mutato atteggiamento verso il commercio: da ogni angolo si sollevano contestazioni fortissime, e chi ancora combatte una battaglia pro globalizzazione si trova marginalizzato in una ridotta sempre più piccola e stanca. Tutto ciò a dispetto degli enormi benefici che l’integrazione economica ha prodotto non solo nei Paesi in via di sviluppo, letteralmente trascinando miliardi di persone fuori dalla povertà e dalla fame, ma anche nei Paesi industrializzati. Tre economisti (Jason Furman, Katheryn Russ e Jay Shambaugh), ragionando sugli Stati Uniti, hanno mostrato che le barriere doganali tendono a colpire in modo più duro proprio le fasce più deboli della popolazione.

Né, del resto, vi sono evidenze convincenti che la liberalizzazione degli scambi abbia determinato la distruzione di posti di lavoro: certo, essa può mettere in crisi alcune industrie relativamente poco efficienti, ma al tempo stesso mette le ali a quelle relativamente più competitive. Di conseguenza, se è lecito porsi il problema della transizione e della riqualificazione dei lavoratori, non lo è misurare i parziali impatti negativi della globalizzazione ignorandone i benefici.

Una contrazione degli scambi, specie se dovuta all’irrigidirsi delle politiche commerciali degli Stati, potrebbe avere conseguenze pesanti per tutte le economie coinvolte. Perfino gli obiettivi “redistributivi” delle misure protezionistiche non verrebbero necessariamente raggiunti. Una delle conseguenze della globalizzazione, infatti, è stata quella di generare catene del valore che a loro volta sono globali: non è più vero che un’industria nazionale si basa interamente o prevalentemente su fornitori nazionali. Anzi: la specializzazione internazionale del lavoro ha determinato la nascita di filiere complesse, nell’ambito delle quali ciascun paese occupa il segmento nel quale ha un maggior vantaggio comparato.

J. Bradford Jensen del Peterson Institute for International Economics ha fornito un’immagine eloquente di questo fenomeno: negli Stati Uniti, se guardiamo all’1 per cento dei maggiori esportatori (circa 2.000 imprese), scopriamo che più di un terzo appartiene anche al club dei maggiori importatori. Parimenti, più della metà di questi ultimi (attorno alle 1.300 imprese) fanno anche parte del gruppo dei maggiori esportatori. Si può ragionevolmente supporre che lo stesso fenomeno valga in Europa.

Cosa significa questo? Supponiamo che un Paese sia un forte esportatore di un certo bene (per esempio le automobili) e che metta invece un dazio su tutte le merci in entrata. Tra i beni in ingresso vi saranno molte componenti delle autovetture, perché l’industria nazionale avrà fornitori stranieri: di conseguenza, le automobili prodotte in quel Paese avranno costi di produzione maggiori e saranno meno competitive all’estero. Se il “saldo netto” sia positivo o negativo (in equilibrio economico parziale, cioè guardando al solo settore dell’automotive) dipende dall’entità del dazio e da quanto le componenti importate pesino nei costi di produzione dell’automobile. Ma vi sono pochi dubbi che, in equilibrio economico generale (cioè guardando all’intera economia), un mondo nel quale i Paesi commerciano liberamente sia meglio in grado di produrre (e quindi, eventualmente, redistribuire) ricchezza di uno nel quale ciascun mercato nazionale è più o meno isolato dagli altri, e nel quale vi sono pertanto dei limiti alla specializzazione del lavoro.

La tentazione protezionista, allora, è una tentazione pericolosa sotto due profili distinti (più uno specifico dell’Europa). In primo luogo perché rischia di aprire la porta a politiche che, se da un lato difficilmente otterranno gli obiettivi dichiarati di sostenere certi spezzoni dell’economia, dall’altro risulteranno in un minore dinamismo economico e sociale, minore creazione di ricchezza, e in ultima analisi minore occupazione. Ma il secondo aspetto è per certi versi ancora più importante. Puntare il dito sul libero scambio e identificarlo come la causa di tutti i mali significa distrarsi dalle ragioni reali e profonde per cui un Paese come l’Italia, ma lo stesso si potrebbe dire per una buona parte del mondo industrializzato, sembra faticare a ritrovare una prospettiva.

Se i redditi ristagnano, non è certamente perché importiamo beni a basso costo dall’estero (anzi: questi ultimi sono l’unico alleato dei redditi nominali bassi, perché gli attribuiscono potere d’acquisto reale). È semmai perché la dinamica della produttività non riesce a uscire dal declino. E ciò deriva essenzialmente da ragioni interne, che hanno a che fare col sistema delle regole nell’ambito del quale le imprese operano, e col sistema degli incentivi (a innovare, competere, investire) a cui sono soggette.

Per l’Europa, poi, si aggiunge un ulteriore aspetto. I trattati europei attribuiscono la politica commerciale all’Unione, ma gli Stati membri non sembrano riuscire a digerire questo aspetto e continuano a reclamare un ruolo che, quasi sempre, declinano in senso protezionista. Il citato caso del Ceta è, in quest’ottica, più che eloquente. Se le pulsioni “difensive” dovessero prevalere, a farne le spese non sarebbero solo le prospettive economiche del continente, ma anche la stessa essenza del progetto europeo.

In una realtà come la nostra, da anni in deficit di crescita, il libero scambio è sia un alleato sia un pungolo. Il potere di rimettere l’Italia in carreggiata ce l’hanno, in ultima analisi, solo gli italiani. Negli scorsi anni si è messo in moto un processo di riforma che ha introdotto significativi miglioramenti sotto diversi profili (Jobs Act, riduzione delle imposte sulle imprese) e che sotto altri aspetti potrebbe generare risultati nei prossimi mesi (concorrenza). È cruciale proseguire su questa strada.

Gridare al babau della globalizzazione invocando il ritorno al protezionismo rischia contemporaneamente di distogliere l’attenzione dai problemi reali, e di cercare di curare una malattia inesistente con una terapia dannosa.

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Se vi piace mangiare carne, sappiate che non è dovuto a una vostra libera scelta, ma all’«arroganza di un mercato che impone, tramite gli strumenti di comunicazione di massa, i propri bisogni commerciali ai consumatori». Oppure, potrebbe essere tutta colpa degli «stili di vita sempre più frenetici, [del]l’industrializzazione dei prodotti alimentari avvenuta negli ultimi decenni e [de]l conseguente proliferare di numerose catene di fast food in tutto il territorio».

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