Gender is in the air - il gender è nell’aria: tutti ne parlano, qualcuno lo teme, qualcun altro lo studia. Ma questa temutissima “teoria del gender” esiste veramente? O è una traduzione quantomeno poco accurata di alcune teorie enunciate nell’ambito degli studi di genere, che esaminano la realtà da un punto di vista scientifico e quindi non esprimono alcun parere?

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Comunque la si pensi, tra gender-fobici e non, questo è stato, in Italia, il primo anno del gender nel calendario gregoriano, dal momento in cui, con il decreto “La Buona Scuola”, il Governo ha deciso di promuovere nell’offerta formativa dei nostri istituti l’educazione alla parità tra sessi.

Molti genitori, però, non l’hanno presa bene e hanno interpretato la scelta più o meno come un tentativo, da parte della mano pubblica, di furto dell’identità sessuale dei figli e di trasformazione dei pargoli in esseri dall’orientamento confuso e dalla personalità ibrida. Colpa della gender theory, pseudo-teoria sul genere sessuale che tutti nominano, sconfessano e biasimano, ma pochi davvero conoscono. Innanzitutto, va detto, perché non esiste.

Da un punto di vista scientifico e accademico, infatti, non si può parlare di teoria, come il nome suggerisce, o ideologia del gender. Non c’è. Esistono, invece - e hanno basi solide - gli studi di genere, o gender studies, i quali identificano un campo di ricerca interdisciplinare ampio, dalla psicologia alla sociologia, nato con i rapporti Kinsey - due saggi di Alfred Kinsey pubblicati tra il 1948 e il 1953 - e diventato più consistente negli anni sessanta-settanta, sotto la spinta della cultura femminista.

L’oggetto di indagine? I significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere, l’analisi delle relazioni tra sesso biologico, identità e orientamento sessuale. In altre parole, si tratta dello studio del modo mutevole in cui la società interpreta, in epoche e culture diverse, le differenze tra maschile e femminile e concepisce eterosessualità e omosessualità. Più che una teoria, quindi, una disciplina. Più che un’ideologia, una scienza empirica.

Perché, allora, per descrivere un settore disciplinare - di per sé innocuo e politicamente neutro - e per raccontare la sua applicazione nell’ambito dell’offerta formativa delle scuole italiane si parla addirittura di “teoria gender”? Come se fosse una visione del mondo, profondamente politica e - soprattutto - onnicomprensiva?

Chi parla di teoria, sostiene Wired citando Sara Garbagnoli, dottoranda presso il Centre de Sociologie Européenne, lo fa nel tentativo di delegittimare, tramite una invenzione terminologica polemica, il campo di studi specifico. “Una tale etichetta - spiega Garbagnoli - ha funzionato politicamente come un segnale di adunata che, costituendo un nemico comune, ha permesso la formazione di un vasto fronte di mobilitazione”. Ovvero: all’armi anti-gender! - o, in alternativa: in piedi, sentinelle!

Inoltre, mentre gli studi di genere, promuovendo un approccio scientifico al mondo, non offrono una chiave di lettura della realtà ma la analizzano così come si offre ai ricercatori, sono gli oppositori a compiere invece una pura operazione politica, dando colore - tramite l’avversione - a un intero ambito di ricerca. Come se, per esempio, esistessero le famiglie anti-matematica, timorose del potere dei numeri, o i genitori storia-fobici, terrorizzati dalla memoria del passato e dei ricordi. Insomma: nessun tentativo di trasformazione della prole sarebbe in realtà atto. Con buona pace di tutti i Mario Adinolfi d’Italia - il direttore del quotidiano La Croce, infatti, ha scritto su Facebook: “le scuole stanno diventando campi di rieducazione dell’ideologia del gender”. Mentre fuori dalla finestra - aggiungiamo - brillano le potenti scie chimiche.

Ma se la gender theory non esiste, si può sostenere che tutto il dibattito creatosi intorno è solo tanto rumore per nulla? Non proprio. Se il MIUR ha avvertito l’esigenza di intervenire e chiarire con una nota ufficiale c’è qualcosa di più - il 15 settembre scorso il Ministero dell’Istruzione ha infatti spiegato che l’incriminato comma 16 della legge 107/2015 “risponde all’esigenza di dare puntuale attuazione ai principi costituzionali di pari dignità e non discriminazione...la finalità del suddetto articolo - si legge - non è quella di promuovere pensieri o azioni ispirati ad ideologie di qualsivoglia natura, bensì quella di trasmettere la conoscenza e la consapevolezza riguardo i diritti e i doveri della persona”. Non solo. Il Ministro Stefania Giannini si è spinta un po’ più in là, e ha dichiarato che ”chi ha parlato e continua a parlare di teoria gender in relazione al progetto educativo del Governo Renzi sulla scuola compie una truffa culturale”. Confonde le acque, scientemente, e si macchia insomma di un peccato di natura culturale. E i primi a commetterlo - e a doverlo affrontare - non siamo certo noi.

Se infatti oggi in alcuni musei, comuni e istituti universitari statunitensi esistono bagni aperti a tutti - la cui etichetta sulla porta con un uomo o una donna stilizzati è stata sostituita da una scritta: “men, women and the rest of us” - il risultato è legato a un lungo dibattito cominciato oltreoceano più di un decennio fa e in sostanza simile al nostro.

Il gender fa paura, a ogni latitudine, perché mina le certezze, apre alla diversità, insinua il dubbio di poter mettere in discussione ruoli e stereotipi sociali solidi e comunemente acquisiti. In sostanza: non c’è scampo. Quando si ragiona di sessualità - o di qualcosa fortemente legato alla natura e alla vita biologica dell’individuo - scatta il meccanismo della mente veloce, per usare le parole del premio nobel Daniel Kahneman.

Non ragioniamo più lucidamente, l’emotività prende il posto del pensiero razionale, più che riflettere reagiamo con immediatezza, spesso in modalità automatica e difensiva. Confondendo, anche, le cose, e magari lasciandoci convincere da chi teme, in questo caso specifico, la fine della famiglia.

Eppure non è così. Lo spiega un lungo articolo di Daniela Ovadia pubblicato nel numero di novembre di Mente & Cervello. Innanzitutto, il vocabolario: il sesso di una persona è determinato biologicamente, il genere, invece, è un costrutto socioculturale. In sostanza: per la biologia esistono il maschio e la femmina, per la psicologia e la sociologia la situazione - scrive Ovadia - è più complessa e riguarda il vissuto personale, l’idea che ognuno ha di se stesso e i ruoli sociali. Che, è bene ribadirlo, possono variare rispetto agli organi riproduttivi di cui siamo dotati. E poi l’anatomia.

Per farla semplice, se il sesso risiede nei genitali, il genere è nel cervello - riguarda il modo in cui ci percepiamo - e l’orientamento sessuale, altro concetto ancora, sta nel cuore - perché concerne chi amiamo e come. Ridurre tutto al sesso, insomma, è un impoverimento, perché, stando nel cervello, il genere è un soggetto composito, fatto di idee, pensieri, comportamento sociale. Le cui regole si imparerebbero da piccoli.

Proprio durante l’infanzia, infatti, prendono forma i bias sociali, quei pregiudizi che poi, nel tempo, si stratificano, consolidano, determinano il nostro modo di vedere il mondo e di muoverci in esso. “Le evidenze empiriche raggiunte dai gender studies - scrive l’AIP, l’Associaizone Italiana di psicologia - mostrano che il sessismo, l’omofobia, il pregiudizio e gli stereotipi di genere sono appresi sin dai primi anni di vita e sono trasmessi attraverso la socializzazione, le pratiche educative, il linguaggio, la comunicazione mediatica, le norme sociali”.

L’omofobia, insomma, nascerebbe in famiglia, si consoliderebbe a scuola. Sempre nei primi anni di vita. Appunto per questo è quella l’età in cui si può intervenire per creare le condizioni del cambiamento, insegnando la parità, nell’ottica di una vita più felice e più agevole per tutti - anche per i figli delle famiglie convintamente anti-gender.

Insomma: Gender is in the air per davvero. Senza alcuna istigazione all’omosessualità. Ma, questo sì, con una sana propensione alla parità.